Sulle barricate?
Mio padre è andato in pensione all’età di 56 anni. Vent’anni fa. Mio suocero è andato in pensione all’età, se non ricordo male, di 54 o 55 anni, più o meno una quindicina di anni fa. Entrambi godono di ottima salute, per fortuna, e mi auguro con tutto il cuore di vederli invecchiare ancora a lungo.
Detto questo, non mi posso nascondere che sto lavorando per garantire il sostentamento di mio padre e/o mio suocero (il che mi fa piacere) sapendo che io non potrò mai contare su un analogo trattamento da parte di mia figlia e che, anzi, più garantirò il sostentamento di mio padre e/o mio suocero più metterò a rischio un qualsiasi mio sostentamento futuro.
C’è poco da fare, la questione delle pensioni non è una questione di finanza: è una questione di scontro per la sopravvivenza tra generazioni – fino a quando una non andrà in piazza gridando “noi non vogliamo più pagare per voi” non ci sarà riforma che tenga.
September 7th, 2006 at 15:39
imo, in particolare è una questione di tesserati.
i tesserati ai sindacati sono in maggioranza pensionati, i quali hanno fruito del metodo retributivo (che nell’italia del dopoguerra fu il modo scelto per gestire, a fronte di una povertà diffusa e di una “gioventù relativa” della popolazione, un welfare di tipo essenzialmente assicurativo, cioè non redistributivo e non univeralistico, familicentrico, che garantiva una certa pace sociale).
Oggi che la famiglia fondata sul lavoro del maschio adulto lavoratore non è più la base della società, che si muore più tardi, e che i soldi di conseguenza mancano, si è passati al metodo contributivo, che permette una gestione più sana e sensata.
ma è essenzialmente per l’opposizione dei sindacati, che giustamente difendono i loro tesserati, che le riforme non hanno mai posto il problema centrale della retroattività.
In sostanza si è detto: da oggi andrà così, il passato è passato.
(è stato fatto cioè lo stesso che con i contratti di lavoro: invece di introdurre in modo equo elementi di flessibilità e tutele “sociali” per tutti i contratti, si è preferito non toccare chi già aveva un lavoro e di fatto introdurre la flessibilità solo su base generazionale. Ergo, la lotta tra generazioni è essenzialmente un problema di scelte politiche, cioè di consenso)
tutto ciò spiega perché lo stato spenda oggi il 65-70% del bilancio di welfare in pensioni, cioè perché non abbia soldi per tutte quelle misure universalistiche e redistributive essenziali a una società cosiddetta “postfordista” e flessibile (redditi di disoccupazione, di formazione ecc), che altre nazioni hanno adottato.
September 7th, 2006 at 15:57
E’ anche una questione di tesserati, ma non solo. I sindacati difendono gli interessi della grande maggioranza dei loro iscritti; i risultati delle loro azioni sono a volte buoni e a volte no, prendendo in considerazione il cosiddetto interesse generale, ma la ratio delle loro scelte è chiara e comprensibile.
Temo, invece, che il vero problema sia un altro (et voilà il benaltrismo): molti, troppi ventenni-trentenni-quarantenni in cuor loro sperano ancora di poter godere di un trattamento simile, se non uguale, a quello dei loro padri. E quindi non si ribellano contro i padri medesimi perchè – così facendo – si tirerebbero la zappa sui piedi. Sbaglio di tanto?
September 8th, 2006 at 09:25
è probabile che molti giovani sperino in un trattamento simile ai loro genitori. Tra l’altro è anche possibile che una parte di loro lo avrà (considera un giovane assunto a 25 anni che inizia a calcolare la sua pensione con metodo contributivo e magari devia il tfr in un fondo: le sue prospettive pensionistiche, considerando la lunghezza della vita media, non sono così tragiche, a meno di bancarotte dello stato, comunque piuttosto improbabili).
E chi inizia più tardi per motivi scolastici ha però in molti casi prospettive di reddito più alte che giustificano e riparano al ritardo contributivo.
Ovviamente il problema sono i moltissimi che alternano lavori parasubordinati e spesso non qualificati: per loro la prospettiva è molto meno rosea.
Ma attenzione: nel loro caso la questione non è il debito inps, che comunque lo stato ripaga, ma il fatto che nei lavori parasubordinati il pagamento dei contributi è aleatorio (basti dire che se non hai 6 anni di contributi nella gestione parasubordinata inps, non puoi fare nemmeno il cumulo con eventuali successivi impieghi a tempo indeterminato: in altre parole hai buttato gli anni nel cesso).
In altri termini il punto per loro è la riforma dei contratti e il fatto che si è deciso a livello politico di far pagare solo a loro i costi della flessibilizzazione, senza avere i soldi per costuire moderne tutele (dato che tutti i soldi vanno in pensioni, come detto, per motivi di consenso sociale: i tesserati. – Sarà mica un caso che la rappresentanza sindacale dei parasubordinati è praticamente inesistente?)
considera infine un aspetto noto: nello scambio sociale gestito dal welfare assicurativo del dopoguerra (frutto di un tipico compromesso fordista tra classi) il ruolo della famiglia e del capofamiglia è fondamentale in termini di coesione sociale per via di potere finanziario: se molti giovani non si ribellano alla situazione è perché le loro scuole e spesso anche le loro prime case sono pagate con le pensioni retributive dei papà: cioè, non si ribellano per un ovvio vincolo di riconoscenza (e ciò costituisce un aspetto del tortuoso doppio legame che rende così debole l’autonomia esistenziale e l’autoriconoscimento delle giovani generazioni, e spiega in parte il fenomeno della cosiddetta “adultescenza”)
scusa la consueta lunghezza