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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    12/02/2007

    Greetings from Paris – 4. Bisogni fondamentali

    Filed under: — JE6 @ 17:55

    Chi ha progettato la specializzazione commerciale delle vie del distretto pedonale di Saint Denis, primo arrondissement, doveva avere ben chiari i bisogni fondamentali dell’uomo (e pure della donna): Rue Montorgueil dedicata agli alimentari – panifici, ortofrutta, pescherie. Rue Saint Denis, la parallela, dedicata ai sex shop, seppure con rare eccezioni – uno straordinario negozio che vende solo ed esclusivamente bottoni, e una fruttivendola fuori ambiente, la cui padrona stava sul marciapiede (e dove se no?) a parlare amabilmente con il suo vicino, un marcantonio nero che cura una vetrina nella quale campeggia la pubblicità di tale Doctor Gyno, e chissà se la signora ne ha mai sfruttato i servigi professionali.

    10/02/2007

    Greetings from Paris – 3. Where do we go from here

    Filed under: — JE6 @ 17:06

    A pochi passi dalla chiesa di Saint Eustache, quella dove e’ sepolto Colbert, vedo un bigliettino giallo per terra, inumidito da una pozzanghera che si sta ritraendo. Mi fermo e mi chino, e leggo di un volo Larnaca-Londra; mi metto a fantasticare sulla persona che lo ha perso, o che lo ha volutamente gettato qui: sara’ arrivato a Londra, poi? Cosa ci stava andando a fare? E perche’ il tagliando della sua carta d’imbarco sta qui – e non, per dire, al Charles de Gaulle? Resto un po’ a divagare, poi vengo risvegliato da un sordo rumore metallico: la partita di bocce, qui a fianco, sta entrando nel vivo.

    Greetings from Paris – 2. Fuori le mura

    Filed under: — JE6 @ 17:00

    Il treno della RER passa in diversi posti dove mi e’ capitato di passare del tempo, anni fa, quando il mio capo di allora lavorava qui e ogni tanto venivo a trovarlo per fare rapporto; Drancy, Parc des Expositions; tutto come allora, si direbbe. Tutto triste, brutto, impoverito e impaurito. Fai passare un affamato ogni santo giorno davanti alle vetrine di un delicatessen, o di un ristorante: prima o poi prende in mano un mattone, e prende cio’ che lo stomaco gli ordina di fare suo. Fai nascere e crescere un ragazzo a Drancy oppure a Choisy-le-Roy, e la molotov e’ una garanzia – altro che la citta’ piu’ bella del mondo e tutte le altre retoriche scemenze che si raccontano sul suo conto.

    Greetings from Paris – 1. Cambronne

    Filed under: — JE6 @ 16:53

    Bella e’ bella, Parigi, chi lo puo’ negare, anche se il titolare qui e’ della scuola di pensiero che “Londra e’ tutta un’altra cosa, e una cosa migliore”. Pero’, diciamolo: e’ sporca. Sporca oltre il concepibile, dal vagone della RER nel quale le suole ti si attaccano al pavimento che questo pare ti stia pregando di non abbandonarlo, alle strade dove passi il tuo tempo a dribblare le deiezioni canine, sempre con gli occhi puntati verso il basso quando invece ci sarebbe cosi’ tanto da vedere lassu’. Pensi al Generale Cambronne, e ti rendi conto che la sua, probabilmente, non era un’imprecazione, ma piuttosto una constatazione.

    09/02/2007

    Pozdrowienia z Warszawy – 7. Il bacio

    Filed under: — JE6 @ 00:50

    Mi sono fermato nel ristorante per qualche minuto in più di quanto sarebbe stato necessario, dopo aver finito la cena. E’ strano e imbarazzante l’effetto che può fare la combinazione di stanchezza fisica, candele accese, birra fresca, Ella Fitzgerald (a Varsavia: Ella Fitzgerald! non ci si crede) e un ragazzo che suona il piano non per me e per gli altri tre avventori, ma chiaramente per se stesso.
    Saluto il cameriere – thank you very much, sir, dice con quella sua faccia slava quadrata e allegra – e mi fermo giusto in tempo per non scivolare sugli scalini coperti di neve e ghiaccio che portano al pavè della piazza del Castello Reale. Sospiro, alzo la testa, e vedo una coppia attraversare il grande spazio semivuoto: sono giovani, poco più che ventenni direi; lui porta in braccio lei, un braccio a reggere le ginocchia e l’altro le spalle. Lei si tiene aggrappata al collo di lui, e nessuno dei due sembra fare il minimo sforzo. Si fermano, lui le fa appoggiare i piedi per terra avendo cura di non farla scivolare, e poi la bacia. Io scendo con cautela i maledetti scalini, mi avvio e gli passo accanto. Si stanno ancora baciando.

