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21/05/2007
Non sono i circa 750 chilometri che mi devo sciroppare domani, a spaventarmi. No. E’ l’attraversamento della Svizzera che, come al solito, mi inquieta. Ormai son grande, lo so: eppure l’idea di fare Chiasso-Schaffhausen calibrando la pressione sull’acceleratore come se mi trovassi a preparare una reazione chimica in laboratorio (o come se dovessi tirare un tre sponde di misura, per intenderci) mi sfianca già adesso. Poi entro in Germania e tiro un sospiro di sollievo – per dire come sto messo.
Ogni tanto capita di leggere un articolo che non fornisce nessuna informazione, ma disegna il quadro perfetto del paese che siamo – e, peggio, che siamo convinti di essere. Oggi Repubblica ne offre uno davvero notevole, per la penna di Massimo Giannini: una banca per ogni ramo principale del Partito Democratico, D’Alema king maker di una gigantesca fusione bancaria, la banca di Prodi e la banca degli antiprodiani, i petali della Margherita, l’appoggio esterno del centrodestra, il silenzio-assenso di Parisi e Rutelli, i timori di Veltroni, le nomine in Anas e Finmeccanica, e via dicendo.
La cosa più triste è che suona tutto romanzato; ma, come capita per i buoni romanzi, suona tutto molto credibile.
Repubblica.it
I soldi ci sono, dice il ministro. Per tutti, immagino. A pioggia, come sempre.
[Se il posizionamento della puntata di Report di ieri non è casuale, bisogna riconoscere che la Gabanelli è un genio – del male, ma un genio]
Repubblica.it, Rai
19/05/2007
Uno dei punti – legittimi e doverosi – dell’operato di Mario Calabresi è quello, dichiarato da lui stesso, di “ridare onore a suo padre”. Legittimamente e doverosamente lo fa anche Luca Sofri.
“dagli anni Settanta se ne verrà fuori – forse – solo quando anche l’ultimo italiano che ne avrà conservato un briciolo di memoria sarà morto”.
Wittgenstein
18/05/2007
Ho appena finito di ascoltare l’ultimo quarto d’ora della videochat del Corriere, con Pigi Battista che intervista Mario Calabresi. Mi sono fatto persuaso che in giro ci vorrebbero meno Battista, più Calabresi e che dagli anni Settanta se ne verrà fuori – forse – solo quando anche l’ultimo italiano che ne avrà conservato un briciolo di memoria sarà morto.
Ma voi, per caso, vi ricordate una discarica, una statale, un inceneritore, un centro intermodale, una metropolitana leggera – una qualsiasi opera di cosiddetta pubblica utilità, insomma – che sia stata realizzata nello stesso luogo previsto dal progetto originale? Io no, ma forse è perchè invecchio, e la memoria non è più quella di una volta.
17/05/2007
Si vede che da queste parti amano la vita all’aperto, anche a dispetto del clima che immagino essere rigido (e, in effetti, ieri sera dentro il bosco c’erano dieci gradi secchi): non sono pochi i bar che offrono una coperta a tutti gli avventori che decidono di bersi una pivo sedendosi ai tavolini nella zona pedonale – il migliore è un bar-ristorante vicino al Michael’s Gate, che ha delle coperte leopardate davvero glam.
Hvar, il castello che domina la città, è magnifico: imponente, ben conservato, con i lampioni gialli, il prato all’inglese e una vista splendida sulle colline, sulla città e sul Danubio che da qui in alto sembra quello di Strauss e non quello che è veramente – un gran corso d’acqua trasparente come il piombo e fluido come il sangue di un ciclista sul Pordoi. La strada selciata che lo costeggia ti porta quasi dentro le case dei fortunati che abitano questa zona: mi fermo per qualche secondo ad ascoltare voci e a guardare dentro una grande vetrata che scopre un salone altrettanto grande, con i quadri e il tavolo in legno e la libreria e le poltrone – ma me ne vado in fretta, perché mi sembra di importunare quelle voci. Entro nel castello, e, davvero, è propro tutto bello, se non fosse che sulle mura che danno verso il fiume siamo in sette: tre coppie impegnate a esplorarsi reciprocamente, e il sottoscritto.
Succede che la lista di alberghi di Bratislava disponibili su Expedia o Hotels.com non è poi così lunga, e non è nemmeno tanto facile trovare la mappa della città (ViaMichelin, per dire, non ce l’ha). Insomma, finisco per prenotare un po’ a caso (numero di stelle, prezzo, servizi vari) ma senza sapere in che parte della città vado a finire. E mi ritrovo in un albergo che si raggiunge percorrendo una strada che più si avanza e più si restringe, immerso in un bosco fitto e scuro e fresco. Dalla finestra della camera vedo solo alberi. Esco nel parcheggio, per aspettare il taxi che mi porta in centro, e sperimento il silenzio perfetto – lo stesso che ho provato a Vipiteno in una sera di inverno; là in fondo, sul limitare del bosco, c’è un animale che si muove furtivo: io direi che è una volpe, ma forse è pretendere troppo.
Magari capita solo a me, non lo so. Sta di fatto che quando vengo da queste parti – all’Est, per intenderci: nell’ultimo anno Romania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e adesso Slovacchia – mi rendo conto di rimanere deluso nel vedere i segni del mio quotidiano: Ikea, Lidl, Valentino, Shell, Unicredit. Mi guardo intorno sperando – e neanche tanto inconsciamente – di trovare qualche conferma agli stereotipi, ed è come se mi rallegrassi nel vedere una vecchia Skoda 110 (quella con il cofano che si apriva di lato), o tre muri sbrecciati. Ma Vienna è a meno di un’ora di strada, il centro di Bratislava – fatta eccezione per la lingua – è in tutto e per tutto identico a quello di Salisburgo o di Norimberga, le non molte macchine che alle otto di sera si spostano da un semaforo all’altro sono le stesse che si ingorgano in Via Soperga angolo Viale Brianza, le ragazze sono vestite come le vedi a Monte Mario o in Piazza del Plebiscito, e certo non vengono a cercarti le calze di nylon. Sarà la globalizzazione, chissà.
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