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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    30/03/2021

    Dove è un lusso la fortuna c’è bisogno della luna

    Filed under: — JE6 @ 15:07

    Sarà che invecchio, ma trovo meraviglioso che la Ever Green sia riuscita a riprendere il suo viaggio grazie a mille rimorchiatori e all’alta marea.

    25/03/2021

    Esperienza

    Filed under: — JE6 @ 16:22

    Ieri leggevo lo scambio fra due persone che conosco. Discutevano di un aspetto importante della vita: quella professionale, nello specifico, che è comunque un sottoinsieme di quella che facciamo da quando ci svegliamo a quando ci addormentiamo diciotto ore dopo. Discutevano, dicevo, del trasferimento dell’esperienza o, nella neolingua che ormai è la prima pelle di noi del terziario cosiddetto avanzato, l’onboarding dei junior: mio papà direbbe di come si insegna e si impara un lavoro.
    Non importa qui cosa sosteneva l’uno e cosa pensava l’altra, in qualche modo è facilmente immaginabile, visto quanto siamo ormai tutti prevedibili (non so se avete anche voi questa sensazione, che in quest’ultimo anno ognuno di noi è diventato il giorno della marmotta di se stesso). A me leggerli è servito a pensare a cos’è l’esperienza. A cos’è per me, oggi che ho un’età che necessariamente me la mette sulle spalle. E mi sono trovato a pensare che per tanto tempo ho creduto che l’esperienza avesse a che fare con il come si tratta il presente: quanto più passato hai alle spalle, quanta più esperienza hai e tanto meglio sai fare quello che devi, che ti viene chiesto. Quante più sono le volte che mi sono allacciato le scarpe tanto meglio lo so fare e infatti non ci faccio nemmeno più caso, è un gesto automatico, una manualità che viene dall’apprendimento e dalla ripetizione.
    E però a un certo punto (potrei anche dire con una certa precisione quando) mi sono reso conto che l’esperienza ha molto a che fare con il futuro. Non perché sai fare le cose, quelle cose, ma perché sai di poterle fare (di poter ragionevolmente provare a farle) anche quando non le conosci e non le hai mai affrontate prima. Ho pensato a un paio di grossi cambiamenti lavorativi che ho affrontato, non sempre per scelta: non avevo strumenti, ma avevo accumulato abbastanza esperienza da permettermi di non paralizzarmi di fronte al futuro, sapevo cercare una strada pur camminando al buio o quasi. Insomma, avevo imparato – un po’, solo un po’: gli esami non finiscono mai eccetera – non tanto un lavoro, ma come si lavora, che è uno dei diversi modi, e certo non il meno importante, di stare al mondo. So di avere imparato soprattutto per osmosi, per imitazione: il modo di affrontare una riunione dove ti giochi mesi di preparazione quotidiana e minuziosa vale tanto quanto i mille dettagli che hai messo correttamente uno in fila all’altro per arrivare a un risultato solido e credibile, e non c’è nulla – nulla – come farla per davvero quella riunione in qualità di assistente di uno bravo per avvicinarti a quel nucleo bollente che contiene la sua conoscenza. E’ il solo modo di trasferire esperienza e conoscenza? La sola risposta onesta che ho è che non lo so, ma mi sembrano tempi nei quali discuterne è tanto difficile quanto inutile.

    19/03/2021

    Guardando gli spettatori

    Filed under: — JE6 @ 13:29

    Molti anni fa, ancora in pieno Novecento, il professore del corso di sociologia che frequentavo in Bocconi decise di far vedere a quel paio di centinaia di matricole che seguivano il suo corso “L’albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi, per far scrivere loro una tesina. Non ricordo se per convinzione o disperazione ma so che decisi di scrivere non del film bensì degli spettatori, di noi ventenni osservati mentre passavamo due ore della nostra vita a guardare quella dei contadini bergamaschi di qualche generazione prima. Il professore (Nando Dalla Chiesa, per quel che vale) si fermò solo su quello, del film non mi chiese praticamente nulla ma volle sapere il perché di quella scelta che, apparentemente, ero stato l’unico del corso a fare. Gli farfugliai qualcosa che suonava circa come “sarà che il film l’avevo già visto, ma mi è sembrato che fossero più interessanti le nostre reazioni delle cose che voleva dire Olmi“.*

