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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    14/10/2008

    Greetings from Las Vegas – 14. Steak house, Strip House

    Filed under: — JE6 @ 23:59

    Siamo come nelle barzellette – Florence dalla Francia, Gerardo dalla Spagna, Stephan dalla Germania e io. Decidiamo di saltarci l’ennesima International Reception, e di andare a mangiare qualcosa insieme. I need a steak, fa Stephan – okay, facciamo noi. E però, come faccio a dire che volevo tornare da Hooters, che c’è il Monday Night della NFL e la birra ghiacciata eccetera eccetera. Mi adeguo, sono amici, ho voglia di stare in compagnia. E in nome della compagnia vado alla Strip House, che qui ha un significato ambiguo perchè la Strip è Las Vegas, è la via che riassume tutto – ma il locale è dedicato alle stripper degli anni Quaranta e Cinquanta, e i muri rossi sono adornati di foto bellissime di queste ragazze con i costumi di scena, e il confronto con le sei ragazze che dopo un’oretta vengono a sedersi al tavolo vicino al nostro è impietoso, queste sono delle vie di mezzo tra Pam Anderson e Jessica Simpson, tutte uguali, tutte fighe allo stesso modo patinato, che non dispiace guardarle ma poi non ti rimane nulla. Comunque, spendo novantacinque dollari per un pezzo di carne nemmeno tanto buono, e non vedo l’ora di andarmene perchè io, purtroppo o per fortuna, non sono fatto per questi posti, e però mi trascinano in un altro locale sulla Strip, e stiamo all’aperto a ghiacciare nel vento gelido di questi giorni a muoverci avanti e indietro al ritmo di musica giamaicana guardando lo spettacolo delle fontane del Bellagio, parliamo della tournee di ballo swing che Florence farà negli USA, di Obama, e non so come dire, come spiegare quanto sia strano – e bello – essere tutti lontani da casa ed essere per un paio di ore vicini tra noi.

    Greetings from Las Vegas – 13. A distanza

    Filed under: — JE6 @ 16:49

    A diecimila chilometri, a nove ore. Si fa una vita strana, in una settimana così. Una vita che è qui, e che è altrove. A distanza. Si lavora a distanza, parlando con i colleghi che stanno finendo la giornata mentre tu non hai ancora fatto colazione e sei sul pullman che ti porta in fiera. Si lavora di notte, in aggiunta a ciò che si è fatto di giorno qui in loco, perchè ci sono delle cose urgenti che non possono aspettare la tua mattina. Si finisce di cenare e si manda un saluto a casa, dove si preparano per andare in ufficio o a scuola. E’ come se tutto fosse diviso, e a volte raddoppiato.
    E poi si scrive. Si ha voglia a dire che si scrive per se stessi. Sì, certo: lo si fa per buttare fuori, e ci sono dei momenti in cui la cosa si fa tanto urgente che lasci tutto il resto e lo fai, e scrivi. E dall’altra parte del mondo, a nove, a quattordici ore di distanza c’è qualcuno che ti legge – e soprattutto qualcuno che ti capisce: qualcuno che è come se fosse lì con te. Poi, non si può aver tutto dalla vita, e c’è chi vorresti che ti leggesse e non lo fa, o non ci si trova, o non riconosce le sue parole – o magari lo fa e non te lo fa sapere, che è invece la cosa che tu vorresti. Ma non importa, o comunque – anche se importa – vai avanti. C’è un altro giorno, qui, e altra gente da incontrare, e altre righe da scrivere.

    Greetings from Las Vegas – 12. Jessica

    Filed under: — JE6 @ 01:17

    Ha il nome di una spogliarellista, ma non ne ha nè il fisico nè il temperamento. E’ la mia cliente più importante, ed è un’amica. E’ una fortuna non da poco. Everything is great with Italy, mi dice – e in effetti abbiamo quintuplicato il fatturato in cinque anni. Parliamo un po’ di lavoro, vediamo i risultati delle campagne appena concluse, facciamo un po’ di pianificazione prima del meeting di febbraio. Poi, come al solito, divaghiamo. Jess è un’americana di seconda generazione, la famiglia viene dalla vecchia Bielorussia – e soltanto una parte è riuscita a sfuggire ai pogrom e allo sterminio degli ebrei. Ha un po’ di parenti in Francia, è venuta in Itaia a vedere dove alcuni suoi zii si sono rifugiati per qualche tempo. E’ il miglior tipo di americano possibile, quello che è orgoglioso del suo paese ma sa dov’è e cos’è il resto del mondo. Ho sentito che l’85% degli americani non ha il passaporto, le dico facendo un po’ di ironia sui suoi compatrioti che vengono a Las Vegas pensando di andare a Venezia o a Parigi. Should it be only 50% I wouldn’t be surprised – but I’m horrified anyway, mi risponde. Ci vediamo due o tre volte all’anno, una volta a Londra, una in Francia, una in America. E ogni volta parlare con questa quasi cinquantenne che usa un american english pieno di accenti frutto dell’essere nata a New York, vissuta a Philadelphia e trapiantata a San Diego rappresenta una piccola oasi, è stare con una persona e non con un biglietto da visita. Thank you for your time, mi dice quando ci salutiamo – io sorrido, la abbraccio, lei mi dice di salutare Francesca, take care until next time, and let’s keep in touch Jess.