< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Da fuori, standoci dentro
  • Grazie
  • Compagni
  • L’Italia fuori dalla mischia
  • Oval Office
  • Tennis, tv, trigonometria, scissione
  • Vincere le battaglie e perdere le guerre
  • Il potere di una virgola
  • Partiti
  • Che libri legge Donald Trump?
  • March 2010
    M T W T F S S
    « Feb   Apr »
    1234567
    891011121314
    15161718192021
    22232425262728
    293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    30/03/2010

    Il consiglio giusto

    Filed under: — JE6 @ 21:32

    Insomma, non hai niente da dirmi?
    Oddio. Mi pare di non essere stato zitto durante l’ultima ora, no?
    No, non sei stato zitto.
    E allora?
    Ma non hai nemmeno parlato.
    Ti prego, non mi starai facendo un gioco di parole vero?
    Nessun gioco di parole. Ho solo detto la verità.
    Già, hai ragione.
    Guarda che sono sempre qui. Per te. Fin dal giorno che sei nato.
    Lo so.
    Anche quando stai un mese senza farti vedere, e due settimane senza farti sentire.
    Sì, lo so.
    Ti costa così tanto parlarmi, magari chiedermi un consiglio?
    Sì. Sì, mi costa.
    E perché? Sono tua madre.
    Proprio per quello. Perché mi daresti il consiglio giusto.

    Come i Baci Perugina

    Filed under: — JE6 @ 20:51

    Io non ho niente contro i Tumblr. Né contro chi li usa: ché ne conosco un po’, e in genere sono brava gente, né più né meno del sottoscritto e di chi un Tumblr non ce l’ha – e nemmeno gli interessa averlo. Mi incuriosisce dargli una scorsa di tanto in tanto – lo faccio perchè capita che qualcuno trovi in questo blog frasi da citare e allora vado a vedere come stanno in un’altra casa le parole nate e cresciute qui – e ogni volta ho come l’impressione di trovarmi di fronte a una specie di strumento di autoaiuto, come un bignami di altrui saggezze alle quali attingere o di altrui stupidità dalle quali stare alla larga, e ogni volta mi chiedo se poi questa metodica raccolta di frasi ispirate, di foto significative, di disegni arguti aiuti veramente il bibliotecario, se questo si ricorderà di questo o quel concetto facendone tesoro, o se alla fine il tutto si riduce a una raccolta di foglietti dei Baci Perugina, belli inutili e accartocciati in una tasca del cappotto, o impilati in un cassetto che non viene mai aperto.

    For absent friends

    Filed under: — JE6 @ 08:24

    Chissà dove sei – e se sei ancora. Che noi qui ci riempiamo la bocca di paradiso e inferno e il nulla che c’è dopo, ma la verità è che non sappiamo un cazzo di quel che ci aspetta: e come potremmo. Non sono passati nemmeno tre mesi, e sembra una vita fa. E forse lo è davvero, una vita fa. Un’altra vita. Un po’ per tutti, sai. Magari quando ci vediamo ti racconto, che il tempo non dovrebbe mancarci. Anche se poi un sacco di cose non sono cambiate, anzi. La nostra squadra va come va. Quelli là hanno vinto le elezioni. Iniziamo a pensare alle vacanze di agosto. Tutto come al solito, insomma. Tranne che noi siamo qui, e a volte vorremmo non esserci. E tu no, e noi vorremmo che invece sì. La chiamano “la vita”, sai. E quindi auguri, buon compleanno.

    27/03/2010

    “Ascoltati”

    Filed under: — JE6 @ 17:16

    Oggi ero alle Terme di Milano*, con il mio bravo biglietto di ingresso valido per tutto il giorno e tutte le decine di so-called attività benessere che queste mettono a disposizione dei loro clienti. La vasca cromoterapica, la sauna romana e quella luminosa, le cascate, gli idrogetti e gli idromassaggi, i percorsi di riflessologia plantare, lo yoghurt ai cereali, la tisana, le fragole, le mele, le banane, i grissini al sesamo, i cartelli che ti dicono “riposati, lascia il cellulare nel tuo armadietto”, le visioni di astri e stelle, le relax room con il fuoco e tutto il resto che non ricordo. E niente, mentre un getto d’acqua mi colpiva alle spalle, mentre piegavo il collo per far scorrere meglio un secondo profluvio liquido, mentre guardavo parecchi volti estatici mi rendevo conto che, semplicemente, sono incapace di rilassarmi nei luoghi pensati per farti rilassare, li trovo ansiogeni e opprimenti, l’ambient music mi fa rimpiangere i Beatles, il salutismo della dieta mi fa sognare pizza e birra (o meglio il pesto di cavallo parmigiano che ho mangiato ieri sera), gli schermi che fanno passare immagini sognanti con la scritta “Ascòltati” in sovrimpressione mi fanno rispondere che non ho un cazzo da dirmi (quantomeno: nulla che già non sappia abbastanza bene). Non ho nulla contro questi luoghi, e nulla contro chi li frequenta con soddisfazione, sia chiaro. Solo, non fanno per me – e infatti I made my day camminando in Corso di Porta Romana, guardando le insegne della Farmacia Foglia e i palazzi delle vie laterali, sentendomi parte di questa città che non so perché ma ultimamente mi sembra più bella e più mia. Un toast, una birra, un po’ di strolling: io non avevo niente da dirmi, ma ascoltavo – e stavo bene.
    * Non fate domande, non risponderò.