    Un paio di giorni fa è uscita la seconda parte del testo che Alessandro Baricco sta pubblicando sul Post e si è verificata (ancora una volta: ma questa è un’altra storia) la stessa situazione. Non che l’articolo non valga la pena e non abbia contenuti: ma è stato decisamente molto più interessante osservare le reazioni. Una parte di esse, diciamo, perché Baricco è molto amato o molto odiato/disprezzato/sbeffeggiato, entrambe cose che suppongo a lui facciano molto piacere. Depurate queste reazioni dalla consueta quota di quelli che Baricco è solo maniche rimboccate e distintivo, rappresentazione perfetta del vuoto intellettuale accompagnato dall’egocentrismo immotivato ed esasperato, quelle per me più interessanti sono state quelle degli insegnanti. Perché l’articolo parla di scuola, della scuola che Baricco chiama novecentesca, guidata e bloccata nel suo modo di stare al mondo dall’intelligenza – appunto – novecentesca (che in sostanza significa basata sulla fiducia profonda nei desueti concetti di profondità, stabilità e competenza specialistica).

    Sono opinioni che, immagino, Baricco si è costruito nel tempo sulla base delle proprie esperienze personali, che includono la sua famiglia, la scuola (vedi i casi della vita) che ha fondato, il suo microcosmo più o meno largo e allargato. Diverse di quelle opinioni le trovo appesantite dalla pigrizia, cioè da quello che io percepisco come uno scarso o comunque insufficiente approfondimento capace di farle suonare più universali e meno centrate su se stesso: ma per quanto mi sia impegnato ieri, non sono riuscito a trovare una sola risposta (che è già una definizione piuttosto generosa) fra le molte scritte da insegnanti di vario ordine e grado che non soffrisse dello stesso difetto. Non una alla quale non si potesse obiettare, anche solo per il puro amore della polemica verbale, con le esperienze di vita vissuta di questo e quel genitore, di questo e quel ragazzo, di questa e quella classe o istituto*: ad libitum sfumando, e perpetuando così i difetti originari senza darci non dico soluzione ma almeno una pezza. Non una alla quale non si potesse rispondere con la considerazione fatta da Alessandro Calzolaro, che ho trovato in una discussione online e qui riporto: “la mia impressione dall’esterno (ma molto dall’esterno), è che sia stato tutto affidato all’iniziativa dei singoli, dei gruppetti, dei volenterosi. la Scuola in quanto istituzione mi sembra sia riuscita a partorire solo i banchi a rotelle come risposta alla pandemia. quindi doppio plauso a chi ci lavora, agli insegnanti, agli addetti, che si sono sbattuti alla grande, ma l’istituzione in sé mi sembra uscirne veramente male. non mi pare sia stata individuata una piattaforma DaD per tutte le scuole, né tantomeno che sia stata fornita (sono ignorante, correggimi se dico fregnacce), l’organizzazione dall’alto è stata agghiacciante, contraddizioni, ordini e contrordini. insomma è un po’ come quando ci si chiede se la chiesa siano i preti e i fedeli o se la Chiesa sia il Vaticano“. Parole santissime, per quanto mi riguarda, ma che ieri (e oggi, e probabilmente domani) erano molto difficili da dire perché tanti anni di frequentazione degli ambienti sociali mi hanno insegnato che per non perdere tempo e pezzi di fegato bisogna il più possibile evitare di discutere di calcio, politica, religione e corporazioni (cosa che so bene, facendo parte di una come almeno la metà degli umani senzienti e non). Ognuno è rimasto della sua: Baricco perché, dicono, rinchiuso nella sua torre d’avorio; tanti altri perché Baricco è troppo stupido per vivere (è una citazione, eh). In mezzo, o meglio a lato, qualcuno che è rimasto a guardare gli spettatori.

    * Fu uno dei pochi trenta che mi portai a casa durante quei cinque anni.
    ** E fra questi anche, se non soprattutto, molti appartenenti alla categoria dei “licei-bene dei ricchi delle grandi città”, come quello – apprendo da qualche altro sussiegoso commentatore – frequentato dal figlio di Baricco: come se questi non facessero parte integrante della scuola italiana, anche se il nuovo corso è quello dell’istituto tecnico Über alles.

    10/03/2021

    Appena

    Filed under: — JE6 @ 11:54

    Non so voi: io sono di quelli che quando si trovano di fronte a una cosa detta o scritta bene si devono controllare per evitare di pensare che quella cosa sia vera (o giusta, o buona) per il solo fatto di essere espressa con precisione e cura ed eleganza. Mi capita leggendo questo libro o quell’articolo, c’è quella frase messa giù bene, né una parola di più né una di meno, l’aggettivo esatto, il suono giusto, insomma il gruppo perfetto di parole da prendere e ricopiare sulla Smemo (o, più prosaicamente e in modo più dignitosamente coerente con l’età, da evidenziare e tenere nei clippings del Kindle), buona da citare in un post o una chat di Whatsapp. Poi mi fermo e mi chiedo cosa sta intentendo chi scrive, perché va bene innamorarsi delle bugie ben dette ma c’è un limite a tutto.

