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16/02/2007
D’accordo che bisogna pensare positivo: ma da quando un PIL che cresce del 2% sta correndo?
Repubblica.it
Sarà che in fondo sono un borghesuccio benpensante e destrorso, ma io proprio non li reggo quelli che “andrei ma ho troppo rispetto della mia carica“, o quelli che “il mio compito è quello di ascoltare la manifestazione e non di parteciparvi” e però non possono evitare di rilasciare apposita dichiarazione per far sapere che scusate, cercate di capire, ho delle manette istituzionali che proprio non riesco ad aprire ma vi giuro che il cuore batte sempre dalla parte giusta. Questa incapacità di stare zitti, di limitarsi, di fare solo e unicamente il proprio lavoro è sinceramente disperante. Cosa ci stanno a fare Caruso in Parlamento, e Ferrero nel governo, e Bertinotti sul suo trono presidenziale? Volete la piazza, gli striscioni, i megafoni? Cristosanto, ma non ve lo impedisce nessuno. Dimettetevi, e facciamola finita.
Repubblica.it
14/02/2007
Arrivo a Bruxelles che è ormai sera. Nove aerei e nove aeroporti in otto giorni, e domani aerei e aeroporti saranno dieci. Pioviggina. C’è il traffico bestiale delle grandi metropoli nell’ora di punta. Vedo il centro della capitale del Belgio più frequentemente di quanto non veda il centro di Milano; insomma, il programma della serata consiste nel fare duecento metri a piedi per andare a cena a La Brouette – sandwich al prosciutto delle Fiandre, biere blanche di Bruges e Westmalle – e altri duecento metri per tornare in albergo. La Grand Place non è cambiata, negli ultimi venti giorni (a parte l’apertura di un centro Dianetics, ecco), e ho bisogno di un po’ di riposo (gli splendidi quarantenni hanno pur sempre quarant’anni): i greetings saranno per un’altra volta.
Per motivi che non vale la pena stare qui a raccontare, finisco per trovarmi su una Skoda lanciata a 170 all’ora su un’autostrada ceca, in compagnia di un imprenditore locale che indossa un parente stretto di un sacco di juta, e di una insegnante di inglese che fa da interprete e che mi fa sapere di gestire, insieme al marito, una sorta di pub in un villaggio di duecento anime (babe, I’m your man). Tutto sommato, basta uscire da Praga per entrare in un mondo che non sembra essere tanto distante dal nostro, dal mio: i campi e i pioppeti e i paesini e l’orizzonte piatto, come in Lomellina, o a San Martino in Rio, o nella pianura piacentina. Ci ritroviamo a parlare di viaggi, di figli, di vino e di birra, di traffico, con la confidenza che si regala agli estranei; quando scendo dalla macchina, sono in un microscopico paesino della provincia ceca: mi chiedo “cosa ci faccio qui?”, e subito mi rispondo che il motivo lo so bene (ed è quello per cui mi pagano), e che anche se non lo sapessi, beh, in fondo non sarebbe un problema.
13/02/2007
Giro per questi luoghi come il Bill Murray di Lost in Translation: mi guardo intorno e cerco di intuire, senza capire una sola parola di quanto vedo e leggo, se scritto in idioma indigeno. Qualche sera fa, a Varsavia, leggevo una targa dove le uniche parole che avevano un significato erano Marie-Curie Sklodovska: ma se quella era la sua casa natale o la scuola dove si era diplomata, questo rimane per me ancora un mistero. E qui le cose non migliorano, visto che anche il ceco si presenta come una terrificante accozzaglia di consonanti giustapposte casualmente: mentre cenavo, leggevo i cartelli che – immagino – illustravano la vecchia fabbrica di birra: per intenderci, questo: oblibu peniveho moku muzeme prokazat u nekohka generaci prazanu, ovsem zatinco dnes u leckoho kvantita ntezi nad kvalitou nasi breakove byili taki znalci eccetera.