    Pozdrowienia z Warszawy – 6. Il bambino

    Filed under: — JE6 @ 00:40

    La parte della città che riesco a percorrere è piena di statue: poeti, marescialli, santi, soldati. Ma ce n’è una che mette addosso una inquietudine difficile da spiegare, una di fronte alla quale sono stato almeno cinque minuti, fermo a fissarla mentre la neve si scioglieva in piccoli rivoli che cadevano a terra e un tassista che aspettava clienti mi guardava con aria tanto stupita quanto annoiata. E’ una piccola statua, incastonata dentro le mura di mattoni che circondano parte della città vecchia, Stare Miasto. E’ la statua di un bambino, di cinque o sei anni. In testa ha un elmetto, tanto grande da cadergli ben sotto le orecchie e da coprirgli abbondantemente la fronte; indossa una specie di uniforme, che gli arriva alle ginocchia, sotto le quali le gambette sono coperte da un paio di stivali anfibi. Intorno al collo gli gira un nastro, e a quel nastro è appeso un mitra, che il bambino tiene con qualche fatica, con entrambe le mani. Ai piedi del cippo che regge la statua, nella neve, ci sono tre lumini, di quelli rossi che si portano nei cimiteri. Sono spenti.

    Pozdrowienia z Warszawy – 5. Passa la bellezza

    Filed under: — JE6 @ 00:31

    Entro in Stare Miasto, e mi fermo a guardare il vecchio Palazzo Reale. Che, a ben vedere, non sembra poi così vecchio. Leggendo uno dei pochi cartelli disponibili con la traduzione in inglese, scopro infatti che è stato praticamente raso al suolo durante l’occupazione nazista, e ricostruito tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta grazie – così si dice – alla mobilitazione degli intellettuali polacchi e ai fondi interamente raccolti tra gli indigeni e gli emigrati all’estero. Penso che, proprio come a Bucarest l’anno scorso, non ho trovato nulla (con l’unica eccezione di un cippo intraducibile, nella quale si parlava di kommunist e Chicago) che riportasse alla memoria i cinquanta e passa anni di governo comunista, mentre in quasi ogni via si trovano targhe che parlano del 1944, e di hitlerowcy rozstrzelaly 30 (40, 50) polakow. Quasi di fronte alla Biblioteca Nazionale, e a fianco di una pazzesca struttura che potrebbe essere quella del ministero della giustizia (coperta di simboli giuridici come la bilancia, e di frasi latine tradotte in polacco che ricordano quanto sia buono e giusto rispettare la legge) si trova un gruppo di statue che raffigurano i soldati polacchi della seconda guerra mondiale: chi con un fucile, chi con una bomba a mano, chi con una granata, a difesa di una terra spazzata prima da ovest verso est, e poi dalla risacca dell’Armata Rossa. E’ come se il baricentro della storia di questo paese, almeno di quello intellegibile da uno straniero come me, fosse proprio dato da quei sei anni tra il 1939 e il 1945, è come se i polacchi volessero fissare – sui muri, nelle piazze – in modo indelebile e indistruttibile il ricordo che dice “ecco, guardate cosa ci hanno fatto”. Del comunismo, però, io non trovo traccia, il che mi pare stupefacente. Ma mi viene in mente quello che mi diceva questa mattina una giovane donna con la quale avevo da poco finito di parlare di giornali e di database e di servizi postali: i nazisti sono arrivati e hanno distrutto tutto, i comunisti hanno ricostruito ma non gliene importava nulla, non gli interessava la bellezza – they were not interested in beauty. Non so, forse l’eredità della falce e del martello è proprio il grigiore di cui scrivevo prima, l’anonima tristezza di palazzi insignificanti, di architetture senza fantasia e senza passione: te la puoi prendere e puoi continuare, sessant’anni dopo, a prendertela con gli unni che vennero da Berlino, ma fai fatica a odiare chi era così burocraticamente vuoto da non riuscire a lasciare traccia di sè – in fondo, anche noi sbeffeggiamo i presuntuosi costruttori dell’Altare della Patria, ma non riusciamo a provare sentimenti nei confronti degli equivalenti capitalistici degli apparatcnik che hanno sconciato le nostre città.

