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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    15/01/2011

    Corsetti, monocoli, eloqui forbiti

    Filed under: — JE6 @ 19:00

    L’educazione non è ormai una forma di rispetto umano scambievole e con le sue regole codificate, no certo, è resistenza alla maleducazione. […] Uso e abuso indiscriminato dei propri corpi, senza un’occhiata guardinga all’estetica, e simile abuso dell’estensione vocale in qualsiasi mezzo o località pubblica. Il maleducato guida, parcheggia e soprattutto telefona sfondando le capacità contenitive di una città, mentre sorvola sui tatuaggi e le sbornie dei figli, protestandosi di fronte a una generazione ingovernabile.

    Leggevo queste righe di Franca Valeri riportate da Paola, e pensavo alla vecchia storia della trave e della pagliuzza, a chi vorrebbe strangolare il dirimpettaio sul Frecciarossa perché non mette il cellulare in vibrazione e conversa a voce alta ma ostenta il proprio tatuaggio tribale sulla spalla o sulla caviglia, a chi odia chi ostenta i tatuaggi ma suona il clacson a ogni semaforo, a chi ucciderebbe chi suona il clacson ma dice “cazzo” ogni otto parole, a chi disprezza chi dice “cazzo” ogni otto parole e riempie ogni frase con il suo complesso di superiorità, a chi compatisce chi coltiva i complessi di superiorità e lascia il mozzicone di sigaretta in spiaggia, a chi multerebbe chi lascia il mozzicone in spiaggia e il giorno dopo in ufficio si vanta del mal di testa da hangover dovuto ai quattro mojito della sera prima, al circolo infernale di una società che si è talmente dimenticata del buon gusto e, appunto, dell’educazione da far rimpiangere i tempi della Regina Vittoria, come se le gabbie dei formalismi da film in costume fossero l’unico argine alla slavina inarrestabile del neanderthalismo della modernità.

    14/01/2011

    Quando i buoi sono scappati

    Filed under: — JE6 @ 10:24

    L’altro corno del problema, però, è che la difesa dei diritti di tutti – negli ultimi decenni – è stata troppo spesso la mortificazione del merito di molti e l’alibi dietro cui si sono nascosti coloro che hanno approfittato della tutela collettiva (perché non sapevano, poveri di capacità e fuori mercato, o perché non volevano, colpevoli di opportunismo) per dare il meno possibile e prendere per sé a discapito degli altri, specialmente dei più giovani. E’ anche questa l’origine della tragedia della generazione senza futuro. Insieme ai deboli sono stati protetti i furbi. Questo anche va detto, in tempi di gravissima crisi economica e sociale: che troppo spesso le tutele garantiscono insieme chi lavora molto e chi poco, offrono giuste garanzie a chi non può e ingiuste tutele a chi non vuole e non sa. Questo avrei voluto sentir dire, anche, da chi difende giustamente i diritti di tutti. Da chi dice agli operai: votate No. Avrei voluto sentir dire mettiamoci al lavoro tutti insieme per ridisegnare i confini delle tutele collettive – per i vecchi come per i giovani che non avranno contratti equi né pensioni – per garantire chi sa e vuole fare e per mettere in fondo alla lista chi approfitta. Non l’ho sentito e temo che pagheranno i deboli, come sempre, e che vinceranno i furbi e i farabutti al potere, come tutto intorno a noi accade ogni minuto.

    Non sono mai stato in catena di montaggio, ma ho lavorato in due aziende metalmeccaniche. E con il lavoro sulle macchine un minimo di contatto personale l’ho avuto. Storie come quelle alle quali si riferisce Concita De Gregorio ne ho viste, e non poche. Ho visto i colleghi della produzione passare le lunghe ore dei loro turni in piedi, stando attenti che il flusso del materiale non si fermasse mai, li ho visti fare lo sforzo fisico che io non ho mai fatto. Ho visto anche gli imboscati, quelli che centosettantanove giorni di malattia, e due di lavoro, e centosettantanove di malattia rinnovata dal medico compiacente. Ho visto gente fare il doppio della fatica per compensare il lavoro di chi quella fatica la evitava, coperto da leggi assurde e da intrallazzi indecorosi. Ho visto gente di sinistra arrivare a odiare con tutto il cuore le rappresentanze sindacali per il non essere capaci di capire che il lavoratore non è sempre buono, non ha sempre ragione per il solo fatto di essere quello che lo stipendio lo riceve, e comportarsi di conseguenza. Abbiamo – uso consapevolmente il plurale – costruito un sistema paradossale nel quale l’operaio della piccola tipografia con sei dipendenti guarda all’operaio della Fiat come a un privilegiato, abbiamo fatto in modo – vuoi attivamente, vuoi girando la testa – che si innescasse la guerra dei poveri. Adesso portiamo la mano alla bocca, sgraniamo gli occhi e diciamo “mioddio”, e facciamo che il peso delle scelte di una vita, che forse avranno effetti che nemmeno riusciamo a immaginare per decenni e generazioni a venire, ricada sulle spalle di uomini e donne che alle cinque del mattino passano i tornelli per andare alle carrozzerie di Mirafiori, uomini e donne che devono fare il loro interesse, perché al loro vero interesse nessuno ci ha pensato prima.

    13/01/2011

    Il male minore, il doppio male

    Filed under: — JE6 @ 16:24

    Conosco un buon numero di persone che trova scandaloso e disdicevole che il PD, in primis il suo segretario, non abbiano preso una posizione netta (e contraria) all’accordo Fiat, quello che a partire da stasera verrà sottoposto al referendum degli operai. Tra tutte queste persone, non ne ho trovata ancora una che si sia mostrata sfiorata dal dubbio che quella posizione netta non si potesse prendere perché avrebbe significato sposare una causa comunque sbagliata. Certo, si può obiettare che così facendo di cause sbagliate se ne sposano due. Io non lo credo, ma tant’è.

