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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    15/01/2015

    A shallow meaningless party

    Filed under: — JE6 @ 14:51

    E come quando si ripete una parola cento volte di fila fino a farla diventare una semplice sequenza di suoni senza significato, questa superficiale e insensata festa della cosiddetta libertà di espressione a base di io-sono durerà fino al giorno vicino in cui ci guarderemo in faccia con l’espressione del cinghiale che fissa gli abbaglianti e di fronte all’ennesimo hashtag balbetteremo un bavoso “eh?”.

    20/11/2011

    Does everyone stare (bonus track)

    Filed under: — JE6 @ 17:32

    I due ragazzi camminano lungo il marciapiede, stringendosi dentro il piumino del primo inverno del nord. Arrivati alla pizzeria lui fa per entrare, ma si ferma d’improvviso come se si fosse ricordato in quel preciso istante di una cosa importante, e con un gesto goffo apre la porta e fa passare la ragazza. Si siedono a un tavolino d’angolo, mentre la sala si riempie lentamente di studenti come loro. Sono due matricole, ed è la prima volta che escono insieme. Ordinano da mangiare, lui prende una birra e lei un’acqua minerale. Parlano del più e del meno, della città da dove viene lei, del quartiere dove abita lui, dei corsi e degli esami che li aspettano. Quando hanno finito di mangiare restano seduti, lui con l’indice fa piccoli disegni sul bicchiere osservando lei che tira fuori dalla borsa una piccola agenda colorata e una penna e scrive veloce un appunto con una calligrafia minuta e decisa. Quando lei rialza la testa vede lo sguardo di lui e gli chiede cosa c’è. Lui risponde nulla, ti guardo e lei sorride un po’ sorpresa, gli chiede cosa e lui, sempre calmo, dice guardo te, e inizia a descrivere i piccoli gesti di lei, a volte prima di parlare abbassi la testa, come se ti guardassi dentro, come se stessi fermando il mondo per un secondo e prendessi fiato e mettessi tutto in ordine, e ti scosti i capelli dalla fronte sempre nello stesso modo, con il pollice e il medio della mano destra che partono dal centro della fronte e si allargano verso le tempie e quando lo fai hai un’espressione come per dire adesso sono pronta, adesso sono a posto, lui parla e lei lo ascolta e mentre lo fa pensa che da quando lo conosce non ha mai sentito la sua voce così a lungo, per forse due minuti di fila, e si rende conto che non saprebbe spiegare quella sensazione che la sta prendendo, di calore e di sorpresa, come davanti ai regali sotto l’albero di Natale, queste cose non le nota mai nessuno dice lei, come fai, anche in aula non stiamo mai vicini, e tu in biblioteca stai con i tuoi amici e io con i miei, non lo so, risponde lui, io ti guardo anche se non te ne accorgi, c’è qualcuno che ti guarda come ti guardo io? Lei non sa cosa dire ma lui la toglie dall’imbarazzo, tra venti minuti abbiamo lezione, ci conviene muoverci, lei dice sì e mentre fa il gesto di prendere i soldi dentro la borsa lui si alza e dice piantala, cosa fai, vado a pagare e lei lo guarda andare verso la cassa, lo guarda di spalle nella sua felpa degli Alabama Crimson Tide, di quel rosso che tende al porpora che le pare sia l’unico colore che lui dovrebbe portare, lo guarda fermarsi dietro a due ragazzi che devono pagare la loro pizza, mentre tira fuori il portafogli dalla tasca dei jeans.

