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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    25/03/2010

    Un’ora

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    Non era la prima volta che andava nel quartier generale della banca, a Vaduz. Ci era stato molte altre volte, fino a perdere interesse per quel paesino chiuso da una banale autostrada a due corsie per parte, i suoi negozietti di souvenir, i suoi bar da bordello tedesco con le foto di ragazze ammiccanti appese tra un orinatoio a muro e l’altro. Ma questa volta era diverso, era lì sapendo che la convocazione non era stata fatta per fargli i complimenti, ma per consigliargli di cercarsi un nuovo lavoro – e in fretta.
    Si sedette nell’anticamera del grande ufficio del responsabile delle risorse umane, si strinse ancora il nodo della cravatta, controllò di avere le scarpe lucide ma non troppo, mise a posto i polsini della camicia allungandoli al punto giusto oltre l’orlo della manica della giacca. Controllò il palmare: nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna mail. Si guardò intorno, troppo distratto per apprezzare la bellezza dei quadri appesi ai muri. Controllò nuovamente il palmare, e lo fece almeno altre cinque o sei volte durante l’intera ora di attesa che il grande manager lo costrinse a fare, mentre il sudore iniziava a colargli lentamente lungo le spalle, e ogni volta il display rimase muto e buio, con l’unica eccezione della data, dell’ora e delle icone dei servizi. Lo spense.
    Finalmente entrò, ascoltò ciò che sapeva che gli sarebbe stato detto, si alzò, strinse la mano all’uomo che stava dall’altra parte della scrivania e uscì dall’ufficio. Riaccese il palmare, e lo trovò come lo aveva lasciato. Camminò fino al parcheggio, e fece tutto ciò che doveva – salì in macchina, allacciò la cintura di sicurezza, guidò per un’ora fino all’aeroporto, riconsegnò la vettura, fece il check-in, lesse distrattamente un libro, salì sull’aereo, si preparò al decollo. Metodicamente controllò il palmare, fino al momento di spegnerlo all’ordine del capitano: nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna mail. Una volta arrivato a destinazione riaccese il palmare, lo guardò senza sorprendersi fino al momento in cui il taxi lo lasciò davanti al cancello del palazzo dove abitava.
    Per i due giorni successivi guardò quello schermo ogni volta che poteva, con un misto di rabbia e delusione. Fino a quando la trovò nel parcheggio del grande centro uffici dove entrambi lavoravano, che aspettava fumando nervosa e mangiandosi le unghie. Appena prima che lui le dicesse quanto aveva aspettato una sua chiamata in quel giorno difficile, lei scoppiò a piangere e non smise per l’intera ora che seguì, un’ora lunga quanto quella che lui aveva passato ad aspettare nell’anticamera del grande ufficio di Vaduz, pesante quanto quella che aveva trascorso ascoltando quanto era diventato inutile per la banca nella quale aveva lavorato per otto anni. Lei gli raccontò la sua storia, che era una storia come mille altre e però era la sua, la più importante del mondo. Quando ebbe finito lui le toccò un gomito, le disse vieni, lascia qui la tua macchina, ti accompagno a casa, e così fece, guidando in silenzio mentre lei iniziava e finiva un pacchetto di fazzoletti di carta tamponando le lacrime. Poco prima di fermarsi davanti alla casa di lei, lui le disse che due giorni prima era stato licenziato, ma che era riuscito a trovare un accordo per un’uscita onorevole, dalla quale sarebbe riuscito a guadagnare bene. Lei non rispose, e in quel momento lui si rese conto che non le aveva mai voluto tanto bene.

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