< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"

    "Post sotto l'albero 2010"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2010 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • Mille, mille e cento metri
  • Deflated
  • Lungo il fronte
  • Dentro la circonvallazione
  • Dito, luna
  • “E non dire di quelli che sono morti sulla via di Allah: ‘Sono morti’. No, sono vivi ma tu non li senti”
  • Ieri
  • “Aspetto”
  • A fianco
  • Ventidue, e sentirli tutti
  • January 2026
    M T W T F S S
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    262728293031  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign

     

    04/01/2026

    13D

    Filed under: — JE6 @ 18:00

    E’ il giorno di Capodanno. Salgo sul treno che mi riporta a Milano dopo una settimana passata a Trieste a lavorare al Centro Diurno, la struttura che accoglie una buona parte dei migranti in arrivo dalla rotta balcanica oltre a indigeni in difficoltà, in generale ospitati nel dormitorio che sta al piano di sopra dello stabile di via Udine.

    Il posto che ho prenotato è occupato da un ragazzo che dorme con la testa appoggiata sul ripiano pieghevole che in altri momenti ospita un libro, una bottiglietta di acqua, gli snack offerti da Trenitalia. Non lo conosco, ovviamente: ma so già chi è; è uno dei cento, dei mille ai quali abbiamo dato un the con qualche biscotto, la corrente elettrica per ricaricare il telefono con cui mantenere i contatti con il resto del mondo, un paio di boxer comprati nel negozio cinese di via Ghega, uno dei cento, dei mille che ogni sera arrivano nella piazza della stazione e si mettono in coda in uno strano silenzio che non capisci bene di che cosa sia fatto, in attesa di un volontario che gli curi le piaghe dei piedi o che gli porti un piatto di plastica con la cena calda preparata da chi sente l’obbligo morale di prendere il posto lasciato vuoto dallo Stato. Uno dei cento, dei mille al servizio dei quali ho deciso di mettermi, non per la prima volta: con i quali ho cercato di fare quattro chiacchiere in un inglese smozzicato, dei quali ho riempito lavatrici di panni sudati e dall’igiene ben sotto il livello che chiunque di noi considera accettabile per allontanare almeno di un altro giorno l’arrivo dei parassiti e riportare, anche per un solo minuto, la sensazione di essere a posto che un vestito pulito riesce a dare.

    Tocco il ragazzo sulla spalla, una, due, cinque volte, ognuna più energicamente. Non si muove, bloccato dalla stanchezza di chi, dopo anni di viaggio, dorme ancora nel gelo dei magazzini del porto vecchio. Dopo un altro tentativo gira la testa: riconosco vagamente i lineamenti, molto probabilmente è un pakistano, avrà non più di venticinque anni anche se è sempre difficile attribuire un’età a chi ha vissuto il triplo di noi in un terzo del tempo. Mi guarda per un istante, senza dire nulla, e rimette la testa sul ripiano. In quel momento, in quel preciso istante provo una specie di rabbia mista a irritazione, sono a un millimetro, a un secondo dal dire cazzo ma questo è il 13D della carrozza 4, è il mio posto, l’ho pagato, ne ho diritto, togliti da qui, vai da qualche altra parte, qualsiasi altra parte purché non sia il mio posto. Me ne rendo conto, mi vergogno di me stesso, sono passati quattro giorni e mi sto ancora vergognando: non importa se avrei potuto giustificarmi con la stanchezza di una settimana senza soste e senza feste, non importa se un secondo dopo mi sono detto ma sì, chissenefrega, mi siedo nel posto a fianco, in fondo tutto quello che mi serve è partire per tornare a casa, non importa se il timer interno del ragazzo, perfettamente impostato sull’orario di partenza del treno, lo fa svegliare dal sonno nel quale non è mai caduto davvero e fiondare fuori dal treno giusto venti secondi prima della chiusura delle porte.

    E’ stato più forte di me, è stato spontaneo, è stato vero: io sono quella roba lì, sono anche quella roba lì, quell’irritazione, quella rabbia, quella che combatto, quella che da anni mi educo a tenere a bada. Devo farci i conti, e non mi piace.

    One Response to “13D”

    1. Catia Says:

      Grazie

    Leave a Reply