    Questo per dire che ieri leggevo il primo pezzo che Alessandro Baricco ha scritto per il Post, un articolo che inizia bene, che a metà del primo paragrafo ha questa frase esatta:

    tutta la vita che non viviamo, per non rischiare di morire.

    Parte bene, insomma. Ma poi va avanti con un concetto che ho sentito sostenere tante volte, per me troppe, e che più lo sento e meno mi convince. Il concetto è semplice, e provo a ripeterlo con parole mie: non possiamo/vogliamo più fare la vita “di prima”, e quella che conduciamo – fatta si direbbe di sole privazioni e rinunce: al contatto fisico, al godimento dell’arte e dello spettacolo, all’istruzione, al divertimento – non è vita, non è definibile come tale. Baricco, come altri bravi quanto lui nell’uso delle parole, questa cosa la dice bene al netto di una certa enfasi:

    Completano questa grandiosa ritirata dal vivere facendo un uso massiccio e ipnotico di oggetti, i device digitali, che erano nati per moltiplicare l’esperienza e ora risultano utili a riassumerla in un ambiente igienizzato e sicuro. Per concludere: vivono appena.

    Suona bene, no? Vivono appena, lo senti che è esatto. Appena: vedi alle volte come basta una parola, una sola. Perché quella parola è una porta, che ha dentro un ragionamento completo – messo giù bene anche quello: il talento o almeno il mestiere raramente tradiscono – che arriverà poco dopo. Ma quel che seguiva mi ha interessato un po’ meno, perché mi ero fermato alla premessa, a quella parola: appena. E se la premessa è sbagliata, ci siamo capiti.

    E’ sbagliata, allora, quella premessa? E’ vero che viviamo appena? E’ vero che quel che ci ritroviamo per le mani è una vita svuotata, un simulacro di vita? Non so, non sono sicuro, ma credo di no: è vero? No. Il caso vuole che nella stessa giornata in cui leggo l’articolo di Baricco (sia chiaro: uno al quale da quasi trent’anni riconosco l’enorme merito di farmi pensare: con quali risultati poi, quella è un’altra storia che però non dipende da lui) finisco un libro e ne inizio un altro che parlano di come si viveva e soprattutto moriva nel ghetto di Lvov, nell’Ucraina del 1943. Ecco, vedi già la differenza di capacità: fammi invertire i verbi e vedi se non cambiano le cose: come si moriva e soprattutto viveva nel ghetto di Lvov. Perché si moriva: si moriva nei modi più atroci e in quantità spaventose. E quel che rimaneva era sofferenza, dolore, terrore, fame. Qualcosa che era non solo lontanissimo dall’esistenza condotta fino a qualche anno prima ma che era veramente difficile definire come vita, così svuotata a forza dalla gioia, dall’amore, dalla tranquillità. Fra i rimasti vivi ci fu chi non resse a quel vuoto: in una scena secca e tremenda c’è un gruppo di giovani donne alle quali i nazisti hanno appena sequestrato e ucciso i figli piccoli che salgono sul tetto di una casa e una alla volta si gettano di sotto, incapaci di concepire l’esistenza per un solo altro giorno. Ma moltissimi di coloro che ebbero la fortuna di restare in vita (fortuna, sì: lo disse di sé per decenni Primo Levi, essere uscito in piedi da Buna-Monowitz fu una questione di fortuna e non di merito, o almeno molto più della prima che del secondo) ci riuscirono facendo esattamente quello che le SS gli volevano impedire: vivere. Ogni singolo gesto, pieno di paura, di vergogna, di dolore fisico e psicologico, era un gesto di vita. Non c’è nessuna romanticheria nel dirlo: è una constatazione. Scavare un tunnel in un pavimento per trovare il modo di nascondersi nelle fogne della città, fuggire con i denti che battono dalla paura, passare giorni e settimane senza fiatare dietro un finto muro nel buio e al freddo: la puoi chiamare vita, questa? Stavano ben al di sotto della soglia dell’appena: eppure vivevano. Non perché continuavano a respirare, a battere inconsapevolmente le ciglia ogni due secondi, ad avere un cuore che pompava sangue a ogni battito. No: piuttosto perché volevano vivere e l’atto stesso di lottare per arrivare al giorno dopo era vita. Non quella che avrebbero voluto, certo: tutt’altro. Una vita di rinuncia, di privazione, di paura: suona familiare? Ma vita, sì, in tutto e per tutto: e piena.