    26/03/2010

    La nicchia della nicchia della nicchia

    Filed under: — JE6 @ 09:10

    Non so quanti fossimo ieri sera a guardare Michele Santoro. La nicchia della nicchia della nicchia, probabilmente – pochi. Pochi anche mettendo insieme i molti che erano nelle piazze, e quelli collegati via web. Ho letto poco fa: “Avete presente quella sensazione che uno ha una volta ogni 5 anni, di stare assistendo a un evento storico?” e ho cercato di capire cosa mi ero perso di così storico, di tanto rivoluzionario: la rivolta di ben pagati dipendenti Rai – che dalla prossima settimana torneranno a condurre i loro programmi – contro la loro dirigenza? Un evento del web creato in e dalla televisione? Il risveglio delle coscienze dal torpore e dall’indifferenza? Non voglio fare quello che sputa sempre e comunque su tutto e tutti (“il bambino che ha deciso di dire cacca”), ma c’è davvero qualcosa che mi sfugge: guardando la teoria di graditi ospiti, chansonnier stonati, comici di riciclo, tribuni imbolsiti, fili spinati mi è tornata in mente la manifestazione della CGIL di Cofferati al Circo Massimo, i mille milioni di persone, la rivoluzione tranquilla e ferma che da lì doveva partire; so benissimo che il non aver prodotto risultati di per sé non toglie valore alla manifestazione, ma guardo con perplessità al considerare eventi intrinsecamente vecchi (a meno di non voler definire “nuovo” il trasmettere in streaming, il che dovrebbe farci considerare Justin.tv come il laboratorio dell’umanità prossima ventura) come catartici e rivoluzionari: è tutto molto coerente con le eccitazioni del nostro microcosmo internettaro e socialcosistico, quello nel quale ogni volta il PD dovrebbe avere una tale maggioranza elettorale da impietosirsi e regalare una manciata di parlamentari a Berlusconi tanto per dare senso al termine “opposizione”; ma qui si è smesso di ridere ai monologhi di Luttazzi tanto tempo fa.

    25/03/2010

    Tutti tutti

    Filed under: — JE6 @ 11:15

    I forzisti tutti fascisti, i napoletani tutti sfaticati, i carabinieri tutti assassini, i negri tutti superdotati, gli uomini tutti stronzi, le donne tutte puttane, i preti tutti pedofili. Via così.
    [Oh, continuate pure voi se volete]

    E per distrarli dalle cose serie

    Filed under: — JE6 @ 08:53

    Questa notte, mentre aspettavo di prendere sonno, mi si è parato di fronte l’uomo-torcia. Aveva i jeans, un giubbotto col collo di pelo come quello di Otto Grunf, e una cravatta verde annodata alla bell’e meglio. Col ghigno del bulletto valligiano si è avvicinato a un muro di scatoloni di cartone – un muro come quello di The Wall, solo una decina di volte più piccolo – e tutto soddisfatto gli ha dato fuoco. Poi si è messo in posa, col pollice ritto da Fonzie padano, fino a quando un paio di pompieri cooptati hanno spento il rogo che ci ha liberati dalla burocrazia.
    In quel momento ho pensato che una tragedia minore ma non meno grave del nostro tempo è la quasi totale perdita del senso del ridicolo: che a volte può essere una scelta, fatta per disperazione e rabbia e frustrazione; ma più spesso sembra essere il danno collaterale di quella deriva fatta di sbracamento e confusione e ignoranza e protervia che vediamo tutti i giorni, un collasso del senso di sè, degli altri, dei ruoli, della comunità. Scanalando, in pochi secondi era possibile trovarsi di fronte a uno dei molti reality girati nel mondo del porno californiano: e nelle ragazze che compilavano il form di presentazione dichiarando di essere disposte a questa o quella pratica sessuale non c’era molta meno dignità di quanta ne mostrasse il Nerone de’ noantri, lanciafiamme in mano e vigili del fuoco al seguito.
    Corriere.it