    Il presidente (non) operaio

    Filed under: — JE6 @ 10:19

    A volte non sono le parole, quelle che contano per davvero. E’ il tono. Ascoltavo Berlusconi, ieri, e l’ho riascoltato questa mattina, e il tono – appunto – era quello dell’imprenditore. Quello che lui è sempre stato, quello che lui continua a essere. Si percepiva l’empatia. Penso a tutti gli operai di Mirafiori che lo hanno votato.

    12/01/2011

    “What’s next?” – “Tomorrow”

    Filed under: — JE6 @ 15:57

    Di “The West Wing” è già stato detto e scritto tutto, da quelli che ne sanno e da quelli come me, che si siedono sul divano e cliccano play.
    Io l’ho iniziato pensando che fosse solo un telefilm. Famoso, certo. Ma solo un telefilm. Non sapevo – non potevo immaginare – che sarebbe diventato un compagno di viaggio, lungo un anno. L’altra sera l’ho finito, e quel mondo fatto di persone che ci credono e ci provano, imperfette e perciò vicine – anche quelle sideralmente lontane – mi manca, come a molti altri, come ti manca un viaggio quando arrivi a destimazione. E però penso all’ultima battuta dei due presidenti: quello che inizia chiede “What’s next?”, e quello che finisce mormora, guardando l’oceano che sta diecimila metri sotto di lui: “Tomorrow”. Ecco.

    07/01/2011

    Ossessione

    Filed under: — JE6 @ 18:28

    Uno di questi giorni l’Osservatorio di Pavia, o chi per esso, farà una delle sue analisi, e troverà che noi “de sinistra” soffriamo dello stesso disturbo ossessivo-compulsivo che affligge il PresDelCons da tanti anni – lui con i comunisti, noi con Marchionne.

    05/01/2011

    La vigilia dell’ultimo giorno di festa

    Filed under: — JE6 @ 16:55

    Gli orari sono gli stessi, ma con metà della gente in giro rispetto al solito. Sono gli ultimi giorni di vacanza, qualcuno va in ufficio, la maggior parte resta ancora a casa – c’è da smontare l’albero di Natale, finire gli avanzi, comprare la calza della Befana, andare per saldi. C’è un’aria sospesa, come di pomeriggio della domenica passato sul divano, a sfogliar riviste, a veder roba in tv senza guardarla, a non aver davvero voglia di nulla, che domani è lunedì e si riprende a correre. Poi butti l’occhio al display del dvd recorder, e vedi che si è già fatta l’ora di cena, e magari di pensare a come ti vestirai domani.

    04/01/2011

    Interessi

    Filed under: — JE6 @ 08:47

    Dinanzi a un’offensiva che miri a colpire drasticamente i diritti o gli interessi di coloro che rappresentiamo, prima si risponde e poi, semmai, si entra nel merito.

    Leggendo e rileggendo questa manciata di parole del Direttore, mi chiedevo quale fosse il termine più importante, quello che dava senso all’intera frase. Per me è “interessi”. Io non sono un operaio della catena di montaggio Fiat, ma sono un lavoratore: uno che ha bisogno, alla fine del mese, di portare a casa uno stipendio. Qual è il mio interesse principale? Avere un lavoro che mi dia quello stipendio. Se non ho quel lavoro, non ho i diritti acquisiti ad esso collegati. Se ce l’ho, posso discutere quei diritti, cercare di aumentarli, difendere quelli che ho acquisito; se non ce l’ho, tutto questo non posso farlo. Io non ho le idee così chiare come molti fanno mostra di avere: mi chiedo, semplicemente, chi stia davvero facendo gli interessi dei lavoratori. Gli interessi.

    03/01/2011

    Radici

    Filed under: — JE6 @ 15:19

    La collina è immersa nella nebbia, sui prati rimasti in ombra per giorni interi rimangono resti di neve incongruamente bianca. Al centro di un piccolo spiazzo i cinque uomini stanno in piedi, intorno a un largo paiolo di rame fumante, passandosi l’un l’altro un cucchiaio di legno, grande, altissimo, con il quale mescolano a turno la polenta che tra mezz’ora porteranno in tavola. Di tanto in tanto ravvivano il fuoco, e ridono quando i salti dell’aria gettano in faccia al malcapitato di turno nuvole di fumo caldissimo che fa lacrimare gli occhi. Nei bicchieri di plastica si passa il vino che apre la strada ai racconti, vi ricordate quando siamo rimasti bloccati dalla neve, e tutta l’Aurelia fatta senza mai mettere la sesta, ma lascia perdere, e quando ci siamo scontrati con le barche a remi, ma dove, in Baviera, oddio sì mi ricordo, prova ad assaggiare, a me sembra salata, ma quanto si sta bene qui. In una breve pausa di silenzio, come una parentesi, come un riposo dei rimbalzi delle voci attutite dall’umidità spessa e pesante, uno dei cinque si stacca dalle radici della vita che hanno passato insieme e guarda verso il fondo della valle, verso la città dove abitano, la città nella quale sono nati e cresciuti. Davanti a sè vede solo il grigio lattiginoso della nebbia. Dovremo scendere prima che faccia buio, mormora. Il più vicino dei quattro amici gli si avvicina porgendogli la bottiglia quasi vuota, bevi cristosanto, che a quello ci pensiamo dopo.