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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    28/07/2017

    Tuta blu

    Filed under: — JE6 @ 14:54

    Una delle cose belle del nuovo lavoro è che c’è una produzione. Duemila metri quadri di capannone, muletti, macchinari, TIR, pallet. E persone, che non solo sanno programmare i computer che poi regolano le macchine ma che sanno usare le mani. L’altra sera abbiamo tirato tardi, dovevamo preparare una campionatura che il giorno dopo avrei portato in Svizzera. Stavo lì a guardare, camminando lungo le decine di metri di sviluppo della macchina con il suo nastro trasportatore, i sensori, le cinghie. Stavo soprattutto a guardare questo donnino che peserà quaranta chili e sembra un fil di ferro, la guardavo muoversi da una parte all’altra, le mani prima su una tastiera e poi a regolare i microscopici spostamenti degli ugelli di una stampante e poi a raccogliere i primi campioni e controllarli e scuotere la testa e ripartire da capo senza perdere la calma, senza farsi schiacciare dall’idea che tre millimetri di differenza sarebbero costati al cliente e quindi a noi tutti qualche centinaio di migliaia di euro in più. Mentre la osservavo per un momento ho pensato al mio biglietto da visita, quello che mi fa sedere nelle sale riunioni e dire senza zucchero grazie e firmare contratti e ho pensato a lei, al nome del suo lavoro che poi diventa il suo nome: operaia: specializzata, specializzatissima ma pur sempre operaia e niente, a noi ci han tirato su dicendoci che quello era un mestiere nobile ma non ce lo volevano far fare, ci volevano affrancare dalla tuta blu e dalle scarpe con la punta grossa. Ci sono riusciti: i nostri genitori, i nostri professori, ci sono riusciti abbastanza bene da farci arrivare a guardare un operaio come guardiamo un alce, con lo stesso stupore che sottintende ma allora esiste. Poi un giorno riusciamo ad arrivarci vicini e possiamo guardare come muovono le mani, come collegano punti che noi non vediamo, possiamo ammirare una sapienza a noi sconosciuta e chiederci per qualche minuto, se per caso qualcuno non ha truccato le carte, almeno fino a quando non usciamo, ci sediamo in macchina e partiamo con l’aria condizionata regolata giusta per non farci sudare.

    28/09/2016

    What’s next?

    Filed under: — JE6 @ 11:08

    E’ che si ha bisogno dei simboli, perché in realtà alla fine non c’è differenza tra ieri e oggi (e non ce ne sarà tra oggi e domani), come non ce n’è tra il 9 del martedì e lo 0 del mercoledì. Dura poco il fascino di quel simbolo, dura il tempo di capire che la gente che hai intorno nel vagone che ti porta in centro quell’aureola che ti senti addosso non la vede mica, che la macchina gira come al solito, le mail, le telefonate, le scadenze, i conti, e che in fondo è giusto così, va bene così. Poi stacchi per qualche minuto, quanto basta non per tornare indietro – ché per quello ci vorrebbe davvero troppo tempo – ma per chiederti e adesso che si fa? e risponderti cercando già qualcos’altro da fare, un obiettivo al quale ne seguirà un altro e un altro ancora così ti troverai senza accorgertene al prossimo 9 che diventerà 0, sperando di continuare a sentire quella vocina che ti dice con dignità ti prego, con dignità.

    26/08/2016

    Tempo irreale

    Filed under: — JE6 @ 10:56

    Se prendi un informatico serio (ma se non ce l’hai sottomano basta anche Wikipedia) questo ti  spiega che real time non significa quello che ormai siamo abituati a pensare, ti dice che un sistema real time è qualcosa che esegue un certo compito, e quindi raggiunge un determinato obiettivo, nel tempo prestabilito: che può essere anche lungo, anche molto lungo; ma, prima di tutto, preciso: nessun ritardo, nessun anticipo.

