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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    30/08/2008

    Ho visto le migliori menti della mia generazione aderire a un social network

    Filed under: — JE6 @ 19:20

    Ultimamente ho giochicchiato spesso con Facebook. Senza un particolare motivo, dato che mi ero quasi dimenticato di avere l’account. Senza un particolare motivo, immagino che lo ridimenticherò in breve tempo. Intanto, però, mi sono dedicato ad un piccolo esperimento personale, provando a darci sotto nell’incrementare il più possibile la dimensione della rete dei miei “Friends”. Ho mandato in giro un po’ di richieste, sapete quelle cose, in effetti anche un po’ tristi, con le quali si pietisce un segno di attenzione. Ora, una cosa particolare di FB è che la grande maggioranza degli iscritti si presenta con il suo nome e cognome, a differenza di quanto fa con il blog o con altri social network come Twitter, dove usa un nickname più o meno fantasioso; io sono sicuro, strasicuro, arcisicuro che un discreto numero di coloro che hanno ricevuto il mio invito mi conoscono solo con il mio nick: ciò nonostante, solo in due, prima di farmi comunque l’onore di aggiungermi alla loro lista, mi hanno risposto chiedendomi gentilmente “scusa, ma tu chi sei? Che, occhio e croce, mi pare che ci conosciamo: ma ‘sto nome non mi dice proprio nulla”. Tutti gli altri: friends. Capito? Siamo friends, amici – nemmeno semplici conoscenti come quel genio di Bonvi scriveva nelle strip delle Sturmtruppen: no, proprio amici. Non sappiamo nemmeno come cazzo ci chiamiamo, ma siamo amici.

    [Il titolo l’ho preso da un update su FB del buon Ludik: qui, oltre che tutto un magna magna, è tutta una citazione]

    Best pick – Reprise

    Filed under: — JE6 @ 08:33

    A parte gli scherzi. E’ che uno come Morelli lo vediamo in televisione, tra i baffi di Costanzo e le tette di una ballerina, e attraverso lui percepiamo lo svilimento di un mestiere che pure potrebbe e dovrebbe avere una reale utilità sociale. E quindi, quando andiamo in libreria e ci troviamo di fronte la sua faccia, aggrottiamo le sopracciglia e passiamo oltre. Ma io vorrei sapere, in tutta onestà , chi di noi non si è mai fermato di fronte a una copertina che gli fa intravvedere la possibilità di vivere meglio, con serenità , allegria, tirando fuori il meglio di se stesso e sapendo prendere il meglio degli altri, essendo capaci di scegliere le compagnie migliori e i lavori più adeguati, tutto questo quali che siano i guai della vita. Ci sono scaffali interi della Feltrinelli che sono l’equivalente cartaceo di una striscia di coca per un tossico della domenica. Non acquistiamo solo per vergogna e imbarazzo, e per la resistenza di un barlume di ragione. Ma cadere è tanto facile, e dieci euro per un tascabile che ti promette la felicità tante volte sembrano un investimento che vale la pena fare.

    29/08/2008

    Best pick

    Filed under: — JE6 @ 23:11

    Mi chiedo se l’ultimo stadio della disperazione sia tagliarsi le vene o fermarsi a guardare con cupidigia la copertina di un libro di Raffaele Morelli.

    Ritenta, sarai più fortunato

    Filed under: — JE6 @ 11:30

    Oggi volevo scrivere qualcosa di leggero, una piccola cialtronata presa spulciando – non so – nel boxino morboso di Repubblica. Che non so se capita anche a voi, ma ci son periodi nei quali uno viene a noia a se stesso. Poi, semplicemente (no, non semplicemente: anzi) me ne è passata la voglia.

    28/08/2008

    Andare avanti

    Filed under: — JE6 @ 09:52

    Se c’è una cosa che ho imparato durante questa estate – una cosa che forse ho sempre saputo, ma un conto è averne la nozione, altro è toccare con mano, sia in senso letterale che in quello più moderno delle nostre relazioni a distanza – è che noi umani abbiamo una capacità di resistenza ai limiti dell’infinito.
    Ci arrivano addosso le botte più dure e cattive, la malattia di un genitore o quella di un figlio, la perdita del lavoro, lo sfratto, il tradimento: e andiamo avanti. Cadiamo e ci rialziamo, ci sediamo ad aspettare che passi, e poi continuiamo. Sempre, ogni giorno. E’ più facile farlo, forse, quando c’è qualcosa di materiale da fare, quando si deve affrontare un problema concreto che ha una faccia, un nome, una definizione scientifica: un tumore è un tumore, per dire, così come un licenziamento è un licenziamento; i contorni sono chiari, ben definiti, ti rimbocchi le maniche e ti curi, o ti cerchi un nuovo lavoro. Forse (ma non ne sono sicuro: e chi lo è?) è invece più dura affrontare qualcosa che quel nome non ce l’ha, perchè diventa difficile capire cosa fare, su cosa concentrare l’attenzione. E però, nonostante tutto andiamo avanti: e non è vero che non abbiamo alternative. Lo sappiamo tutti benissimo che l’alternativa c’è, ce la troviamo davanti agli occhi ogni volta che passiamo davanti a una finestra o quando ci troviamo di sera, da soli, sul molo della amena località nelle quali stiamo trascorrendo le vacanze. Siamo troppo deboli, troppo pavidi per quella scelta? Non so. E se essere forti non fosse altro che essere deboli e avere lo stesso il coraggio di fare le cose giuste?
    [Se in queste righe trovate qualcosa di sensato, non è farina del mio sacco. Però ci vuole un po’ di discrezione, voi capite]

