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19/02/2008
Mentre sto leggendo le decine di targhe e lapidi commemorative che rendono una delle navate posteriori della York Minster una specie di succursale del Ministero della Difesa britannico (non so cosa è più straordinario, se l’orologio astronomico dedicato ai piloti della RAF o la lapide che ricorda un ventitreenne rapito e ucciso dai briganti greci dalle parti di Atene nel tardo Ottocento) vedo aprirsi una porta di legno nella zona chiusa al pubblico: e dalla porta escono sette o otto giovani religiosi, elegantissimi nella loro veste cremisi, che scherzano e per un momento sembrano, non fosse per l’abbigliamento, manager in libera uscita. Per un momento solo, perchè – chiusa la prima porta – ne aprono un’altra, e subito se la richiudono alle spalle: un’ambientazione cinematografica, con uno spot che illumina quell’entrata proibita a tutti tranne che a loro: loro che meno di cinque minuti dopo riempiono l’aria con un canto a cappella potente da far venire i brividi – e sono solo le prove, e sono giusto una manciata di ragazzi, e chissá perchè mi vengono in mente i Blues Brothers (“siamo in missione per conto di Dio”) e il paragone non mi pare blasfemo.
“Have you ever been to York?”, mi chiedono quelli di Leeds, e alla mia risposta negativa mi suggeriscono entrambi di farlo, e nelle loro parole non sento invidia ma quasi orgoglio per una città che non è la loro e che – ciò nonostante – mi spingono a visitare.
Così salgo sul treno, dieci sterline per un’ora di viaggio andata e ritorno, e domani dovrò ringraziarli per il consiglio: la York Minster è un gioiello gotico fantastico, le mura romane fanno sentire un latino a casa sua, il centro è preso di peso dal sedicesimo secolo, i pub hanno settanta-ottanta-trecento anni e The Shambles – la viuzza lastricata di cui mi ha parlato Julie – mette insieme la casa natale di una santa e sobri negozi di abbigliamento molto british. Le luci gialle ricordano Bruxelles o Strasburgo, e però si respira un’aria particolare che non saprei descrivere – ma importa che io lo sappia fare?
Aeroporto, un ufficio da qualche centinaio di persone, un ristorante, un albergo, una stazione ferroviaria, un treno. Provo a fare il conto delle persone di colore che ho incontrato, e non arrivo a dieci, inclusi due o tre indiani e un paio di orientali.
Sarà che alla fine i luoghi comuni sono tali perchè fondati su una base di verità, o che la natura è ben più saggia di noi: fatto sta che alle sei di questa mattina ho scostato le tende e ho trovato Leeds imbiancata di neve.
18/02/2008
Quando scendiamo dalla macchina, il termometro segna 0.5, e la strada inizia a coprirsi di una patina biancastra che non fa presagire nulla di buono. Ci incamminiamo verso il ristorante, quando sentiamo le risate di un gruppo di ragazze dall’altra parte della strada. Sono sei o sette, tutte vestite leggerissime, minigonne, tacchi a spillo, magliette scollate: una fotografa, e le altre sono in posa sulla scalinata di un locale thailandese. Dopo un paio di flash scendono gli scalini e sciamano in gruppo lungo il marciapiede, senza soffrire – almeno apparentemente – il freddo della sera, con il passo da guardie della regina e il seno aggressivo da ventenni decise a divertirsi. Noi ci infiliamo in un portone, loro proseguono – e non è difficile immaginare chi avrà “more fun” questa sera.
La forza dei luoghi comuni è quasi invincibile: l’Inghilterra deve essere verde e piovosa, e fredda. Così, sorvolarla tutta dalla Manica al West Yorkshire incontrando giusto una manciata di nuvole è addirittura straniante; e là sotto di verde se ne vede tutto sommato abbastanza poco, meno di quanto ci si aspettava e si ricordava – e intervallato dal bianco dei pennacchi di fumo di cinque o sei centrali elettriche, chissà se nucleari o cos’altro.
Si atterra in aperta campagna, la stessa che si attraversa – lungo stradine dove due macchine devono rallentare e prendere la mira per non rischiare un frontale rovinoso – per arrivare in città. Che quella sì, è come la si ricordava: un mix di vecchi mattoni rossi e nuove vetrate a specchio, villette a un piano e grattacieli, piccoli giardini e gru. Julie è appena tornata dall’Australia e su due settimane ha avuto pioggia per quasi una, e Sarah dice che quest’anno hanno avuto giusto un paio di giorni di neve. Però, appunto, la forza dei luoghi comuni è quella che si diceva, e mi fermo per un paio di minuti davanti alle grandi vetrate dell’ufficio nel quale mi trovo, quelle che danno verso il centro della città, a guardare il riflesso rosso del sole nelle finestre del palazzo di fronte, e a stupirmene.
16/02/2008
Qui si è juventini e dalemiani. Per logica conseguenza, si sostiene con discrezione Hillary Clinton.
15/02/2008
[Post dedicato ai tenutari di blog di lunga data]
Qualche tempo fa, scrivendo un post per la serie “Vita da blogger“ che poi Splinder ha raccolto in un libretto, mi capitò di definire il blog come un Viagra dell’attenzione: qualcosa che mi serve a guardare meglio le cose che capitano – a me, ma non solo. A cercare di leggere tra le righe, di capire se le storie fanno una storia.
Ora, non so se capita anche a voi: provare la sensazione di non avere proprio nulla da dire, intendo. Come se “là fuori” non ci fosse nulla di realmente interessante, come se la grandissima parte delle cose che leggete, guardate, sentite fossero banali, poco rilevanti, quando non fastidiose.
A me sta succedendo da un po’. Capita, appunto, niente di straordinario. E il blog va di conseguenza, ovviamente. Si scrive “di mestiere”, spesso di sciocchezze irrilevanti, per mantenere l’allenamento, l’abitudine; come un’aspirina, o una pastiglia di vitamine: per rimettersi in sesto, in attesa che cambino gli umori – e che magari cambi anche qualche cosa là fuori.
Vita da blogger
Ieri sera il dentista mi ha messo in mano uno specchietto e, dopo avermi invitato a guardarmi in bocca, mi ha detto: “Vede dentro quel buco? Ecco, quello è il suo osso“.
14/02/2008
Non ringrazio Luca per avermi fatto scoprire una delle non molte cose che non sapevo sul conto di Patrick Djivas (cioè il fatto che sia l’autore della sigla del TG5: vabbeh), ma per avermi fatto ricordare, con il titolo del post, le millemila volte che ho ascoltato Di Cioccio lanciare quell’assolo di basso dedicato a un posto molto vicino a casa mia, e un clamoroso concerto gratuito al Monte Stella, nel 1982, con i ragazzi che sventolavano la bandiera dell’Italia campione del mondo – nostalgia canaglia.
Wittgenstein
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