    13/11/2011

    Shadows in the rain

    Filed under: — JE6 @ 16:57

    Non ricordo di essere mai stato così stanco. Negli ultimi due giorni, da quando siamo partiti da Milano abbiamo dormito forse tre ore, e sempre sui pavimenti di vagoni di seconda classe. Oggi ci mancava solo questo, prendere l’ultimo treno della sera, apprendere con sgomento che non arriva al porto ma si ferma in città e realizzare che questo significa farsi qualche altro chilometro a piedi, e sempre con lo zaino in spalla, se vogliamo prendere il traghetto per Dover.
    Scendiamo dal treno. Siamo un gruppo che neanche nelle barzellette, noi due e due inglesi e due tedeschi, nessuno che sappia più di un paio di parole di francese. Fermiamo un poliziotto, a gesti gli chiediamo come si arriva al porto, a gesti lui ce lo spiega e noi facciamo finta di capire. Iniziamo a camminare, fa freddo e tira vento. Stiamo in fila indiana, noi due per ultimi. Mi sento addosso una tristezza che non dovrei avere, vorrei tornare a casa, vorrei sedermi qui, sul ciglio di uno di questi sentieri sabbiosi nei quali stiamo affondando i piedi. Cade qualche goccia d’acqua. I tedeschi non mollano, vanno avanti sicuri, come panzer, come la loro nazionale di calcio, un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro senza dire una parola. Gli inglesi seguono, ogni tanto ridono come fanno quelli che hanno due o tre birre nello stomaco. E poi ci siamo noi. Adesso piove davvero, ci fermiamo per tirare fuori dagli zaini le cerate, e cercandole dobbiamo spostare tutto – la tenda, le scarpe, le pentole, la canna da pesca, diocristo ti sei portato davvero la canna da pesca, i maglioni. Ripartiamo, ho le lenti degli occhiali ormai completamente bagnate, come un parabrezza senza tergicristalli, sento Paolo fischiettare per farsi compagnia, per far passare il tempo che invece non passa mai. Senza accorgermi entro dritto in una pozza di acqua e fango e petrolio e dio sa cos’altro ancora, d’altra parte siamo nei docks di un porto industriale, scivolo, barcollo, allargo le braccia per tenermi in equilibrio, sento che i venti chili che ho sulle spalle stanno per portarmi a faccia in giù, sembro una marionetta a cui abbiano tagliato i fili, e proprio mentre sto per cadere rovinosamente Paolo mi abbranca lo zaino, mi tiene, socio mi sembri un po’ stanco mi dice e io senza un motivo al mondo lo mando affanculo, lui che non c’entra niente. Riprendiamo a camminare in silenzio, i tedeschi e gli inglesi si sono allontanati, hanno un centinaio di metri di vantaggio, li vediamo là avanti, ombre nella pioggia di una notte del cazzo. Paolo mi si affianca e senza guardarmi dice la pioggia è bellissima, quando si gioca a calcio e diluvia è una roba fantastica, sei fradicio e non ci pensi, ti butti nel fango e ti sembra di stare in paradiso e io senza guardarlo mormoro è vero, e mi viene da ridere, e poi rido, rido e non mi fermo più, anzi mi tolgo gli occhiali e il cappuccio della cerata e cammino prendendomi tutta l’acqua del mondo che adesso arriva di traverso, mi entra negli occhi e nelle orecchie, e rido rido rido, poi dico a Paolo dai, riprendiamo i crucchi altrimenti qui ci ritrovano domani mattina e col cazzo che ci arriviamo a Dover e allungo il passo, e lui ride e dice coglione aspettami, ti salvo e mi ringrazi così.

