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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    03/01/2017

    Primo quadrimestre

    Filed under: — JE6 @ 09:52

    Che poi lo sappiamo tutti che l’anno nuovo inizia a settembre, o magari a fine agosto quando ritorni in ufficio o rialzi la serranda (se hai ancora un lavoro, si intende). Perché tra Santo Stefano e Capodanno hai ancora tanto da fare, le fatture da emettere, le commesse da chiudere, i programmi da ritoccare – programmi che non riguardano un futuro lontano e indistinto, sono programmi per la prossima settimana, quando ti rimetterai sotto mentre starai ancora smaltendo gli ultimi bicchieri di brut millesimato. Capodanno è un venerdì sera sotto steroidi; adesso servono un paio di pastiglie per far passare il mal di testa: e in fretta, ché domani ricominciano le interrogazioni.

    02/12/2016

    Tenere il punto

    Filed under: — JE6 @ 15:19

    Non so voi: io per un po’ ho creduto che la gente (cioè quel microcosmo del quale faccio parte composto da amici, colleghi, conoscenti, vicini di casa, persone che ascolto mentre parlano in metropolitana: quella storia dei sei gradi di separazione, per intenderci) avrebbe provato ad arrivare a domenica prossima in modo, non so: ragionato? Ecco, forse il termine è quello: ragionato. Per un po’ ci ho creduto, mi è anche capitato di partecipare a incontri pubblici dove veramente la sensazione era quella, quella che si potesse ascoltare, fare domande, ricevere risposte, ragionare e poi scegliere. Per un po’; poi mi sono svegliato, e ho ritrovato la gente (cioè quel microcosmo del quale faccio parte) che iniziava un discorso anche sinceramente ben disposta per poi, in soli cinque minuti e senza passare dal via, proseguire per pura tigna, nascondendo soprattutto a se stessa le mille inevitabili magagne della propria posizione. Tenere il punto, ecco cosa conta. Tenere il punto fino alla fine. Forse è così che si vince, spesso è così che si vince. Cosa, non so.

    15/09/2016

    Se non hai niente da nascondere

    Filed under: — JE6 @ 13:52

    Non so se siete mai stati a Lainate. Quella della Lainate-Como-Chiasso, se non siete della zona ma ascoltate le informazioni sul traffico alla radio. E’ un normale paese dell’hinterland milanese, fatto di villette, condomini, rotonde, una magnifica villa con giardini e fontane, pizzerie e kebabbari. L’ho attraversato cento volte, mi ci sono fermato qualcuna di meno. La prossima volta che capiterò da quelle parti, che da casa mia sono veramente pochi chilometri, farò questo esercizio: pensarlo come una prigione. Mura alte, sbarre alle finestre, secondini, ore d’aria, quelle cose lì che sappiamo tutti per averle viste nei film (poi invece, se una volta nella vita ti capita di entrarci per davvero in un carcere, ti rendi conto che non sapevi proprio nulla; ma questo è, in parte, un altro discorso. O forse no). A Lainate vivono venticinquemila persone, per la precisione 25.708 secondo l’Istat. Sono solo poche centinaia in più di quelle che negli ultimi venticinque anni sono state riconosciute dalla magistratura come vittime di ingiusta detenzione e per questo hanno ricevuto un risarcimento che nel suo insieme arriva a seicentotrenta milioni di Euro. Mi basta questo numero. Non quello dei soldi; quelli, come dice mia mamma, vanno e vengono. No, quello delle persone. Le persone che lo Stato ha mandato in prigione da innocenti, per rendersene conto solo molto tempo dopo e chiedere scusa staccando un assegno. Mille all’anno. E per ogni persona una famiglia più o meno allargata, degli amici, un lavoro. Da qualunque parte la guardi, è un’enormità. Ed è nel momento stesso che realizzo questa enormità che realizzo anche quante volte sono stato attraversato dal pensiero che se non hai niente da nascondere non hai nulla di cui preoccuparti (e preferisco non pensare a quante volte l’ho anche detto, ché c’è un limite all’autoflagellazione). Non è vero. Ma un pezzo dello schifo che abbiamo fatto diventare la nostra vita sociale – e no, non parlo dell’happy hour all’Isola – nasce proprio da qui, dalla manettizzazione del nostro pensiero di gente che si commuove guardando Il miglio verde e suona le trombe per ogni avviso di garanzia. Forse sì, forse quello là sopra non è un altro discorso, forse ognuno di noi dovrebbe avere il diritto a un quarto d’ora di celebrità e il dovere di mezza giornata a San Vittore.