    Pozdrowienia z Warszawy – 4. Tra il bianco e il nero

    Filed under: — JE6 @ 00:01

    Varsavia è una città di grandi spazi. Grandi viali, case distanti l’una dall’altra. Mi chiedo come sia con il sole, se la libertà di movimento dei raggi riesce a farla brillare oppure se il suo colore tipico è quello del cielo ferroso che sta sputando nevischio ghiacciato dalla notte scorsa. Guardo i palazzi, e molti di loro sono ricoperti da quella patina grigiastra di – cosa: sporcizia? inquinamento? semplice invecchiamento? – che mi aveva tanto colpito a Bucarest: come se ogni muro portasse su di sè un retino, un venti-trenta per cento di nero. Eppure Varsavia non è Bucarest, qui non avverti la povertà, la fatica e la paura di non arrivare alla fine del mese – anche se un paio di mendicanti assolutamente insospettabili all’apparenza mi hanno chiesto qualche zloty, con mia notevole sorpresa. Non riesco a farmi un’idea di questa città, che mi sembra sospesa tra nord e sud, tra est e ovest tenendo forse qualcosa di tutti e quattro i punti cardinali – e finendo così per non essere nessuno di loro.

    07/02/2007

    Pozdrowienia z Warszawy – 3. Big Brother(s)

    Filed under: — JE6 @ 22:45

    Uno si culla nell’illusione di essere nato e cresciuto nella patria del nepotismo; poi arriva in un paese nel quale il presidente della repubblica [1] e il primo ministro sono fratelli gemelli, pensa alla mafia russa e a quella cinese, e realizza che il Belpaese è davvero retrocesso in serie B.

    [1] Il signore in questione, una settimana fa è scivolato mentre andava a messa nella cappella del palazzo presidenziale [1 bis], rompendosi il braccio sinistro. Ieri, sull’equivalente polacco della Gazzetta Ufficiale, è stato pubblicato l’annuncio del rifacimento della pavimentazione del palazzo medesimo, con apposito impianto di riscaldamento interrato per scongiurare perniciosi ghiacciamenti.

    [1 bis] Esattamente il posto dove questa sera mi sono fermato per rispondere a mia moglie che mi telefonava da casa – e il militare di guardia non ha gradito molto, mi è parso.

    Pozdrowienia z Warszawy – 2. Calorie

    Filed under: — JE6 @ 22:36

    I locali – quelli con i quali ho parlato – dicono che a quattro, cinque gradi sotto zero mica si può parlare di inverno. Infatti, l’acciottolato di Stare Miasto, la città vecchia, inizia a ghiacciare solo verso le otto di sera, e gli inglesi (ma non gli indigeni, che non sono del tutto scemi) possono andare in giro vestiti solo delle loro improbabili giacchette, con le camicie aperte fino all’ombelico o quasi. L’anno scorso, mi dicono, di questi tempi faceva venti e anche venticinque sotto zero, e mi chiedo come abbia fatto a sopravvivere la vecchietta che ho visto inginocchiata dalle parti dell’arcivescovado, mentre chiedeva l’elemosina ai rari passanti. La cucina locale, ovviamente, non si sdilinquisce in creazioni sofisticate, ma mira subito al raggiungimento dell’obiettivo primario – la sopravvivenza: così, la zurek na zarkwasie non è la solita zuppetta insignificante e scipita che ti possono appioppare in Francia, ma ti regala dei pezzi di salume e nientemeno che un mezzo uovo sodo, che ovviamente non riesce a sciogliersi – nemmeno nello stomaco. E il golenka è un blocco ciclopico di carne di maiale – l’intero ginocchio – accompagnato da patate e crauti e rafano, e insomma dopo mezz’ora sei stanco morto ma hai ripreso conoscenza e soprattutto calore, abbastanza da poterti riavventurare per le strade senza il timore dell’ipotermia.