    Ma il mondo non è fatto né regolato dagli informatici seri. E così è successo che a un certo punto abbiamo preso a dire real time usandolo come sinonimo di “immediatamente”, “ora”, “adesso, proprio mentre parlo/scrivo/guardo”. Quando e soprattutto perché questo sia successo io non lo so. C’ero sicuramente, ma non me ne sono accorto: dormivo, o quanto meno sonnecchiavo, insomma. E così oggi per me, come per chiunque io conosco, il tempo reale è quella cosa lì. E’ adesso. E se il tempo reale è adesso, ciò che non è adesso non è reale. Se la scossa arriva alle 6.28 io devo dire qualcosa alle 6.29 al massimo: non perché abbia un obbligo contrattuale, non siedo a un desk né mi chiamo Serra o Gramellini o Barenghi (che poi questi arrivano il giorno dopo, un po’ come Sky con i canali +1); no, semplicemente perché ormai penso che, appunto, la vita è adesso. Ogni tanto si sente qualcuno dire “beh, ma che fine ha fatto X”, dove X è una persona, un fatto – Ryan Lochte, lo scontro dei treni in Puglia – che per un giorno, forse due è stato tutto, è stato il tempo, e poi puf:  e la risposta è che non lo sappiamo la fine che ha fatto, perché da quel giorno sotto i ponti è passato un sacco di tempo reale, e ormai il tempo di X non è più adesso. E’ altro, e irreale.

    14/06/2016

    Land of The Free

    Filed under: — JE6 @ 17:25

    Se ci spariamo addosso con tanta facilità è perché siamo in tanti a essere sciroccati per un motivo o per l’altro. E poi perché siamo liberi. Pure di comprare un aggeggio che fa secca la gente come nemmeno nei cartoni animati. Quindi se fossimo un po’ meno liberi saremmo, forse, un po’ più vivi. Beh, sai che tutto sommato.

    23/03/2016

    Un microscopico cambiamento dietro l’altro

    Filed under: — JE6 @ 13:33

    Avrà una quarantina d’anni, bionda, vestita bene, ha in mano una cosa che assomiglia a un quaderno Moleskine e faccio in tempo a vederlo aperto su una scrittura grossa e ordinata, si direbbe pennarello nero punta medio-fine. Avete preso la metropolitana normalmente stamattina, chiede a me e alla ragazza che mi sta uno scalino avanti, sulle scale che quando sei a metà vedi il Duomo di fronte e ogni volta pensi guarda che roba. Noi (non ci conosciamo, siamo due passeggeri qualunque, scesi alla stessa fermata) non rallentiamo nemmeno per risponderle, sì assolutamente, lei, dirigendosi verso via Torino, aggiunge anche un siamo fatalisti che allora sì mi verrebbe da fermarmi e dire ma fatalisti de che, parla per te.

    Comunque.

    Comunque io mi ricordo che quando avevo undici e quattordici e diciotto anni succedeva qualcosa di brutto ogni giorno. Una bomba, un omicidio, un rapimento, una gambizzazione. Passai la seconda superiore con sei celerini armati che ogni giorno presidiavano la scuola dove andavo, perché ogni mattina che Dio mandava in terra c’erano decine di ragazzi che si sprangavano a sangue e chi passava nei dintorni ci finiva dentro, volente o nolente. Una sera stavo seduto sul divano con mia madre a fianco, e senza guardarla in faccia avvertii che le si era fermato il respiro, e quando alzai gli occhi vidi sullo schermo la fototessera di un uomo che poco prima era saltato (per fortuna senza morire) su una bomba a Brescia, e poi mi spiegarono che era un parente, un cugino carabiniere che io non avevo mai conosciuto. Per dire le piccole cose che erano realmente divenute quotidiane. E perciò ci avevamo fatto l’abitudine. Ci si abitua a tutto, è questo il fatto. E se ci pensi, l’abitudine non è esattamente fare sempre la stessa cosa: è piuttosto mettere un microscopico cambiamento dietro l’altro, a volte anticipando a volte seguendo il grande flusso nel quale ti sei trovato dentro, che tu l’avessi deciso o meno. Così siamo tutti passati dallo studiare per l’interrogazione di geografia al posto più o meno incerto nel terzario avanzato senza quasi rendercene conto, e a un certo punto ci siamo guardati intorno e le bombe nelle stazioni non scoppiavano più; in mezzo c’erano state alcune persone che avevano fatto una vita d’inferno, lasciandoci a volte la pelle, perché questo accadesse (o, appunto, non accadesse più), e moltissime altre che, semplicemente, si erano adattate per vivere, giraffe che un giorno dopo l’altro avevano allungato il collo per raggiungere la fogliolina verde messa là in cima all’albero – ed erano queste le persone che un giorno, molti anni dopo, avrebbero guardato quasi con stupore un grafico che metteva in fila le morti causate da attentati terroristici degli ultimi quarantacinque anni rendendosi conto che forse avevano vissuto un passato peggiore di quanto volevano o riuscivano a ricordare, un passato peggiore del presente, dal quale erano venute fuori per un misto di impegno, bravura, fortuna, fiducia e poi cos’era quell’altra cosa, ah sì, ecco, fatalismo.