    27/08/2008

    Una semplice domanda

    Filed under: — JE6 @ 22:38

    Sono seduto su questa poltrona da forse due ore. Mi sono svegliato all’alba, dopo aver dormito molto poco, come al solito; ho sollevato piano il piumone, sono scivolato fuori dal letto, mi sono vestito al buio senza fare rumore e sono uscito nella luce incerta del mattino nella campagna danese. Mi sono girato a guardare la fattoria, poi ho iniziato a camminare nel prato, guardando il vapore del respiro prendere forma nell’aria fredda di questo rantolo di agosto scandinavo e ascoltando null’altro che il silenzio perfetto della solitudine. Non so per quanto tempo ho camminato: non porto l’orologio e la batteria del palmare aveva già esalato l’ultimo respiro. Sono rientrato in casa quando le mani hanno iniziato a perdere sensibilità per il freddo, ho attraversato leggero il grande salone, sono entrato nella camera e mi sono affondato nella grande poltrona piazzata a un metro o due dal letto. Ho ascoltato il suono ovattato del suo respiro nel sonno, ho adattato le pupille al filo di luce che passa dalla giuntura delle due pesanti tende e l’ho fissata per un tempo infinito, i capelli castani lunghi e mossi, le labbra piene, la larga canottiera bianca che fa intravedere il seno. Non ha mai cambiato l’espressione del volto, cristallizzato in quello che mi immagino essere una specie di sorriso – e chissà invece cos’è. Mi sono dimenticato della notte passata, aspettando che fosse giorno anche per lei. Mi è sembrata di una bellezza quasi dolorosa. Ora, finalmente, si sta svegliando; si muove lentamente, si gira pigra, piega e poi stira le gambe. Mentre si volta verso la poltrona sulla quale siedo, preparo un sorriso e una frase che contenga la dolcezza del buongiorno e la voglia del non alzarti e fammi posto sotto quel piumone; lei mi guarda con un’espressione indefinibile, frena a stento uno sbadiglio, si passa una mano tra i capelli: poi si appoggia su un gomito, e mi dice con la sua voce roca: “E tu, chi sei?”

    Milano, ore sette

    Filed under: — JE6 @ 07:33

    Sono in giardino che guardo il sole alzarsi dietro i palazzi. E’ un breve momento sereno, bello. Passa, però c’è. E il bello è che ritorna. Buongiorno.

    26/08/2008

    Best of

    Filed under: — JE6 @ 23:28

    L’autostrada scorreva veloce e monotona.
    Lui pareva assente, mentre in realtà si godeva una delle poche cose che davvero gli piacevano nella vita, guidare per ore in silenzio.
    Lei si aggiustò l’abito estivo, abbassandone di un centimetro o due l’orlo sulle ginocchia e chiudendo appena la scollatura sotto la quale lui ogni tanto,con la coda dell’occhio, intravvedeva il bianco del reggiseno.
    Con la voce sicura e imbarazzata, lei lo ringraziò; ti voglio bene perchè tiri fuori il meglio di me, gli disse.
    Lui abbozzò un sorriso; non sai quanto ti voglio bene anch’io, le rispose, ma non faccio nulla oltre ad essere qui per te. Poi, nel silenzio che seguì le sue parole, volse piano gli occhi, spostandoli dal grande santuario in cima alla collina fino al mare della riviera, e si chiese come fosse possibile fare emergere il meglio degli altri, e non riuscirci con se stesso.

    Il sonno dell’ingiusto

    Filed under: — JE6 @ 13:42

    Se davvero il sonno servisse a permettere al cervello di sbarazzarsi dei pesi inutili, farei l’impossibile per dormire più delle quattro ore che sono ormai diventate la media, da queste parti. E’ che non ci credo molto, e mi chiedo se esistano davvero dei ricordi inutili.
    Corriere.it

    I have missed you

    Filed under: — JE6 @ 13:07

    [Una delle cose belle della cosiddetta blogosfera è riuscire a trovare, ogni tanto, chi dice le cose per te, molto meglio di come le diresti tu.]

    “Sono gelosa. Gelosa dei miei splendidi amici lontani. E’ una sensazione bellissima”.
    Poi, lo so anch’io che ciò di cui parla La Flauta è un surrogato di ciò che desidereremmo avere. Ma anche i surrogati hanno il loro valore, eccome.
    La Flauta