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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    28/09/2016

    What’s next?

    Filed under: — JE6 @ 11:08

    E’ che si ha bisogno dei simboli, perché in realtà alla fine non c’è differenza tra ieri e oggi (e non ce ne sarà tra oggi e domani), come non ce n’è tra il 9 del martedì e lo 0 del mercoledì. Dura poco il fascino di quel simbolo, dura il tempo di capire che la gente che hai intorno nel vagone che ti porta in centro quell’aureola che ti senti addosso non la vede mica, che la macchina gira come al solito, le mail, le telefonate, le scadenze, i conti, e che in fondo è giusto così, va bene così. Poi stacchi per qualche minuto, quanto basta non per tornare indietro – ché per quello ci vorrebbe davvero troppo tempo – ma per chiederti e adesso che si fa? e risponderti cercando già qualcos’altro da fare, un obiettivo al quale ne seguirà un altro e un altro ancora così ti troverai senza accorgertene al prossimo 9 che diventerà 0, sperando di continuare a sentire quella vocina che ti dice con dignità ti prego, con dignità.

    15/09/2016

    Se non hai niente da nascondere

    Filed under: — JE6 @ 13:52

    Non so se siete mai stati a Lainate. Quella della Lainate-Como-Chiasso, se non siete della zona ma ascoltate le informazioni sul traffico alla radio. E’ un normale paese dell’hinterland milanese, fatto di villette, condomini, rotonde, una magnifica villa con giardini e fontane, pizzerie e kebabbari. L’ho attraversato cento volte, mi ci sono fermato qualcuna di meno. La prossima volta che capiterò da quelle parti, che da casa mia sono veramente pochi chilometri, farò questo esercizio: pensarlo come una prigione. Mura alte, sbarre alle finestre, secondini, ore d’aria, quelle cose lì che sappiamo tutti per averle viste nei film (poi invece, se una volta nella vita ti capita di entrarci per davvero in un carcere, ti rendi conto che non sapevi proprio nulla; ma questo è, in parte, un altro discorso. O forse no). A Lainate vivono venticinquemila persone, per la precisione 25.708 secondo l’Istat. Sono solo poche centinaia in più di quelle che negli ultimi venticinque anni sono state riconosciute dalla magistratura come vittime di ingiusta detenzione e per questo hanno ricevuto un risarcimento che nel suo insieme arriva a seicentotrenta milioni di Euro. Mi basta questo numero. Non quello dei soldi; quelli, come dice mia mamma, vanno e vengono. No, quello delle persone. Le persone che lo Stato ha mandato in prigione da innocenti, per rendersene conto solo molto tempo dopo e chiedere scusa staccando un assegno. Mille all’anno. E per ogni persona una famiglia più o meno allargata, degli amici, un lavoro. Da qualunque parte la guardi, è un’enormità. Ed è nel momento stesso che realizzo questa enormità che realizzo anche quante volte sono stato attraversato dal pensiero che se non hai niente da nascondere non hai nulla di cui preoccuparti (e preferisco non pensare a quante volte l’ho anche detto, ché c’è un limite all’autoflagellazione). Non è vero. Ma un pezzo dello schifo che abbiamo fatto diventare la nostra vita sociale – e no, non parlo dell’happy hour all’Isola – nasce proprio da qui, dalla manettizzazione del nostro pensiero di gente che si commuove guardando Il miglio verde e suona le trombe per ogni avviso di garanzia. Forse sì, forse quello là sopra non è un altro discorso, forse ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a un quarto d’ora di celebrità e il dovere di mezza giornata a San Vittore.