< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Le cose, passano?
  • Accumuli
  • Da fuori, standoci dentro
  • Grazie
  • Compagni
  • L’Italia fuori dalla mischia
  • Oval Office
  • Tennis, tv, trigonometria, scissione
  • Vincere le battaglie e perdere le guerre
  • Il potere di una virgola
  • March 2016
    M T W T F S S
    « Feb   Apr »
     123456
    78910111213
    14151617181920
    21222324252627
    28293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    23/03/2016

    Un microscopico cambiamento dietro l’altro

    Filed under: — JE6 @ 13:33

    Avrà una quarantina d’anni, bionda, vestita bene, ha in mano una cosa che assomiglia a un quaderno Moleskine e faccio in tempo a vederlo aperto su una scrittura grossa e ordinata, si direbbe pennarello nero punta medio-fine. Avete preso la metropolitana normalmente stamattina, chiede a me e alla ragazza che mi sta uno scalino avanti, sulle scale che quando sei a metà vedi il Duomo di fronte e ogni volta pensi guarda che roba. Noi (non ci conosciamo, siamo due passeggeri qualunque, scesi alla stessa fermata) non rallentiamo nemmeno per risponderle, sì assolutamente, lei, dirigendosi verso via Torino, aggiunge anche un siamo fatalisti che allora sì mi verrebbe da fermarmi e dire ma fatalisti de che, parla per te.

    Comunque.

    Comunque io mi ricordo che quando avevo undici e quattordici e diciotto anni succedeva qualcosa di brutto ogni giorno. Una bomba, un omicidio, un rapimento, una gambizzazione. Passai la seconda superiore con sei celerini armati che ogni giorno presidiavano la scuola dove andavo, perché ogni mattina che Dio mandava in terra c’erano decine di ragazzi che si sprangavano a sangue e chi passava nei dintorni ci finiva dentro, volente o nolente. Una sera stavo seduto sul divano con mia madre a fianco, e senza guardarla in faccia avvertii che le si era fermato il respiro, e quando alzai gli occhi vidi sullo schermo la fototessera di un uomo che poco prima era saltato (per fortuna senza morire) su una bomba a Brescia, e poi mi spiegarono che era un parente, un cugino carabiniere che io non avevo mai conosciuto. Per dire le piccole cose che erano realmente divenute quotidiane. E perciò ci avevamo fatto l’abitudine. Ci si abitua a tutto, è questo il fatto. E se ci pensi, l’abitudine non è esattamente fare sempre la stessa cosa: è piuttosto mettere un microscopico cambiamento dietro l’altro, a volte anticipando a volte seguendo il grande flusso nel quale ti sei trovato dentro, che tu l’avessi deciso o meno. Così siamo tutti passati dallo studiare per l’interrogazione di geografia al posto più o meno incerto nel terzario avanzato senza quasi rendercene conto, e a un certo punto ci siamo guardati intorno e le bombe nelle stazioni non scoppiavano più; in mezzo c’erano state alcune persone che avevano fatto una vita d’inferno, lasciandoci a volte la pelle, perché questo accadesse (o, appunto, non accadesse più), e moltissime altre che, semplicemente, si erano adattate per vivere, giraffe che un giorno dopo l’altro avevano allungato il collo per raggiungere la fogliolina verde messa là in cima all’albero – ed erano queste le persone che un giorno, molti anni dopo, avrebbero guardato quasi con stupore un grafico che metteva in fila le morti causate da attentati terroristici degli ultimi quarantacinque anni rendendosi conto che forse avevano vissuto un passato peggiore di quanto volevano o riuscivano a ricordare, un passato peggiore del presente, dal quale erano venute fuori per un misto di impegno, bravura, fortuna, fiducia e poi cos’era quell’altra cosa, ah sì, ecco, fatalismo.

    16/03/2016

    Non è lui, sono io

    Filed under: — JE6 @ 17:12

    Qualche settimana fa, non avendo di meglio da fare (e avendo al tempo stesso buchi culturali da gruyere cosmico) mi sono letto “On Liberty” di John Stuart Mill. Lettura interessante e istruttiva, niente da dire. Se non fosse per quel punto dove JSM dice, più o meno: “guarda che per difendere le tue idee devi conoscere le idee altrui; e le devi conoscere bene, a fondo: non per sentito dire, nemmeno da fonti che tu consideri serie e affidabili; no no, ci devi mettere del tuo: leggere, ascoltare in prima persona, altrimenti non vale”. Sembra sensato, lo so. Anzi: è sensato, lo so. E’ che io non ce la faccio, non riesco a decidere consapevolmente di mangiarmi il fegato per la superiore e approfondita conoscenza di – di che cosa, poi. Prendi il tipo che mi stava seduto a fianco in metropolitana ieri sera. Dodici fermate a guardarsi e ascoltarsi (con le cuffie, grazie a Dio) un video di Di Battista sorridendo e facendo sì con la testa, e finito il video a leggersi decine di commenti ci siamo capiti di che genere (in una pagina ci sono i punti esclamativi che io ho usato da quando ho imparato a scrivere a oggi, occhio e croce; e “ladri” e “banditi” e “gente” e tutto il resto dell’armamentario retorico). Magari il tipo era – è – una bravissima persona, è uno che torna a casa e gioca con i figli e fa volontariato e passa a trovare la mamma vedova almeno una volta alla settimana: diciamo che il problema non è lui, sono io*: che dopo tre volte ho pensato che di Di Battista avevo sentito a sufficienza, che guardo quello che lo ascolta entusiasta e penso “ma sei scemo” senza punto di domanda, che più passa il tempo e più sento che di tempo ne ho sempre meno da dedicare all’esercizio della democrazia e del confronto del pensiero. Sono io: non vi reggo, vi reggevo poco prima, non vi reggo proprio più adesso.

    *Lo stesso io che non riesce più a guardare non dico i talk politici, ché quello è fin troppo facile: ma pure gli italiasgottalent, i takemeout, i tigiuno e una montagna di altra roba. Per dire.

    14/03/2016

    Dov’eravamo rimasti

    Filed under: — JE6 @ 16:38

    Occhio e croce, a prima che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti (rileggere, please: uno che in ipotesi potrebbe diventare il famoso uomo-più-potente-del-mondo) dicesse di un altro candidato alla presidenza degli Stati Uniti che siccome size matters c’era da preoccuparsi perché le dimensioni dei genitali dell’avversario (per inciso: stesso partito; dagli amici mi guardi Dio, bisogna sempre dar retta alle nonne) richiedono non proprio il microscopio ma almeno la lente di ingrandimento.

    Oppure a prima che due ragazzi di buona famiglia massacrassero un loro coetaneo per vedere l’effetto che fa.

    Oppure a prima che un candidato a sindaco della capitale di un grande paese dell’Occidente industrializzato suggerisse a una sua possibile concorrente (per inciso: stessa coalizione; vedi sopra, circa) di lasciar perdere e dedicarsi a fare la mamma.

    Oppure a non so, fate un po’ voi.