    15/09/2015

    Nascosti in bella vista sotto gli occhi

    Filed under: — JE6 @ 13:44

    E’ una bella fregatura, l’abitudine. Passi davanti alle cose oggi domani e dopodomani e alla fine non le vedi più, chiedi a quelli che ogni mattina escono dalla metropolitana e passano davanti al Duomo. E’ come con le foto che tieni in casa sulle mensole, loro sono sempre lì con i sorrisi, gli occhiali fuori moda, le spiagge assolate, i vestiti della cresima, tu passi e dopo un po’ non guardi più, ti ricordi che caldo faceva, ah, ehm, faceva caldo, sì, vero. E insomma cos’è che tiene viva la memoria io non lo so, so che non è il tenere in vista perché altrimenti non saremmo tutti così dimentichi di noi stessi, anzi forse quello è un modo per perderla, la memoria, mettere i ricordi nascosti in bella vista sotto gli occhi, perché altrimenti come potresti abitare a Budapest e camminare lungo quel pezzo di Danubio dove hanno piantato le scarpe di metallo che ricordano la più gigantesca e veloce deportazione della storia europea e la gente che veniva uccisa dai miliziani della Croce Frecciata, mettetevi in riva così non dobbiamo fare nemmeno lo sforzo di scavare una fossa comune, ci penserà il fiume, come potresti farlo e chiuderti dentro il filo spinato e non essere sfiorato dal dubbio che stai tornando indietro di settant’anni, che stai assomigliando sempre più a tuo nonno, che hai dimenticato da dove sei scappato, e infatti ci stai tornando.

    01/05/2015

    Giorni come oggi

    Filed under: — JE6 @ 21:40

    Vivo a due passi da Expo; e che i suoi lavori, ciò che li ha guidati, in alcuni casi ciò che li ha motivati in origine non fossero di gradimento di molta gente, per usare un eufemismo, è una cosa che so bene. Per dire, io e tutti quelli che vivono nella manciata di vie che costruisce il mio quartiere abbiamo visto per nove mesi dodici poliziotti comandati a presidiare ventiquattro ore su ventiquattro i cantieri delle vie d’acqua proprio perché quello era un lavoro preso a simbolo di tutto ciò che di questa manifestazione non andava a genio a tanta gente. Ci sta, non si può essere tutti d’accordo: ci hanno insegnato – con ragione – che il 100% di consensi non esiste in natura, e che è un bene che sia così. Ci hanno anche insegnato che uno dei valori del nostro modo di stare al mondo è quello di dare voce a tutti, ed è quello che, talvolta turandoci il naso, cerchiamo di fare tutti i giorni. In modo imperfetto, ci mancherebbe. Ma ci proviamo. Oggi a Milano c’è stata una manifestazione – si dice che fossero ventimila persone: tante? poche? in fondo non importa – di protesta contro Expo. Una manifestazione come molte altre che sono state fatte in questi anni e in questi mesi: un diritto, che come tale è stato garantito, autorizzando spazi e mettendo in strada centinaia di poliziotti e carabinieri che controllandola la proteggessero e viceversa. E’ stato per garantire questa manifestazione di protesta che si è permesso ai Black Bloc di fare quello che hanno fatto e che abbiamo visto e sentito: non poteva essere diversamente. Succede sempre così, ed è giusto che succeda. E’ giusto che si continui a rischiare pezzi di sicurezza e di incolumità per non perdere qualcosa di più importante: una certa idea di libertà, della quale siamo spesso inconsapevoli, e il rispetto per noi stessi come società. Dove stia il limite, fino a che punto ci si debba spingere per consentire l’espressione di tutti questo non lo sa davvero nessuno. Non è definito, anche se questo non vuol dire che non esiste. Ogni giorno proviamo a definirlo, e pure questo fa parte del gioco, ne è parte integrante. Cambiando idea ogni giorno, va detto. E pure questo, eccetera. C’è un valore in questo, proprio in questo decidere e tornare indietro sulle nostre decisioni. Così guardiamo alle macchine incendiate con la rabbia sconsolata di chi sa che quello è un prezzo che non possiamo evitare di pagare; se il prezzo sia troppo alto non si può dire, perché appunto non sappiamo dove fermare l’asticella. Ognuno ha la sua opinione in merito, e ha il diritto di esprimerla. Anche quando dice ah ma se fosse per te allora oggi si potrebbe rifare la Diaz, mostrandosi in tutta la propria ineffabile disonesta pochezza. Funziona così, funziona che forse è proprio in giorni come oggi che dovremmo essere più orgogliosi di ciò che siamo.