So che lo sapete, ma vale la pena ricordarlo: la Repubblica Ceca vanta il primato mondiale del consumo di birra pro capite, qualcosa oltre i centosessanta litri a testa su base annua. Il che, considerando che un litro di birra alla spina, al ristorante, costa la bazzeccola di due euro e mezzo, non stupisce poi tanto.
Uno dice: Est Europa. Come se fosse una cosa sola, tutti slavi, biondi, occhi azzurri e zigomi alti e sporgenti. Come se Praga e Varsavia e Bucarest fossero la stessa cosa, il medesimo luogo, con una identica storia. Invece arrivo qui e mi sembra di essere, non so, a Vienna: e non parlo solo dello splendore intatto della architettura – il che basterebbe a rendere Praga molto diversa da Varsavia, bombardata e ricostruita senza amore, e da Bucarest, affamata da un dittatore cieco e crudele – ma anche e soprattutto di una strana allegria, del traffico e delle luci, degli spacciatori di cocaina, dei cento negozi di souvenir. Tutte cose che, a uno come me, lo fanno sentire a casa: e non che questo sia un bene.
Tanto per inserirsi nel nuovo filone di Repubblica (prendi un giornalista, fai finta che sia Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” e mandalo allo stadio, o su un aereo, per vedere l’effetto che fa) comunico circa dieci minuti fa, all’aeroporto di Fiumicino (gate C6) ho visto con i miei occhi un militare dell’esercito italiano salire sul volo per Sarajevo con pistolone di ordinanza nella fondina appesa al cinturone.
Peraltro, credo che il rossetto rosa brandito dalla matrona che mi sta di fronte – e che immagino mi accompagnerà sul volo per Praga – vada considerato arma almeno altrettanto pericolosa, viste le sue dimensioni.
12/02/2007
Va bene: i monumenti, la grandeur, i musei, tutto ciò per cui questa città è famosa. Eppure, io passerei ore a guardare i grattacieli della Defense, i riflessi del sole che ogni tanto sbuca tra nuvole che corrono come in Scozia, il fischio del vento che gira tra i palazzi come a Chicago, il cimitero di Neuilly giusto alle spalle dei vetri e dei metalli e degli ascensori che portano ai punti panoramici, l’Arco laggiù in fondo, alla fine dell’Avenue Charles de Gaulle – in quella che molti pensano essere la sola, vera e unica Parigi possibile. Bestemmiamo? Facciamo gli iconoclasti? La Parigi moderna, quella della Defense e del Pompidou, è bella tanto quanto quella di Napoleone e di Luigi XIV. Chissà cosa ne pensano gli abitanti delle banlieues.
Uno arriva al Père-Lachaise avendo in testa, nella sua beata ignoranza, il Re Lucertola – o come diavolo chiamavano James Douglas Morrison. Poi entra, e legge di Moliere, di Edith Piaf, di Maria Callas, di Simone Signoret e via elencando. Poi inizia a camminare sotto la pioggia, e si mette a guardare i monumenti diroccati, le stelle di David, le mani di bronzo che stringono fiori ormai sfiniti, le allegorie, i simboli, le rare fotografie a colori, i mausolei che rivelano grandezze forse definitivamente estinte, i soldati cecoslovacchi e i mercanti alsaziani, i transfughi italiani e i nobili francesi – insomma, tutto il racconto della vita attraverso la celebrazione della morte. Uno gira per un paio d’ore, fino ad essere completamente fradicio, e finisce per un caso del destino proprio davanti alla tomba della rockstar, piccola e incastrata in mezzo a decine di altre, con i fiori freschi, la fotografia e un lumino – e si chiede ragione di quel culto, quando quel luogo è talmente pieno di storia da far scomparire uno che in fondo ha scritto giusto un paio di canzoni decenti e non molto di più. Poi si dà dello snob, saluta il ragazzo, e si avvia verso l’uscita.
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