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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    14/07/2008

    Una mattina di luglio, nella periferia di Milano

    Filed under: — JE6 @ 07:51

    Poco fa, uscendo di casa – erano le sette – mi sono guardato in giro e c’era un cielo cupo e nero verso ovest, verso il Piemonte. Ma c’era anche una specie di buco tra le nuvole in direzione delle Prealpi bergamasche, e da quel buco veniva fuori un sole nordico, luminoso anche se non caldo. Il giardino era un po’ più verde del solito, grazie alle piogge di questi giorni, e non so perchè ma mi sono tornate in mente certe mattine di parecchi anni fa, quando ci trovavamo all’alba per salire ai rifugi delle Dolomiti di Brenta, e l’atmosfera era un po’ la stessa. Ho salutato il mio dirimpettaio di box, sono salito in macchina, ho guardato le pozzanghere nelle quali si riflettevano i palazzi del mio quartiere, ho visto le cime delle montagne – perchè sì, da casa mia si vedono le montagne, e a volte questa è proprio una cosa che non ha prezzo – è partito un cd che avevo lasciato ieri sera, un vecchio rock ‘n’ roll dei Dire Straits, e ho pensato che la vita in città può non essere così brutta e grigia come la si dipinge, dipende (quasi) tutto da come ci si sente. Adesso, sotto le finestre del mio ufficio, un TIR sta caricando; però, tra i cavi degli elettrodotti, si vedono le montagne anche da qui.

    12/07/2008

    Solo il titolo

    Filed under: — JE6 @ 21:37

    Devono esserci un milione di persone su questa spiaggia. E non si fermano mai; le avverto, quelle che camminano lungo il bagnasciuga, quelle che si parlano dei nipoti, quelle che si comprano un gelato, quelle che si fanno fare un massaggio, quelle che cercano un bambino allontanatosi troppo, quelle che si vedono troppo grasse. Ogni tanto mi chiedo perché vengo in questi posti, e perché ci vengo da solo. Ogni volta mi rispondo le stesse cose: ci vengo perché, anche se non amo particolarmente la gente, non posso passare la vita a tenermene alla larga, alla fine diventa troppo faticoso; e ci vengo da solo perché sono solo, tutto qui.
    Ho in mano un libro, una raccolta di racconti tanto brevi da confondersi gli uni con gli altri così che adesso che mi mancano si e no una trentina di pagine per finirlo posso soltanto ricordarne il titolo, una cosa che ha a che fare con i treni e le strade; lo chiudo, lo appoggio sulla sabbia, mi abbasso gli occhiali da sole sugli occhi e mi guardo in giro. E’ una delle cose che preferisco fare: guardare gli altri, senza farmi vedere, e ascoltarli senza farmi notare. Non mi definirei un voyeur, non mi riconosco nessuna morbosità, non sono nemmeno particolarmente curioso: c’è chi ama guardare i panorami, le cime delle montagne, le onde del mare; e chi ama guardare le persone, che in fondo sono anche loro parte del mondo. E poi, qui in Romagna, il mare non ha onde, e le cime delle montagne sono rimaste all’orizzonte della mia casa di Milano, almeno in quelle giornate abbastanza ventose e terse da permettermi di allungare lo sguardo fino al Monte Rosa. Insomma, questo è quel che passa il convento: il milione di persone sparse in modo uniforme sui due o tre chilometri di questa spiaggia.
    Sposto lo sguardo trovando tutti coloro dei quali poco fa semplicemente sentivo la presenza, e ne sono un po’ scioccamente consolato. A poca distanza da me, sette o otto metri sulla mia destra, c’è un gruppo di ragazzi. Ragazzi. Ecco, non so. Più giovani di me lo sono di sicuro, i maschi non hanno né la barba spruzzata di bianco né quel poco o tanto di pancia frutto di troppi anni passati seduti in un ufficio o sul sedile di una macchina o su quello di un aereo; e le femmine non hanno quella manciata di rughe intorno agli occhi, né mostrano quei piccoli o grandi segni che l’aver partorito porta inevitabilmente su qualunque donna, fatta eccezione per le attrici di Hollywood. Sembrano amici da tanto tempo, non so bene da cosa si capisce, mi pare solo di intuirlo: si conoscono forse da quando hanno sedici anni, passavano tutti le ferie qui con i genitori, adesso ci tornano con la scusa di venire a trovare quei due o tre che abitano davvero da queste parti e hanno una casa con un paio di letti o di divani da offrire per un week-end. Mi pare di riconoscere un paio di coppie, forse quei due seduti per terra su un asciugamano preso con i punti della benzina si sposeranno entro un anno o due, il tempo di mettere da parte ancora quattro soldi e firmare un mutuo eterno; qualcuno, tra gli altri, li guarda e inorridisce all’idea, qualcuno invece vorrebbe essere al posto loro ma non lo dice perché non si vuole mostrare per un cuore solitario – non durante un fine settimana al mare, almeno.
    Mi fermo a guardare una delle giovani donne, che mi colpisce perché è quella che negli ultimi dieci minuti ha parlato di meno e quando lo ha fatto ha tirato fuori una voce profonda e senza accento, il che è strano perché a pensarci bene un accento lo abbiamo tutti, più o meno forte, e lei invece no. E’ una bella donna, ma non è questo che mi fa fermare per qualche minuto gli occhi su di lei, visto che nel milione di persone che vanno incessanti avanti e indietro le belle ragazze si sprecano; è che mi pare che anche lei ogni tanto si guardi intorno, con un’espressione nella quale credo di intuire il piacere per ciò che sta facendo e il desiderio di essere da tutt’altra parte. Non capisco se sta insieme a qualcuno, anche in modo non proprio ufficiale, e mi trovo a realizzare che questo sì che mi incuriosisce, lo vorrei sapere davvero. Per fare cosa, poi, non lo so: la guardo, fantasticando su quanti anni ha, e da dove viene, e cosa fa nella vita, e perché diavolo può parlare un italiano puro senza la minima inflessione; potrei fare lo stesso sulla ragazza che le sta sdraiata vicina, quella che ride un po’ più forte mettendosi però la mano sulla bocca come fanno quelle che a quattordici anni hanno dovuto portare l’apparecchio per i denti e non si sono più liberate della necessità di non farsi vedere con la bocca aperta. Ma lo faccio su di lei, così come domani potrei farlo su chiunque altro anche se in fondo mi auguro che i nostri ombrelloni siano ancora nella stessa posizione di oggi. La vedo che fa un cenno ad uno dei maschi che stanno parlando di Formula Uno, e la sento chiedergli di prenderle un libro appoggiato su una borsa da mare arancione. L’amico lo fa, e non riesco a trattenermi dal sorridere, perché è esattamente lo stesso libro che sto leggendo io, quello dei racconti belli e brevi, quello dei treni e delle strade, quello di cui alla fine mi ricordo solo il titolo. Come coincidenza non c’è male, penso; così, mi alzo, mi stiro trattenendo un po’ il respiro per non mostrare i quattro chili di troppo che non ho voglia di smaltire, e penso che sia l’ora di farmi una birra fresca. Alle mie spalle sento la giovane donna, bella e senza accento, ringraziare l’amico che le ha porto il libro, e mentre mi allontano mi chiedo se anche lei, come me, ne ricorda solo il titolo. In fondo, anche se non la conosco e non la rivedrò mai più, spero di no.

