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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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  • Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)
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    25/04/2019

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito (venticinque aprile)

    Filed under: — JE6 @ 13:31

    Poi si mette lo zinco nell’acido diluito. Sulle dispense stava scritto un dettaglio che alla prima lettura mi era sfuggito, e cioè che il così tenero e delicato zinco, così arrendevole davanti agli acidi, che se ne fanno un solo boccone, si comporta invece in modo assai diverso quando è molto puro: allora resiste ostinatamente all’attacco. Se ne potevano trarre due conseguenze filosofiche tra loro contrastanti: l’elogio della purezza, che protegge dal male come un usbergo; l’elogio dell’impurezza, che dà adito ai mutamenti, cioè alla vita. Scartai la prima, disgustosamente moralistica, e mi attardai a considerare la seconda, che mi era più congeniale. Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze: anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale. Ma neppure la virtù immacolata esiste, o se esiste è detestabile. Prendi dunque la soluzione di solfato di rame che è nel reagentario, aggiungine una goccia al tuo acido solforico, e vedi che la reazione si avvia: lo zinco si risveglia, si ricopre di una bianca pelliccia di bollicine d’idrogeno, ci siamo, l’incantesimo è avvenuto, lo puoi abbandonare al suo destino e fare quattro passi per il laboratorio a vedere che c’è di nuovo e cosa fanno gli altri.

    Primo Levi, “Zinco”, da “Il sistema periodico”

    15/04/2019

    L’arco

    Filed under: — JE6 @ 14:57

    C’è questo arco, nella parte alta di Zagabria, vicino al castello. Sta a due minuti dal Museo delle Relazioni Interrotte, che è una piccola meraviglia necessaria dove sono voluto tornare a dispetto della pioggia. Stavo tornando verso il centro e sotto l’arco c’era un gruppo di persone, una ventina, che recitavano delle preghiere. L’arco custodisce una piccola cappella dedicata alla Madonna, sui muri centinaia di ex voto scolpiti nella pietra. Nei momenti di silenzio lo scroscio dell’acqua, persone che passavano, alcune che si segnavano mentre proseguivano verso casa. Ho riconosciuto l’Ave Maria: non serve sapere “sveta Marija”, è proprio il suono, il ritmo, così come quello del Gloria. La signora che ha guidato la prima decina del rosario ha guardato il telefono, ha fatto il segno della croce, ha riaperto l’ombrello ed è andata. Un’altra donna le ha dato il cambio.

    11/04/2019

    Verso sud

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Parcheggio la macchina, prendo l’ascensore, entro in casa, abbandono il trolley sul pavimento e per un istante rifiato, sei giorni e quattro paesi – cinque con una breve sosta di ritorno a Milano e aerei automobili frontiere, Slovenia Croazia Albania Macedonia del Nord. C’è questo pezzo di Europa che parte da casa nostra, da quel mezzo chilometro quadrato di Trieste che mette insieme il Caffè Tommaseo e la chiesa greco-ortodossa di San Nicolò e la Sinagoga e la chiesa serba di San Spiridione e arriva in quell’altro mezzo chilometro quadrato a Plovdiv che tiene vicini l’anfiteatro romano e la moschea Dzhumaya, c’è questo pezzo di Europa dove sali su una macchina del tempo e della ricchezza e a ogni cento chilometri verso sud corrisponde un pezzo di PIL in meno e un passo in più dentro una foto virato seppia, c’è questo pezzo di Europa dove una sera ti arriva un messaggio con il link a un articolo che racconta dei profughi accampati nei campi greci che premono per entrare in Macedonia del Nord e tu che dalla Macedonia del Nord, dalla meraviglia della sua natura e dalle sue moschee piazzate in campi fangosi ricoperti di rifiuti e dai suoi cambiavalute che tutto accettano tranne i lek albanesi sei appena venuto via ti ritrovi a pensare a quanto devono essere disperati e al tempo stesso infinitamente pieni di speranza quelli che vogliono andarci e ricordi quel pomeriggio di molti anni prima su un taxi che ti portava all’aeroporto di Bucarest, con l’uomo al volante che ti raccontava che fino a tre mesi prima era un impiegato di British American Tobacco e poi da un giorno all’altro, da una sera a una mattina il lavoro non c’era più, non c’era più l’azienda, l’azienda era stata spostata in Moldavia ed è passato troppo tempo per ricordare se lo disse lui o se lo pensasti tu, ma di certo capisti che ci sono sempre, sempre qualcuno e qualcosa più a sud di te, e faresti bene a tenerlo presente, a ricordare che fra te e quello che sta cento chilometri più in là non c’è nessuna differenza, solo una frontiera che non resta mai ferma.