    26/08/2016

    Tempo irreale

    Filed under: — JE6 @ 10:56

    Se prendi un informatico serio (ma se non ce l’hai sottomano basta anche Wikipedia) questo ti  spiega che real time non significa quello che ormai siamo abituati a pensare, ti dice che un sistema real time è qualcosa che esegue un certo compito, e quindi raggiunge un determinato obiettivo, nel tempo prestabilito: che può essere anche lungo, anche molto lungo; ma, prima di tutto, preciso: nessun ritardo, nessun anticipo.

    Ma il mondo non è fatto né regolato dagli informatici seri. E così è successo che a un certo punto abbiamo preso a dire real time usandolo come sinonimo di “immediatamente”, “ora”, “adesso, proprio mentre parlo/scrivo/guardo”. Quando e soprattutto perché questo sia successo io non lo so. C’ero sicuramente, ma non me ne sono accorto: dormivo, o quanto meno sonnecchiavo, insomma. E così oggi per me, come per chiunque io conosco, il tempo reale è quella cosa lì. E’ adesso. E se il tempo reale è adesso, ciò che non è adesso non è reale. Se la scossa arriva alle 6.28 io devo dire qualcosa alle 6.29 al massimo: non perché abbia un obbligo contrattuale, non siedo a un desk né mi chiamo Serra o Gramellini o Barenghi (che poi questi arrivano il giorno dopo, un po’ come Sky con i canali +1); no, semplicemente perché ormai penso che, appunto, la vita è adesso. Ogni tanto si sente qualcuno dire “beh, ma che fine ha fatto X”, dove X è una persona, un fatto – Ryan Lochte, lo scontro dei treni in Puglia – che per un giorno, forse due è stato tutto, è stato il tempo, e poi puf:  e la risposta è che non lo sappiamo la fine che ha fatto, perché da quel giorno sotto i ponti è passato un sacco di tempo reale, e ormai il tempo di X non è più adesso. E’ altro, e irreale.

    20/07/2016

    Coazione a ripetere

    Filed under: — JE6 @ 15:41

    Questo blog era aperto da meno di sei mesi quando cadde il secondo anniversario dei fatti di Genova. Il G8, Bolzaneto, la Diaz, Carlo Giuliani. Scrissi una cosa che, nell’infinitamente piccolo e vano di quel che ho buttato qui dentro, è quella che in tanti anni più mi è costata fatica. Oggi inevitabilmente ho letto delle cose su quei giorni, ho riletto pure le mie righe sgangherate, e ho avuto la sensazione che di passi (avanti, indietro, anche di lato) ne siano stati fatti pochini. Siamo ancora lì, quasi tutti a ripetere quasi tutte le stesse cose che dicevamo e scrivevamo quindici e tredici e dieci e cinque anni fa. Se non fosse da prendersene paura, ci sarebbe da provare noia in primis per noi stessi: ma forse anche un lunghissimo giorno della marmotta, alla lunga, può servire a qualcosa.

    03/07/2016

    Nino non aver paura

    Filed under: — JE6 @ 08:58

    Il fatto è che invece è anche da quei particolari che si giudica un giocatore. Come arrivi al dischetto, come appoggi il pallone, se e come guardi il portiere avversario, se sorridi nervosamente, se tossisci, se fai lo sbruffone e una decina o un centinaio di altre cose ancora – perché le metafore sono una cosa seria.

    14/06/2016

    Land of The Free

    Filed under: — JE6 @ 17:25

    Se ci spariamo addosso con tanta facilità è perché siamo in tanti a essere sciroccati per un motivo o per l’altro. E poi perché siamo liberi. Pure di comprare un aggeggio che fa secca la gente come nemmeno nei cartoni animati. Quindi se fossimo un po’ meno liberi saremmo, forse, un po’ più vivi. Beh, sai che tutto sommato.

