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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    24/11/2014

    Tra parentesi

    Filed under: — JE6 @ 15:35

    I giorni possono essere delle lunghe successioni di bicchieri e risate e foto, una lunga e lieve sbornia, delle parentesi tra una trasferta di lavoro e un’operazione in day hospital e un mutuo da pagare e la spesa della settimana e una fila di insufficienze; e dentro ci possono stare a volte, se si ha e se si è cercata un po’ di fortuna, altre parentesi, più piccole, fatte di pochi minuti, che si portano dentro due o tre frasi che vengono da un punto lontanissimo, da un nucleo nel quale si è condensato quasi tutto e che a sua volta si condensa in un istante preciso e casuale che arriva di sorpresa, senza fare rumore, in modo inevitabile, e allo stesso modo finisce lasciando tutti con la stessa espressione sul volto, e con la sensazione che tutto il resto è contorno.

    19/11/2014

    Mi fa grigie queste ore

    Filed under: — JE6 @ 13:03

    Ieri guardavo le foto di quei ragazzi occidentali che si sono arruolati con Isis, le barbe lunghe, gli occhi induriti e soprattutto quegli sfondi giallastri, di deserto pietroso e triste, stavo lì a farmi le solite domande, ma cos’hanno in testa questi, ma perché devi aver voglia di tagliare la testa a un tuo simile, cosa ti porta a lasciare la periferia, per quanto squallida, di Marsiglia o di Birmingham per andare in un posto così, facendo magari il percorso inverso di qualche tuo avo che scappava dalla povertà per cercare fortuna e benessere e tranquillità in una città europea o americana, ero lì che li guardavo come alieni che ti fanno paura quasi più perché non li capisci che per le loro azioni, poi mi è venuta in mente questa frase – La fine della guerra, che si dice prossima, mi fa grigie queste ore, con il pensiero che la parte eroica della mia vita è ultimata -, ho pensato che l’ha scritta un tipo che si chiamava Carlo Emilio Gadda, non esattamente il prototipo del Rambo tricolore, quando mancavano meno di tre settimane alla notte di Caporetto e dopo due anni di guerra, una guerra nella quale si era buttato volontario e che voleva continuare a combattere, uno che come tutti gli artisti veri sapeva dire quello che in tanti sentivano senza riuscire ad esprimerlo e allora niente, ho guardato ancora un po’ quelle fotografie, quelle facce, e non ho più saputo cosa pensare, e ho chiuso la pagina.

    13/11/2014

    Un lavoro fatto bene

    Filed under: — JE6 @ 14:10

    Non so bene perché, se è colpa di una certa abitudine o dei film di fantascienza (che però non guardo, mi annoiano a morte) o della mancanza delle stelle e degli astronauti, ma della sonda che arriva sulla cometa quello che mi piace di più è una cosa piccola, è la sensazione di completezza che soltanto i lavori fatti bene riescono a dare, la completezza che viene dalla cura, l’attenzione e una infinita pazienza, quella che ci vuole per preparare un viaggio e farlo durare dieci anni, e arrivare.

    09/11/2014

    Did it need to be so high?

    Filed under: — JE6 @ 15:33

    E’ raro che mi ricordi dov’ero quando è successa una certa cosa di rilevanza mondiale, riesco a recuperare nella memoria il momento in cui ho saputo delle Torri e quello in cui Grosso ha segnato l’ultimo rigore della finale del 2006 e la sera dell’Heysel, ma poco altro. Però ricordo la mattina in cui il comandante della caserma ci ha guardati, tutti i milletrecento che stavamo alla Scuola Truppe Corazzate di Caserta, e ci disse che la sera prima era crollato il Muro di Berlino. In effetti non saprei dire se usò veramente il termine “crollare”, ma ci fece capire cos’era successo. Ricordo anche che la notizia non ci impressionò particolarmente, il nostro qui-e-ora era fatto di cose più stringenti e importanti, sopravvivere alla mensa e al vento freddo, interrogarci dove ci avrebbero spediti a passare l’inverno, cose così. Non fu un argomento di discussione, al termine di quella giornata – una normale sequenza di ore di esercitazioni e marce e ordini e code – nessuno si chiese se e come il mondo sarebbe cambiato. Qualcuno avrebbe capito negli anni a venire che quel giorno era successo qualcosa di grosso, era stata fatta la Storia: molto tempo dopo, penso che alla maggior parte di noi sia rimasta una città dove andare con un volo low-cost a comprare qualche bel souvenir.

    03/11/2014

    Le cose che siamo, Business Edition

    Filed under: — JE6 @ 12:16

    Uno pensa alle relazioni di lavoro, quelle tra aziende, come a cose che seguono logiche magari dure ma in qualche modo razionali: numeri, calendari, obiettivi, cose così. E invece le aziende sono come le persone, e non solo perché sono fatte dalle persone. I loro rapporti si creano sulle ali dell’entusiasmo come due sedicenni che si guardano sulle scale del liceo o della convenienza come in un matrimonio pianificato pensando alla dote dell’una e al posto di lavoro dell’altro, e poi si disfano per la consunzione delle cose, non importa quanto a lungo e quanto intensamente si sia lavorato o vissuto insieme, tra mail non risposte e progetti non completati – le ho telefonato e ha lasciato squillare, stavamo parlando delle vacanze, a questo punto ognuno andrà per conto suo -, oppure con le carte bollate, le richieste di danni, le interruzioni di servizio, le cause: i piatti che volano, insomma. C’è questo che mi affascina, di quanto siamo simili alle cose: che si sfarinano per il tempo e l’usura, che si rompono negli incidenti, fino al prossimo tentativo, un po’ di mastice, ti presento un amico, domani ti firmo l’offerta. Le cose che siamo.

    02/11/2014

    I morti della marmotta

    Filed under: — JE6 @ 17:47

    Ci sono nomi, e fatti, date, episodi, che hanno la prodigiosa e tremenda capacità non solo di riportare indietro il calendario ma anche di riportare tutti allo stadio zero dello sviluppo della propria capacità di tenere in considerazione l’ipotesi che ci stia sfuggendo qualcosa, che gli altri possano avere un briciolo di ragione, che le cose non siano definibili e giudicabili solo in base ai nostri pregiudizi. Piazza Fontana, l’assassinio di Moro e quello di Falcone, il G8, la morte di Stefano Cucchi. E si limitasse a questi, la lista. Un paio di volte all’anno c’è un anniversario o una sentenza di tribunale che fa riemergere, pavlovianamente, ciascuno nello stereotipo di se stesso, quello law-and-order e quell’altro che davanti a una divisa vede rosso, uniti dall’incoercibile bisogno di psicanalizzare per poi scrivere diagnosi e terapia consigliata su un qualche social network e dall’incosciente ostinazione nel giudicare il mondo a partire dall’approfondita conoscenza del proprio microcosmo, io perché ho il padre carabiniere e lui perché di manganellate se ne è prese eccome da giovane e l’altra perché il fidanzato di mia cugina mi ha detto che: non ci stanchiamo mai, prima di tutto di noi stessi e poi della generale inutilità delle nostre discussioni su questi temi, siamo forse disposti a cambiare opinione sul nuovo gusto del Philadelphia ma non certo sulla psicopatologia dei poliziotti, siamo forse inclini a chiedere consiglio su tipo e dimensione del bagaglio a mano utilizzabile con le low-cost ma la nostra ricetta su come Dare e Ottenere Giustizia è scolpita nella pietra per tutti i secoli dei secoli, e la prossima camera di consiglio è lì che ci aspetta per poterne dare prova.