13D
E’ il giorno di Capodanno. Salgo sul treno che mi riporta a Milano dopo una settimana passata a Trieste a lavorare al Centro Diurno, la struttura che accoglie una buona parte dei migranti in arrivo dalla rotta balcanica oltre a indigeni in difficoltà, in generale ospitati nel dormitorio che sta al piano di sopra dello stabile di via Udine.
Il posto che ho prenotato è occupato da un ragazzo che dorme con la testa appoggiata sul ripiano pieghevole che in altri momenti ospita un libro, una bottiglietta di acqua, gli snack offerti da Trenitalia. Non lo conosco, ovviamente: ma so già chi è; è uno dei cento, dei mille ai quali abbiamo dato un the con qualche biscotto, la corrente elettrica per ricaricare il telefono con cui mantenere i contatti con il resto del mondo, un paio di boxer comprati nel negozio cinese di via Ghega, uno dei cento, dei mille che ogni sera arrivano nella piazza della stazione e si mettono in coda in uno strano silenzio che non capisci bene di che cosa sia fatto, in attesa di un volontario che gli curi le piaghe dei piedi o che gli porti un piatto di plastica con la cena calda preparata da chi sente l’obbligo morale di prendere il posto lasciato vuoto dallo Stato. Uno dei cento, dei mille al servizio dei quali ho deciso di mettermi, non per la prima volta: con i quali ho cercato di fare quattro chiacchiere in un inglese smozzicato, dei quali ho riempito lavatrici di panni sudati e dall’igiene ben sotto il livello che chiunque di noi considera accettabile per allontanare almeno di un altro giorno l’arrivo dei parassiti e riportare, anche per un solo minuto, la sensazione di essere a posto che un vestito pulito riesce a dare.
Tocco il ragazzo sulla spalla, una, due, cinque volte, ognuna più energicamente. Non si muove, bloccato dalla stanchezza di chi, dopo anni di viaggio, dorme ancora nel gelo dei magazzini del porto vecchio. Dopo un altro tentativo gira la testa: riconosco vagamente i lineamenti, molto probabilmente è un pakistano, avrà non più di venticinque anni anche se è sempre difficile attribuire un’età a chi ha vissuto il triplo di noi in un terzo del tempo. Mi guarda per un istante, senza dire nulla, e rimette la testa sul ripiano. In quel momento, in quel preciso istante provo una specie di rabbia mista a irritazione, sono a un millimetro, a un secondo dal dire cazzo ma questo è il 13D della carrozza 4, è il mio posto, l’ho pagato, ne ho diritto, togliti da qui, vai da qualche altra parte, qualsiasi altra parte purché non sia il mio posto. Me ne rendo conto, mi vergogno di me stesso, sono passati quattro giorni e mi sto ancora vergognando: non importa se avrei potuto giustificarmi con la stanchezza di una settimana senza soste e senza feste, non importa se un secondo dopo mi sono detto ma sì, chissenefrega, mi siedo nel posto a fianco, in fondo tutto quello che mi serve è partire per tornare a casa, non importa se il timer interno del ragazzo, perfettamente impostato sull’orario di partenza del treno, lo fa svegliare dal sonno nel quale non è mai caduto davvero e fiondare fuori dal treno giusto venti secondi prima della chiusura delle porte.
E’ stato più forte di me, è stato spontaneo, è stato vero: io sono quella roba lì, sono anche quella roba lì, quell’irritazione, quella rabbia, quella che combatto, quella che da anni mi educo a tenere a bada. Devo farci i conti, e non mi piace.
January 5th, 2026 at 09:25
Grazie