    12/04/2016

    Occhio non vede

    Filed under: — JE6 @ 13:57

    Se Doina Matei non avesse aperto un profilo Facebook e non avesse postato le sue foto, molto probabilmente nessuno avrebbe saputo della sua semilibertà e quindi del suo diritto ad andare al mare come chiunque altro, e lì di farsi e farsi fare foto che la ritraggono sorridente e abbronzata, come chiunque altro che può farsi qualche giorno o qualche ora di vacanza. Perché abbia aperto quel profilo e abbia postato le sue fotografie, è una cosa che a me sfugge: se non lo avesse fatto, la sua vita non sarebbe cambiata di una virgola, la sua semilibertà, il suo obbligo di rientro a una certa ora, la sua possibilità di andare al mare e abbronzarsi. Mi chiedo se lo ha sventatamente deciso da sola o se è stata consigliata, se non ha pensato che avere un diritto (Gad Lerner dice il diritto al sorriso; forse più in generale si potrebbe dire il diritto di avere una vita nei limiti che ti sono consentiti) non significa essere obbligati al suo esercizio completo (che include mostrarla, quella vita) o se qualcuno l’ha spinta per una qualche forma di sfida. Io non so se i nove anni che Doina Matei ha passato in carcere sono tanti o pochi: non so né come li ha passati né come è lei oggi dopo tutto quel tempo. So che ha un diritto, che lo ha esercitato e che è giusto e persino doveroso sostenere questo suo diritto. Non riesco a togliermi dalla testa che questo: mostrarsi, ecco, questo se lo poteva risparmiare (e no, non penso ai familiari della donna che ha ucciso). Non lo ha fatto e non facendolo non ha commesso nessun reato, non ha mostrato nessuna mancanza della legge, non ha fatto da testimonial di alcuna forma di lassismo o di sfregio verso la società civile. Ha solo fatto, sventatamente, una cosa che per puro e semplice egoismo le sarebbe convenuto non fare, mostrando che in fondo il problema non è suo, ma nostro.

    16/03/2016

    Non è lui, sono io

    Filed under: — JE6 @ 17:12

    Qualche settimana fa, non avendo di meglio da fare (e avendo al tempo stesso buchi culturali da gruyere cosmico) mi sono letto “On Liberty” di John Stuart Mill. Lettura interessante e istruttiva, niente da dire. Se non fosse per quel punto dove JSM dice, più o meno: “guarda che per difendere le tue idee devi conoscere le idee altrui; e le devi conoscere bene, a fondo: non per sentito dire, nemmeno da fonti che tu consideri serie e affidabili; no no, ci devi mettere del tuo: leggere, ascoltare in prima persona, altrimenti non vale”. Sembra sensato, lo so. Anzi: è sensato, lo so. E’ che io non ce la faccio, non riesco a decidere consapevolmente di mangiarmi il fegato per la superiore e approfondita conoscenza di – di che cosa, poi. Prendi il tipo che mi stava seduto a fianco in metropolitana ieri sera. Dodici fermate a guardarsi e ascoltarsi (con le cuffie, grazie a Dio) un video di Di Battista sorridendo e facendo sì con la testa, e finito il video a leggersi decine di commenti ci siamo capiti di che genere (in una pagina ci sono i punti esclamativi che io ho usato da quando ho imparato a scrivere a oggi, occhio e croce; e “ladri” e “banditi” e “gente” e tutto il resto dell’armamentario retorico). Magari il tipo era – è – una bravissima persona, è uno che torna a casa e gioca con i figli e fa volontariato e passa a trovare la mamma vedova almeno una volta alla settimana: diciamo che il problema non è lui, sono io*: che dopo tre volte ho pensato che di Di Battista avevo sentito a sufficienza, che guardo quello che lo ascolta entusiasta e penso “ma sei scemo” senza punto di domanda, che più passa il tempo e più sento che di tempo ne ho sempre meno da dedicare all’esercizio della democrazia e del confronto del pensiero. Sono io: non vi reggo, vi reggevo poco prima, non vi reggo proprio più adesso.

    *Lo stesso io che non riesce più a guardare non dico i talk politici, ché quello è fin troppo facile: ma pure gli italiasgottalent, i takemeout, i tigiuno e una montagna di altra roba. Per dire.

    14/03/2016

    Dov’eravamo rimasti

    Filed under: — JE6 @ 16:38

    Occhio e croce, a prima che un candidato alla presidenza degli Stati Uniti (rileggere, please: uno che in ipotesi potrebbe diventare il famoso uomo-più-potente-del-mondo) dicesse di un altro candidato alla presidenza degli Stati Uniti che siccome size matters c’era da preoccuparsi perché le dimensioni dei genitali dell’avversario (per inciso: stesso partito; dagli amici mi guardi Dio, bisogna sempre dar retta alle nonne) richiedono non proprio il microscopio ma almeno la lente di ingrandimento.

    Oppure a prima che due ragazzi di buona famiglia massacrassero un loro coetaneo per vedere l’effetto che fa.

    Oppure a prima che un candidato a sindaco della capitale di un grande paese dell’Occidente industrializzato suggerisse a una sua possibile concorrente (per inciso: stessa coalizione; vedi sopra, circa) di lasciar perdere e dedicarsi a fare la mamma.

    Oppure a non so, fate un po’ voi.