    Goodbye, Tony

    Filed under: — JE6 @ 14:01

    Stanotte passeranno su Cult le ultime due puntate dei Soprano (sì, lo so, è roba di due-tre anni fa: ma tutto è nuovo se è la prima volta) e io son qui depresso come AJ, chè ne sento già la mancanza.

    11/07/2008

    Aver di meglio da fare

    Filed under: — JE6 @ 16:34

    A me piacerebbe sapere cosa ne pensate voi di quelli che passano una notte ad aspettare di poter comprare un telefono o quel cazzo che è l’iPhone (cosa ne penso io l’ho scritto di là, sui muri della casa del socio di Roma).
    [Ah, se siete uno/a di quelli che passa una notte eccetera, non vi chiedo di dirmi cosa ne pensate di voi stessi, ma almeno di farmi capire – ad esempio, capire perchè non potevate aspettare una settimana, o un mese, non so]
    Brodo Primordiale

    La tua assenza è un assedio

    Filed under: — JE6 @ 16:28

    Non credo che mi convertirò all’ascolto di Piero Ciampi, ma come si fa a non concordare con Suz quando scrive “e ditemi voi se non è un poeta immenso uno che scrive il verso “la tua assenza è un assedio” e lo butta lì in una canzone”.
    Suzukimaruti

    Uguaglianze

    Filed under: — JE6 @ 10:57

    Siamo nati e cresciuti nella convinzione, spesso autoimposta per carità di patria e timore di andare in pezzi, che la legge sia uguale per tutti: cioè che siamo tutti uguali di fronte alla legge, alla Giustizia.
    Il fatto è che, al tempo stesso, godiamo nel riempirci la bocca di solenni massime fondate sul culto dell’individualismo, della coltivazione e del rispetto della diversità. Ma viene un momento nel quale le due convinzioni si scontrano, perchè se davanti alla legge siamo tutti uguali non possiamo anche essere diversi – e allora inizi a scervellarti su come sia possibile tenere tutto insieme, i codici e il velo delle donne mussulmane, i codici e le trasfusioni di sangue dei testimoni di Geova, i codici e l’erba meditativa dei rasta, e così via. Sono tempi, questi, nei quali si fa un gran parlare di leggi ad personam: e forse faremmo bene a capire che la questione non riguarda solo Silvio Berlusconi.
    Repubblica.it