    06/11/2011

    Walking in Your Footsteps

    Filed under: — JE6 @ 17:07

    Stamattina sono in ritardo, però forse ce la faccio a entrare in classe prima che inizi inglese. In fondo al corridoio che porta alla palestra della scuola vedo Ilaria, sta parlando con Claudia e mentre si volta un po’ verso di lei mi vede con la coda dell’occhio, non mi saluta ma lo so che mi ha visto. Mi piace tanto Ilaria, ha un accento che non è di qui, i capelli neri e un modo tutto suo di portarseli indietro, che quando fa quel gesto sembra che le si schiarisca il viso e diventi ancora più bella. Mi piace tanto perché quando parliamo non sembriamo un ragazzo e una ragazza, ma solo due che si conoscono tanto bene e invece Ilaria si è trasferita da poco ed è nella mia classe solo da qualche mese. E poi è alta, Ilaria, e a me questo mi rilassa perché non mi sento in imbarazzo, io sono alto, alto e con i piedi lunghissimi, sono alto uno e novanta e ho il quarantotto e a volte sembro uno portato dal circo dentro una classe di terza ragioneria. Ma Ilaria è alta, non come me, ma abbastanza, e quando si tira i capelli indietro sembra che si avvicini al cielo. Ogni tanto andiamo a mangiare insieme quando finisce la scuola, e parliamo, ci raccontiamo un po’ delle nostre cose, lei mi dice del suo paese da dove è venuta via da poco perché il padre ha trovato qui il lavoro che aveva perso però non mi ha spiegato bene che lavoro fa e ho avuto l’impressione che si vergognasse un po’, io invece le faccio vedere dove vivo perché abito a cinque minuti a piedi dalla scuola, e il panettiere dove ci compriamo la pizza è quello dove siamo sempre andati a prendere il pane e infatti il panettiere quando mi vede arrivare con una ragazza fa finta di non conoscermi così bene ma quando ci torno da solo si mette a ridere e dice carina la tua amica. L’altro giorno stavamo andando verso i laboratori di lingua e Ilaria mi dice senti, ma i tuoi sono alti come te, perchè tu sei proprio una pertica, e guarda che piedi che hai, saranno il doppio dei miei, e io le ho risposto che no, mio padre e mia madre sono normalissimi, anzi mia mamma è più bassa che alta, allora lei ha detto e tu da dove sei venuto fuori allora, ma io non ho risposto e poi siamo entrati nell’aula-laboratorio. E’ che io non lo so da dove sono venuto fuori, papà e mamma qualche anno fa mi hanno fatto sedere e mi hanno fatto un discorso, neanche tanto lungo, per spiegarmi che ero stato adottato ma che io ero il loro figlio e non c’era molto altro da dire, mi volevano bene come se mi avessero fatto loro, non c’era un solo minuto in tutta la vita nel quale pensassero che chi gliel’aveva fatto fare e cose così e io ho continuato a pensare a loro come a mamma e papà, anche dopo quel giorno e quel discorso. Però poi sono cresciuto, sono cresciuto tanto, sono diventato alto come lo sono adesso e mi sono venuti questi piedi lunghissimi, e ci sono giorni che sono sdraiato a letto e mi guardo questi piedi da lontano e allora mi chiedo da dove vengo davvero, mi chiedo com’era mia madre e mi chiedo com’era mio padre, forse era come quello della canzone che papà ascolta spesso, dice che era un bell’uomo e veniva dal mare, magari era lui a essere alto alto. E ogni tanto faccio un sogno, è inverno e io sto camminando su una spiaggia, ho i piedi nudi e i jeans rimboccati sopra le caviglie, e davanti a me cammina un uomo grande e grosso, cammina veloce senza correre, né mi attende né scappa, io gli dico di aspettarmi ma lui va avanti ma è come se volesse farmi capire che se accelero il passo posso raggiungerlo, se alzo la testa vedo le sue spalle, se la abbasso vedo i miei piedi che entrano nelle impronte che lui lascia nella sabbia bagnata, ci entrano bene, significa che i suoi piedi sono più grandi dei miei, cammino proprio dentro le sue impronte e capisco che è papà, il mio papà e allora mi sveglio e ogni volta mi trovo la faccia bagnata e quando vado in bagno e me la asciugo mi dico che sono un cretino perché come fai a piangere perché senti la mancanza di qualcosa o di qualcuno che non conosci. L’altro giorno avrei voluto dire tutto questo a Ilaria, ma non c’era tempo e non sapevo come fare, che parole usare, allora non ho risposto alla sua domanda, lei è entrata nel laboratorio prima di me e ho alzato un po’ le spalle come per dire non importa e sono andato a sedermi vicino a Stefano come al solito. Però magari uno di questi giorni chiedo a Ilaria se le va di mangiare qualcosa prima di tornare a casa e le dico sai che ho fatto un sogno e le racconto di quel sogno lì e le dico che forse lo so perché sono così alto e ho i piedi così lunghi, che forse lo so da dove sono venuto fuori, che mi piacerebbe se lei mi aiutasse a trovarlo perché in due si cerca meglio, allora starò a guardarla mentre si tira indietro i capelli e aspetterò che mi risponda.

