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18/11/2004
Dunque, succede che gli accessi al blog schizzano verso l’alto nella misura di oltre il 50%.
Dal giorno immediatamente successivo alla BlogFest.
La cosa è bizzarra anzicheno, perchè – con mio grande rammarico e per mia esclusiva colpa – alla BlogFest ho parlato e bevuto insieme a persone in larghissima misura già conosciute (de visu nonchè via blog).
Siccome non mi sono presentato al tavolo dei relatori a fare domande imbarazzanti ai blogger notturni, non mi sono ubriacato, non ho molestato sessualmente partecipanti alla festa di qualsivoglia sesso e tendenza sessuale (non ho nemmeno allungato le mani sulla blogger che mi ha chiesto di accompagnarla a casa, non so se mi spiego), non ho ballato sui tavoli, non ho nemmeno indossato le Converse gialle, insomma non ho fatto nulla che mi potesse regalare il famoso quarto d’ora di celebrità, questo improvviso – e, credo, effimero – successo mi pare del tutto ingiustificato.
17/11/2004
In quel mentre, il titolare sarà, suo malgrado ma anche con un certo diletto, a bere weizen dagli Agostiniani di Salisburgo.
Voi, però, potreste ben andare ad ascoltare Teo e i PG Time, che fanno solo cover di Peter Gabriel, Dio abbia in gloria lui e loro.
Sabato 20 novembre, al North Carolina di Via Durando a Milano.
Magari mi mandate un SMS, in quel mentre. Se sono ancora sobrio, rispondo.
Zio Burp
Se vi piace la cucina piccante, cercate di seguire i consigli di Gaspar (ma non i suoi scellerati comportamenti).
Gaspar Torriero Gone Verbose
Quattrocentomila linee telefoniche sotto controllo, senza considerare “cimici” a ammennicoli vari. Altro che spam, o utilizzo dei dati personali per l’invio di pubblicità.
Repubblica.it
16/11/2004
E’ una tentazione che viene a tutti coloro che diventano genitori (almeno, a tutti coloro che non vivono di rendita e non godranno degli sgravi fiscali reagan-berlusconiani): calcolare quanto costa un figlio in età compresa tra zero e dodici mesi.
Mettersi lì con un bella tabellona Excel, e fare una lunga (interminabile) lista nella quale si susseguono vestiti, rette del nido, termometri, pannolini, creme, pediatri, giochi, arredamento, ediosacosaltroancora.
Alcuni, tenaci e masochisti, vanno avanti per mesi. Il totale raggiunge valori iperbolici, ed i padri-ragionieri (o le mamme-contabili), presi da disperazione, decidono di andare in analisi dopo aver lungamente meditato l’infanticidio a scopo di risparmio.
Altri, più avveduti, rinunciano intorno al quindicesimo scontrino, consapevoli della vanità dell’azione, ed iniziano a mettere da parte monete da due e da cinque centesimi per acquistare confezioni di sistemi anticoncezionali di sperabilmente provata efficacia.
Entrambe le categorie apprendono del simpatico bonus studiato dagli acrobati del bilancio statale, mille euro per un neonato. Senza aver bisogno della tabellona Excel, fanno quattro conti a mente, realizzano che mille euro servono per tirare avanti da tre a sei mesi, mormorano uno scorato “vaffanculo” e vanno ad aprirsi una Moretti, che di più mica ci si può permettere.
Repubblica.it
15/11/2004
La condizione di emigrante, o di figlio di emigrante, è ancora piuttosto comune in questo paese.
Per quanto mi riguarda, ho la famiglia sparsa in mille rivoli: Milano, provincia di Piacenza, provincia di Pisa, Brescia, Torino. Alcuni di questi rivoli sono tornati “a casa”, in Sardegna; non prima di aver toccato il Canada, il Lazio, la Germania. Per capirci, non ho un parente che sia uno da andare a trovare al cimitero. Se voglio farlo, devo prendere l’aereo; così come mia madre e mio padre.
Ecco, i miei genitori.
Non hanno lasciato il paesino sardo con il sorriso sulle labbra. No, non direi. Ma l’hanno lasciato con una speranza concreta. Andare a cercare una vita migliore. A quei tempi (tra il 1950 e il 1960), si poteva. Sì, certo, la discriminazione (non si affitta a meridionali), una lingua sconosciuta (a Milano, nel ’60, non erano in molti a parlare l’italiano), il clima ostile (mica come adesso: la nebbia, allora, era una cosa seria), e molte cose strane tutt’intorno (mia nonna, messa di fronte alla scala mobile della Stazione Centrale, proruppe in una risata omerica; quando si riprese, riuscì a chiedere a mia madre: “e itt’este custa colora?” – “e cos’è questa biscia?”)