    23/03/2015

    Opera Buffa

    Filed under: — JE6 @ 14:02

    Anni fa mi resi conto, leggendo uno studio, che facevo parte di quel cinquanta per cento di soggetti che se prende in mano una rivista o un quotidiano inizia a sfogliarla dal fondo; penso che a questa mia abitudine non fosse estraneo il posizionamento delle pagine sportive e degli spettacoli, che sono le prime che leggo a meno di undicisettembri. Perché per leggere Crosetti uno debba arrivare ancora oggi a pagina quarantasette è una cosa che sfugge alla mia comprensione: e non perché Crosetti sia imperdibile sempre e comunque, ma perché scrive (lui e molti altri che fanno il suo mestiere) di cose e persone che quasi sempre dicono di un paese e di un tempo almeno quanto viene fatto da politici e megamanager. Un giorno si capirà che Madonna e Michael Jordan sono storia e cultura e identità allo stesso modo di Hopper e Nixon, che Puskas nella storia dell’Ungheria non è secondo a Liszt e in quella della Spagna a Goya, un giorno si riscriveranno i sussidiari e Crosetti andrà in pagina due, e sarà sempre troppo tardi.

    09/01/2015

    In nome della legge

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    L’ho guardata quattro o cinque volte, l’intervista di due anni fa che Giovanna Pancheri di Sky fece al direttore di Charlie Hebdo. Un po’ perché rimanevo ipnotizzato guardandolo, sembrava che fosse appena uscito dal liceo e invece aveva quarantacinque anni, un po’ perché diceva questa cosa vera e fastidiosa, non mi interessa il rispetto, che è una cosa soggettiva, i limiti me li dà la legge francese. E alla fine nel mio piccolo penso che stia tutto lì, in una cosa che dimentichiamo costantemente, una cosa che si chiama legge e che nelle nostre società – pur con tutti i suoi limiti e imperfezioni – non è soltanto un insieme di vincoli, di limiti, di legacci, di non-si-può-fare-questo-e-quest’altro, ma è il punto di incontro (e di compromesso) fra tutti noi, quello che dobbiamo accettare e quello che vogliamo che venga accettato. La legge è umana e quindi, appunto, imperfetta: e infatti passiamo molto tempo a discutere di come modificarla, cambiarla, sostituirla. Ma c’è, in ogni momento. In ogni momento la legge siamo noi: io, tu, voi, loro, senza distinzioni. Domani la legge sarà un po’ diversa, sarà altro perché noi cambiamo. Ma intanto c’è, con un valore infinitamente più grande di quello micidialmente povero che gli attribuiamo normalmente. Questo non impedisce a qualcuno di prendere un AK-47 e ammazzare dozzine di persone, ma ricordarcelo dovrebbe servire a tutti gli altri – vogliamo dirlo? a noi -, per non farci perdere tempo, e energie, e farci concentrare sulle cose importanti, quelle che dicono chi siamo, e come stiamo al mondo.

    19/11/2014

    Mi fa grigie queste ore

    Filed under: — JE6 @ 13:03

    Ieri guardavo le foto di quei ragazzi occidentali che si sono arruolati con Isis, le barbe lunghe, gli occhi induriti e soprattutto quegli sfondi giallastri, di deserto pietroso e triste, stavo lì a farmi le solite domande, ma cos’hanno in testa questi, ma perché devi aver voglia di tagliare la testa a un tuo simile, cosa ti porta a lasciare la periferia, per quanto squallida, di Marsiglia o di Birmingham per andare in un posto così, facendo magari il percorso inverso di qualche tuo avo che scappava dalla povertà per cercare fortuna e benessere e tranquillità in una città europea o americana, ero lì che li guardavo come alieni che ti fanno paura quasi più perché non li capisci che per le loro azioni, poi mi è venuta in mente questa frase – La fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata -, ho pensato che l’ha scritta un tipo che si chiamava Carlo Emilio Gadda, non esattamente il prototipo del Rambo tricolore, quando mancavano meno di tre settimane alla notte di Caporetto e dopo due anni di guerra, una guerra nella quale si era buttato volontario e che voleva continuare a combattere, uno che come tutti gli artisti veri sapeva dire quello che in tanti sentivano senza riuscire ad esprimerlo e allora niente, ho guardato ancora un po’ quelle fotografie, quelle facce, e non ho più saputo cosa pensare, e ho chiuso la pagina.