    Ho pensato allora a questo periodo, ai mesi trascorsi senza viaggiare, alle giornate passate in casa con il computer come porta sul mondo, ai miei vecchi in casa dei quali non entro da un anno, e mi sono chiesto se lo potevo definire vita, senza nessun appena a definirla. E mi sono detto che cazzo sì, che è vita: né più né meno di quella che vivevo prima. Diversa, altroché. Che mi piace molto di meno, senza dubbio. Ma che deve contare più quel che ci metto dentro io che quel che mi è stato tolto da fuori, e che se le parole devono essere esatte, allora sì, allora questa è vita, e farei bene a ricordarmelo.

    04/03/2021

    Aspettando

    Filed under: — JE6 @ 10:26

    Aspetto da settimane di ricevere i due sms che mi confermano l’appuntamento per la prima dose di vaccino dei miei – 91 anni mio papà, 84 mia mamma. Li aspetto senza particolari ansie, con quel certo fatalismo da “a questo punto una settimana in più che differenza vuoi che faccia” (non che sia vero, ma ognuno cerca di condirsi via a modo suo). Li aspetto per stare tranquillo, per fare un po’ meno il cerbero che controlla gli spostamenti di due adulti ancora in buona forma che hanno bisogno e piacere di uscire di casa e incontrare persone come chiunque altro ma che sono ovviamente più a rischio del figlio di mezza età e della nipote ventenne. Li aspetto, al nocciolo, perché gli voglio bene e voglio che restino qui ancora a lungo, qualunque cosa “a lungo” voglia dire quando sei arrivato a quell’età. E al tempo stesso non riesco a non pensare, ogni tanto e non senza parecchi imbarazzi e sensi di colpa, che quei due messaggi, se proprio due soli devono essere, li vorrei ricevere per me e mia moglie, per mia moglie e mia figlia, per me e mia figlia, una qualsiasi delle possibili combinazioni che mettono in mezzo le questioni di lavoro e di studio e gli piazzano una pezza riparatoria. Distolgo subito il pensiero, mi impongo il ristabilimento di una priorità non fondata su di me perché ogni volta sento di essere a cavallo di quella sottile linea che divide il tempo e le vite della gente tra quelle che hanno più valore e quelle che ne hanno di meno e che se non mi sposto da lì il passo successivo è mettermi a ragionare seriamente se un anno di mia figlia vale più di un anno di mia madre o viceversa, se la fatica di una ventenne costretta a stare a casa può e deve essere paragonata a quella di un cinquantenne nelle stesse condizioni – non avrò mai più questa età, non sarò mai più giovane come lo sono oggi per la carta d’identità ma non nei fatti, lo so ma pensa a me che di anni davanti ne ho molti meno di te e non avrò di sicuro una seconda possibilità per recuperare quel che sto perdendo. Probabilmente ci sono risposte a queste domande, ci sono classifiche e graduatorie che si possono stilare: è che non voglio farlo, e giro la testa, e mi metto nelle mani di altri, e aspetto.

    03/03/2021

    La fine di un giorno

    Filed under: — JE6 @ 16:48

    Sono giorni un po’ così, di tanto lavoro e poco tempo non tanto per fare, ma per pensare altro. Però leggo (e guardo una vecchia serie con cinque anni di ritardo, ma quella me la tengo per la prossima volta), e qualcosa resta. Restano due frasi di Gipi nell’intervista che ha dato all’Huffington Post:

    Non potevi semplicemente spegnere il telefono?

    Se fosse così facile i proprietari delle piattaforme non sarebbero multimiliardari. I social network sono ingegnerizzati per agevolare il conflitto. Il conflitto genera “engagement” come lo chiamano loro. Il tuo tempo, in parole povere. Quel tempo viene poi convertito in tariffe per gli inserzionisti. I social sono costruiti in modo che, se non hai un carattere forte, possono renderti una persona peggiore. E più tempo ci stai, e più diventi peggiore. E più diventi peggiore, e più fai fatturare soldi. Sono un’impresa che funziona alla perfezione, fondata essenzialmente su una malattia.

    Qual è la malattia?

    L’esigenza di esprimere la propria opinione su qualsiasi argomento, di processare, giudicare, mettere all’indice qualcuno, ogni giorno della settimana.

    E resta una frase di Jenny Erpenbeck, in un libro strano, affascinante e scritto benissimo che nella traduzione inglese dell’originale tedesco si intitola “The End of Days”:

    The end of a day on which a life has ended is still far from being the end of days.

    Magari non è molto, lo so. E però.