    Un’ora

    Filed under: — JE6 @ 08:30

    Non era la prima volta che andava nel quartier generale della banca, a Vaduz. Ci era stato molte altre volte, fino a perdere interesse per quel paesino chiuso da una banale autostrada a due corsie per parte, i suoi negozietti di souvenir, i suoi bar da bordello tedesco con le foto di ragazze ammiccanti appese tra un orinatoio a muro e l’altro. Ma questa volta era diverso, era lì sapendo che la convocazione non era stata fatta per fargli i complimenti, ma per consigliargli di cercarsi un nuovo lavoro – e in fretta.
    Si sedette nell’anticamera del grande ufficio del responsabile delle risorse umane, si strinse ancora il nodo della cravatta, controllò di avere le scarpe lucide ma non troppo, mise a posto i polsini della camicia allungandoli al punto giusto oltre l’orlo della manica della giacca. Controllò il palmare: nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna mail. Si guardò intorno, troppo distratto per apprezzare la bellezza dei quadri appesi ai muri. Controllò nuovamente il palmare, e lo fece almeno altre cinque o sei volte durante l’intera ora di attesa che il grande manager lo costrinse a fare, mentre il sudore iniziava a colargli lentamente lungo le spalle, e ogni volta il display rimase muto e buio, con l’unica eccezione della data, dell’ora e delle icone dei servizi. Lo spense.
    Finalmente entrò, ascoltò ciò che sapeva che gli sarebbe stato detto, si alzò, strinse la mano all’uomo che stava dall’altra parte della scrivania e uscì dall’ufficio. Riaccese il palmare, e lo trovò come lo aveva lasciato. Camminò fino al parcheggio, e fece tutto ciò che doveva – salì in macchina, allacciò la cintura di sicurezza, guidò per un’ora fino all’aeroporto, riconsegnò la vettura, fece il check-in, lesse distrattamente un libro, salì sull’aereo, si preparò al decollo. Metodicamente controllò il palmare, fino al momento di spegnerlo all’ordine del capitano: nessun messaggio, nessuna chiamata, nessuna mail. Una volta arrivato a destinazione riaccese il palmare, lo guardò senza sorprendersi fino al momento in cui il taxi lo lasciò davanti al cancello del palazzo dove abitava.
    Per i due giorni successivi guardò quello schermo ogni volta che poteva, con un misto di rabbia e delusione. Fino a quando la trovò nel parcheggio del grande centro uffici dove entrambi lavoravano, che aspettava fumando nervosa e mangiandosi le unghie. Appena prima che lui le dicesse quanto aveva aspettato una sua chiamata in quel giorno difficile, lei scoppiò a piangere e non smise per l’intera ora che seguì, un’ora lunga quanto quella che lui aveva passato ad aspettare nell’anticamera del grande ufficio di Vaduz, pesante quanto quella che aveva trascorso ascoltando quanto era diventato inutile per la banca nella quale aveva lavorato per otto anni. Lei gli raccontò la sua storia, che era una storia come mille altre e però era la sua, la più importante del mondo. Quando ebbe finito lui le toccò un gomito, le disse vieni, lascia qui la tua macchina, ti accompagno a casa, e così fece, guidando in silenzio mentre lei iniziava e finiva un pacchetto di fazzoletti di carta tamponando le lacrime. Poco prima di fermarsi davanti alla casa di lei, lui le disse che due giorni prima era stato licenziato, ma che era riuscito a trovare un accordo per un’uscita onorevole, dalla quale sarebbe riuscito a guadagnare bene. Lei non rispose, e in quel momento lui si rese conto che non le aveva mai voluto tanto bene.

    24/03/2010

    “Non c’è niente”

    Filed under: — JE6 @ 12:19

    Le poche sedie della sala d’aspetto, la lunga teoria di bastoni, di zoppìe, di abiti dal taglio retrò. Gli sguardi frequenti e nervosi agli orologi e ai palmari. I biglietti con i numeri. “Sei entrato?” – “No, ho mezz’ora di ritardo” – “Stai tranquillo”. I lettini, il gel, il neon, i teli verdi. Un’occhiata agli anziani in attesa. “Lei perché è qui?”.
    “Non c’è niente”. Oh, ma davvero.

    22/03/2010

    Meglio tardi che mai

    Filed under: — JE6 @ 20:24

    “da oggi, qua diventa personal. no lavoro, no marketing. Per le altre cose c’è il blog, twitter e friendfeed. Qualcuno verrà unfriended, non prendetela male, niente di personale, è che siete troppi per essere amici.”
    Gianluca Diegoli, su FaceBook