    26/10/2011

    It’s Alright for You

    Filed under: — JE6 @ 12:00

    Quando lei gli disse che sarebbe andata via per qualche tempo e che non si sarebbero né visti né sentiti lui rispose solo se va bene per te allora va bene per me, poi la salutò con un bacio sulla guancia e cercò nella tasca le chiavi della macchina. Il giorno dopo telefonò alla migliore amica di lei e inventandosi una scusa traballante le chiese se per caso aveva le sue chiavi di casa, e se gliele poteva dare. Lei finse di credere alla scusa e gliele diede, decidendo di fidarsi, per sé e per la sua amica. Quella sera lui andò, armeggiò con le chiavi, entrò e si guardò intorno, accendendo prima la luce dell’ingresso e poi quella del corridoio. Stette così per qualche minuto, passò da una camera all’altra, osservando in silenzio prima di richiudere la porta e tornare a casa. Il giorno dopo tornò, alla stessa ora, si tolse il giubbotto, poi si mise al lavoro. Alzò le sedie e le appoggiò sui tavoli con le gambe che puntavano verso l’alto. Attaccò la spina e fece partire la lucidatrice che si era fatto prestare, muovendola lentamente e metodicamente. Tornò per altre due sere, piantò un chiodo che resse un piccolo acquarello che lei aveva lasciato appoggiato su una mensola, aggiustò un’antina del mobile del bagno, spolverò i vasi di cristallo e in uno di questi mise acqua e infilò un mazzo di fiori che aveva comprato lungo la strada. Una sola volta entrò nella camera da letto, e tutto quello che fece fu appoggiare su uno dei due comodini un bicchiere e una bottiglietta ancora chiusa. Passò e ripassò davanti al telefono della casa, vide la spia rossa della segreteria telefonica lampeggiare e girò la testa per togliersi qualsiasi tentazione. La sera che lei rientrò si rese conto subito che c’era qualcosa di diverso. Corse in cucina, e nel salotto, e in bagno, agitata e quasi impaurita. Poi vide i fiori, e la bottiglietta sul comodino, e credette di sapere che non aveva bisogno di telefonare ai suoi genitori o alla sua amica, tirò fuori dalla tasca dei jeans il cellulare e lo chiamò – rispose la voce metallicamente flessuosa della segreteria, non posso rispondere ma prima o poi richiamo, lasciate un messaggio, e lei non trovò parole.

    23/10/2011

    No Time This Time

    Filed under: — JE6 @ 10:25

    La sala d’aspetto della rianimazione è piccola e illuminata da neon glaciali. Sulle panche siedono una dozzina di persone. Passano la gran parte del tempo in silenzio, come hanno fatto tutti i giorni per l’ultimo mese, ogni tanto qualcuno dice una frase qualsiasi a mezza voce. Due uomini escono nel cortile. Restano in maglione, nonostante il freddo tremendo di una notte di un gennaio più rigido del solito, a guardare le luci notturne degli altri reparti. Quando rientrano uno dei due cerca nel taschino dei jeans qualche moneta e si avvicina alla macchina del caffè mentre in un angolo della sala un uomo che non si è mai alzato dalla panca metallica fissa la porta che conduce alle sale di rianimazione, abbassando poi gli occhi sul telefono che tiene in mano. Ai muri sono attaccati dei manifesti colorati. Una delle donne si liscia nervosamente una piega dei pantaloni di velluto. Poco prima dell’una di notte la porta si apre. Un’infermiera, con la mascherina abbassata sotto il mento, li guarda con la meccanica empatia di chi ogni giorno vede la gente morire. Chi vuole salutarlo può entrare, dice. Poi aggiunge, accorciando le parole, sarebbe meglio subito, questa volta non c’è più tempo. L’uomo che fissava la porta si passa una mano sugli occhi, riprende il telefono e scrive un messaggio.

    20/10/2011

    Murder by Numbers

    Filed under: — JE6 @ 18:44

    Non se lo ricordava come aveva iniziato, forse con la pistola di suo padre trovata in un cassetto. Una volta che spari a qualcuno, poi hai due sole strade, a meno che tu non sia un poliziotto: o non lo fai più perché il solo pensiero ti fa salire un’angoscia che non riesci nemmeno a descrivere, o ci prendi gusto, e spari ancora. A lui piaceva farlo così, a caso, mettersi quel piccolo pezzo di ferro nella tasca del giubbotto, salire in bicicletta, entrare nel parco e sparare a un impiegato che portava a passeggio il cane, senza un motivo, per il solo piacere di schiacciare il grilletto e sentire quel botto, senza nemmeno curarsi più di tanto di essere visto da qualcuno. Non ci pensava. Lo faceva e basta. Sulla faccia delle persone che ammazzava non si disegnava né l’orrore né l’incredulità: semplicemente non facevano in tempo, lui si avvicinava e in un secondo, quando era a un metro di distanza, tirava fuori la pistola e colpiva. Faceva sempre centro, era bravo. Teneva una specie di contabilità, ma lo faceva a mente, non prendeva appunti, non segnava tacche sul muro o sul calcio della pistola. Un giorno semplicemente si stufò, alle sette di un mattino nebbioso fece secco un quarantacinquenne che faceva jogging prima di andare in ufficio, poi si avvicinò al laghetto dove i bambini andavano a buttare le tartarughe che non potevano più tenere a casa, gettò la pistola nell’acqua limacciosa e andò a bersi un caffè.