Quelli che cascano sempre in piedi
L’amore è cieco, si sa. Ma qualche amore è più cieco degli altri. Sembra essere più facile ripudiare la moglie che va a letto con il collega d’ufficio che non l’idolo sportivo (per il quale il cuore ha battuto tanto quanto ha fatto per la moglie) che ha barato per vincere e guadagnarsi fama e denari, tradendo la genuina fiducia dei suoi sostenitori. Il panorama di oggi è davvero fantastico: Ivan Basso riceve tante lodi per essersi autodenunciato (non senza aver provato per quasi un anno a dribblare indagini e accuse) quante ne prese per aver vinto il Giro d’Italia, quando meriterebbe – lui come tutti gli altri, sia chiaro – un semplice “beh, almeno una cosa giusta l’hai fatta. E adesso, scusa, vaffanculo“.
May 8th, 2007 at 09:47
Giusto. Forse è la logica conseguenza in un Paese dove è tutto un domandare “E’ pentito?” oppure “Ha perdonato?”. A forza di pentitismo e di perdonismo si va a finire così.
May 8th, 2007 at 09:58
Da un certo punto di vista hai ragione, e da vendere.
Da un altro direi che la fede sportiva si basa sulla sospensione dell’incredulità (non a caso si chiama fede), quindi non è necessario che il campione sia pulito, fedele alla maglia, o abbia veramente le qualità eccezionali che lo rendono mitico.
May 8th, 2007 at 10:17
Momo, accetto la sospensione dell’incredulità durante l’atto sportivo. Mi è capitato di assistere a qualche tappa di montagna del Giro (Mortirolo, Cuvignone), e la velocità con cui i corridori salivano, dopo centocinquanta o duecento chilometri di tappa e con tremila altri chilometri macinati nei venti giorni precedenti era chiaramente irrealistica: ma in quel preciso momento, appunto, l’incredulità era sospesa, era tutto tifo, ed esaltazione, e “vai, vai, vai”. Ma qui, santodiobenedetto, non siamo sul ciglio dei tornanti dello Zoncolan o dell’Alpe d’Huez. Siamo tutti seduti a leggere le notizie. A mente fredda. Con la possibilità di ripensare alla farsa e alla truffa di cui siamo stati spettatori. No, la sospensione dell’incredulità non regge, abbiamo smesso di credere all’esistenza di Babbo Natale molto tempo fa.
May 8th, 2007 at 10:30
E’ chiaro che la SDI regge solo fino a un certo punto, ma non è per tutti lo stesso punto..
May 8th, 2007 at 11:02
mi perdoni:
E’ online il secondo numero di Buràn.
Il viaggio è senza fine, perché non sappiamo dove termina la parola scritta: per questo è temibile
May 8th, 2007 at 14:36
Ma sa, egregio, che sono le stesse esatte parole che mi ripeto io da ieri!
“un gesto di coraggio” dopo che era sotto inchiesta da un anno, escluso da tutte le gare e, non ultimo, lasciato senza squadra. Proprio un bel coraggio! A me pare più disperazione…
May 8th, 2007 at 15:09
Caro Mahatma, due cose. La prima: mi sembra di averglielo già detto un’altra volta, ma l’argomento che afferma impossibile la scalata del Mortirolo a quelle velocità eccetera eccetera è fallace, se lo lasci dire da un panzone che – pedalando nel dopolavoro – capisce perfettamente che se non facesse nient’altro nella vita e avesse un briciolo di talento fisico in più, ecco, ci andrebbe vicino. La seconda: il mio tifo per Basso anche in questo frangente è ovviamente, al netto della delusione e dell’ennesima disillusione (e ci mancherebbe solo). Tuttavia, appare evidente a chiunque che – riguardo al problema del doping – i corridori sono, sostanzialmente, vittime. Onore a Basso per il fatto che sta cercando di uscirne con logiche diverse, per dirne tre, da un Landis, da un Armstrong, da un Pantani. La solidarietà umana non può, nel mio caso, che uscirne rafforzata. Si continua fiduciosi ad aspettare.
May 8th, 2007 at 15:47
Prof, per cortesia: su Quasirete, qualche giorno fa, c’erano due post di Marco Pastonesi sullo Zoncolan. Raccontavano degli amatori che si sciroppano i tornanti assassini, e arrivano in cima contenti come se avessero vinto le settantasette vergini del paradiso islamico. So che salire sul Mortirolo non è impossibile, ho visto con i miei occhi centinaia di persone riuscire a farlo. Ma non a quelle velocità. Ma non con tremila chilometri nelle gambe, corsi alla velocità di un motorino. Ma non con quaranta-cinquanta-sessantamila chilometri pedalati in un anno. Ma non facendo una cronometro a cinquanta di media (di media!) il giorno dopo. Ma non dovendo arrivare al traguardo prima di un altro (lo sport porta inevitabilmente a barare, perchè vince uno solo: ma questo è un altro discorso) e senza sforare il tempo massimo. Se fosse vero ciò che lei scrive, nè Basso nè Pantani nè Landis nè Ullrich nè Armstrong avrebbero avuto bisogno di fare quello che hanno fatto.
Poi, sulla faccenda delle vittime: lei ne conoscerà più di me, io qualcuno che aveva una potenziale brillante carriera davanti a sè e che quella carriera l’ha piantata per tempo proprio perchè aveva capito cosa doveva fare (o di cosa doveva farsi) lo conosco. Ai ciclisti riconosco lo status di vittime della sindrome di Stoccolma. Vittime, e complici al tempo stesso. Non mi costringa a ricordarle il contratto da 1,5 milioni di Euro che Basso aveva firmato con Discovery, e che mai avrebbe potuto firmare se non avesse ottenuto certe vittorie. Basso (e Pantani – il peggiore di tutti – e Landis e Ullrich e Armstrong) vittima? No, mi dispiace. Quello non è uno stupro, ma un rapporto consenziente.