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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    11/09/2020

    Letter to you

    Filed under: — JE6 @ 16:46

    Ieri è uscito un pezzo nuovo di Springsteen. Lui è un amore di gioventù, ma di quelli speciali perché poi lo è restato per tutta la vita (mia, si capisce). Ci sono stati gli alti e i bassi, i mesi passati senza ascoltare altro e quelli di stanchezza, certi istanti densissimi in autostrada dove sembrava che quell’accordo, quell’assolo, quella sequenza di parole fossero molto più di quanto sembrava e custodissero in sé qualcosa di grande e misterioso e certi giorni da skip to next e fammi sentire il nuovo di Mahmood. Ho guardato il video e ascoltato la musica, e ho trovato un pezzo suo per come lo intendiamo noi, e sembra una cosa che mentre la facevano erano tutti a loro agio, con le loro rughe e le loro pance e i loro capelli più radi, fatta con il piacere che si prova in certe sere al bar con gli amici di una vita. E’ stato come rivedere dopo anni una ragazza che ti piaceva da morire e la trovi ancora bella anche se non ti strappa più le viscere. “Per me già essere ancora bella tanto di guadagnato”, mi ha scritto un’amica, e ha ragione da vendere.

    04/09/2020

    Le cose, come sono

    Filed under: — JE6 @ 13:43

    Forse i libri servono a questo, a farti deragliare mentre li leggi, a farti uscire improvvisamente dalla storia che stanno raccontando per fiondarti fuori, lontano, chissà dove. Stavo leggendo un libro – lo sto ancora facendo, a dire il vero: l’ho iniziato ieri, lo finirò domani o dopo. Credo – e continuavo a provare una strana sensazione. Bel libro, a tratti molto, ma con qualcosa di indefinibile che mi pareva stonato. A un certo punto l’autrice dice di se stessa bambina e di un momento specifico nel quale provò una rabbia bluastra. Lì mi sono fermato e ho capito che quel che mi sembrava stonato non era tale, era solo accordato su una tonalità non mia. Bluastra. Una rabbia bluastra. Io amo gli aggettivi. Gli scrittori danno i nomi alle cose, sono quelli capaci di prendere l’innominato, definirlo e con il nome renderlo un componente ufficiale del mondo. Senza i nomi non c’è nulla, e le parole sono quello come prima cosa: nomi. Ma gli aggettivi. Anni fa andai a una mostra alla Triennale, una mostra che ricordo molto bella e della quale curiosamente mi è rimasto solo il titolo: le cose che siamo. Ci ho pensato spesso e sono convinto che è proprio vero, che noi siamo le cose che abbiamo intorno e addosso e a portata, siamo quel vestito lì, quel tavolo lì, quegli occhiali lì, quel fazzoletto lì. E però, gli aggettivi. Perché quel vestito, quel tavolo, quegli occhiali, quel fazzoletto sono a loro volta qualcosa che non siamo noi. Sono in un modo che non c’entra con noi, pur finendo per definirci. Ci sono poche cose più miracolose di un aggettivo esatto, capace di esprimere in una brevissima sequenza di lettere messe l’una in fila all’altra l’essenza intima di una cosa, dando anima a un nome.

    (Ci sono anche poche cose più fastidiose e ingiuste di un aggettivo forzato, apposto per vezzo ed esibizione e non per verità. Siamo capaci tutti di chiamare fazzoletto quel pezzo di stoffa, ma poi che razza di mondo si apre.)

    Bluastra. Non l’avrei mai usato e credo che non lo userei neppure ora, pur avendo capito bene – credo – cosa volesse dire in quel momento e in quel contesto. Però c’era un lavoro dietro quell’aggettivo, lo stesso lungo, a volte sfinente, talvolta esaltante lavoro che si accompagna al talento, quello dei calciatori che ripetono mille volte lo stesso gesto e ognuna di queste lo modificano di un nulla, mezzo grado di inclinazione del piede, e poi senza nemmeno pensarci ma avendoci pensato per una vita trovano l’impatto giusto, perfetto, incancellabile con il pallone che all’ottantasettesimo minuto arriva dalla trequarti sinistra. Le cose, come sono.