    10/07/2008

    Farsi migliorare

    Filed under: — JE6 @ 15:01

    Lo so che alla fine è sempre la solita storia dell’uovo e della gallina, di chi alimenta chi. Ma pensavo a questo post di Mantellini dal quale estrapolo un paragrafo interessante:
    Con quale coraggio il Corriere darà sfogo alla indignazione delle proprie migliori penne sulla volgarità ascoltate ieri (davvero nessuno di voi aveva mai ascoltato storielle sulla ipotetica omosessualità del papa? ehi ma in che mondo vivete?) dopo aver per settimane (online e su carta) dissertato finemente delle orgie sado-maso di Mosley (che giustamente ieri ben accampato in testa alla homepage di Corriere.it dichiarava che se non capiamo la raffinatezza dell’SM saranno poi affari nostri).
    Ci pensavo, ecco, perchè una ventina di minuti fa i cinque articoli più letti di Corriere.it erano i seguenti:
    1 Arrestato Victor: «Ho ucciso Federica»
    2 Modelle di giorno, squillo di notte
    3 Federica con Victor
    4 Victor: «Ho soffocato Federica»
    5 Dubai: sorpresa a fare sesso in spiaggia Giovane britannica ora rischia 6 anni

    E pensavo al mio lavoro, come al lavoro di tanti altri, pensavo al fatto che la qualità dei fornitori dipende anche dalla qualità dei clienti, e quella dei giornali da quella dei lettori – tutta roba banale, lo so, ma della quale, per comodità, pigrizia e paraculismo ci dimentichiamo fin troppo spesso.
    Mantellini

    09/07/2008

    Del come di tante erbe a volte si è costretti a fare un fascio

    Filed under: — JE6 @ 16:31

    Giustamente vengo invitato a non giudicare Piazza Navona solo per i sostenuti reportage dei Giornalisti, considerando anche il punto di vista di chi in quella piazza c’era. Zoro, ad esempio, che qui racconta la sua serata – e non ci vuole molto a capire che lui ha guardato tanto chi stava sopra quanto chi stava sotto il palco, a differenza dei Cronisti. E però devo dire che, se da una parte sono contento di correggermi, di ammettere che non è così vero che “una fazza una razza”, dall’altra il post di Diego mi riempie di malinconia: perchè lui e molti altri erano lì sostanzialmente per disperazione, per esserci e non lasciar cadere nel vuoto un’opportunità quale che questa fosse. Dal mio punto di vista, ecco: li capisco. Però sapevano che là sul palco ci sarebbero stati le Guzzanti e i Travaglio e i Di Pietro e i Grillo, sapevano che quella era la piazza delle star e che loro – a meno di non mettersi a fischiare sonoramente i protagonisti – sarebbero stati solo e semplicemente il pubblico delle Guzzanti e dei Travaglio e dei Di Pietro e dei Grillo. Quel che è successo, infatti: e purtroppo le buone intenzioni non portano necessariamente a buoni risultati.
    Zoro

    Una fazza, una razza

    Filed under: — JE6 @ 12:37

    Da quel che ho leggiucchiato in giro, mi sono fatto l’idea che l’entusiasmo dei partecipanti alla manifestazione di ieri a Roma sia semplicemente una variante delle manifestazioni dell’Italia berlusconiana – cioè che, a suo modo, nel suo applaudire e schernire e mandare in culo e sbellicarsi rabbiosamente al pensiero dei pompini, il pezzo di Italia raccoltosi in Piazza Navona sia ben poco diverso da quello che, chessò, si riunisce nel pratone di Pontida o va ad osannare l’attuale PresDelCons. Si veste di rosso, ecco la differenza, ma quello dipende dai consigli dello stilista.

    08/07/2008

    Dopo, non prima

    Filed under: — JE6 @ 21:12

    Ogni tanto succede che questi giocattoli che abbiamo in mano – blog e Twitter e chat e tutte le altre pinzillacchere che quelli cool chiamano 2.0 – ci sfuggono di mano. Succede che non ci ricordiamo che si tratta di giocattoli, certo, e che in quanto tali possono far male, come una pallonata nello stomaco: sono pubblici, le parole che diciamo vengono lette non solo dalla persona alla quale sono indirizzate ma da dieci, cento o mille altre ancora; le battute che facciamo escono dal nostro microcosmo ed entrano in molti altri, con tutto quel che ne consegue. Avrete capito che l’infelice battutista è il titolare qui – uno non esattamente celebre per il suo humour, diciamo; e che il titolare qui si è reso conto, pochi attimi dopo aver schiacciato il famigerato tasto “Publish” (dopo: non prima; la differenza tra un deficiente e un saggio) di aver scritto – in buona fede, senza malizia: ma conta? – una scemenza che avrebbe ferito una persona. Il titolare qui ha chiesto scusa, per quel che vale, e qui le rinnova nel caso che quella persona passasse da queste parti; ma si ritrova a pensare se cinque anni e mezzo di blog et similia davvero gli hanno insegnato tanto poco da fargli dare uno schiaffo noncurante ad una persona (chiunque questa sia) pensando che quello sarebbe stato preso con il sorriso sulle labbra, alla stregua di un buffetto amichevole. Non si impara mai abbastanza, nemmeno dai propri errori: che soddisfazione, eh?