Ma c’era un lavoro, c’era il lavoro, c’era lavoro per tutti.
E si trovava casa: casa popolare, ma erano tre locali e servizi. Con l’ascensore, e la cantina, e la strada asfaltata.
Con qualche anno di risparmio, si poteva comprare la Cinquecento, o la Lambretta. Si potevano comprare i dischi di Celentano, e si poteva andare al cinema a vedere Gassman e i soliti ignoti.
Si potevano fare tante cose, non ultima quella di darsi una dignità. Si poteva avere una speranza.
Oggi, chi lascia casa propria, chi parte dalla Locride o da Ponticelli, questa speranza non ce l’ha più.
Siamo la settima nazione più ricca del mondo.
Repubblica.it
di zop
Questo è un racconto.
No.
E’ un frammento. E un viaggio.
Chi l’ha scritto, non lo posta. Chi lo posta, non l’ha scritto. Chi cerca il racconto, trova un percorso. Al viaggiatore, la ricerca del senso (di significato e direzione). Il racconto ha fine e inizio, ma forse li devi ancora scrivere tu.
Chi sono io? Non lo so.
Sono solo l’insieme di ogni storia che hai scritto. Sono qualcosa che le
comprende e le abbraccia tutte. Tutto ciò che tu scrivi diventa me! Mi
capisci uomo? Mi capisci blogger?
Io cresco giorno per giorno e mi nutro delle tue sensazioni, delle tue idee,
dei tuoi racconti. Ogni tuo scritto, ogni tua parola, ogni tuo ricordo, ogni
tua emozione sono i miei ricordi, le mie emozioni, le mie parole.
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12/11/2004
Mio padre, benchè sardo di nascita, è interista.
Bon, ognuno ha i suoi difetti, non stiamo qui a sindacare.
E comunque: lui era allo stadio, quella sera del 1963, quando l’Inter battè il Liverpool 3-0, semifinale di Coppa dei Campioni. Herrera, Corso, Jair, Mazzola, gente così. Uno stadio che diventa un corpo, la gioia allo stato puro, la consapevolezza che sei testimone di un evento speciale.
Ma quello è il passato. Remoto.
Una sera di qualche anno fa (beh, “qualche”: diciassette), rientro a casa dopo essere stato al cinema a guardare qualcosa di dimenticabile (infatti).
Apro la porta della sala, chiusa per non dare fastidio a mia mamma, già a letto immersa nel “Corriere della Sera”.
Mio padre non è un giovialone, ma è una persona serena e poco incline alla tristezza. Lo guardo, ed ho come l’impressione che gli abbiano asportato la colonna vertebrale. Sfatto, le braccia appoggiate sulla poltrona, lo sguardo smarrito.
“Pa’, cos’è successo?”
“Hanno perso” (e in quella terza persona plurale c’era tutta la disillusione del distacco definitivo dai propri sogni)
“Beh, capita”
“In casa. Con il Turun Palloseura. Unoazero”
“Con chi?”
“Finlandesi”
“…”
“…”
“Bevi qualcosa, pa’?”
“Grazie”
Io voglio bene, al mi’ babbo. Di Severgnini non me ne frega nulla, ma cazzo, banda di pippe in nerazzurro, fatelo per lui, per quelli come lui.
Dedicato al mi’ babbo, e al fratellino Lester
“Sii te stesso,” dici “e tutto andrà bene”.
E io faccio sì con la testa, hai ragione, devo essere me stesso, certo. Tutti dovrebbero essere se stessi, veri, trasparenti.
Ma non te lo dico, anche se forse tu lo sai o almeno lo immagini, che quel me stesso è brutto, debole, impresentabile.
E allora, cosa faccio, cosa facciamo? Mi impegno a costruire un altro me stesso? Non è forse un trucco? E poi, se io sono così “dentro”, non credo di avere molte possibilità di migliorare. O magari no, e sono solo convinto di non averne la capacità e le forze.
Così, a pensarci bene, sono davvero me stesso anche quando provo ad essere altro. Come tutti. A qualcuno riesce meglio, sembra. Io mi devo applicare di più.
– André voleva dire – disse Mary – che con lei puoi essre te stesso.
– Te stesso? E chi è?
– Qualcosa inventerai, – lo rassicurò André.
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