Unendo i puntini
Siamo fermi a un semaforo del centro di Belfast. Chiediamo al ragazzo che ci sta a fianco dove sta il St. George’s Market. Proprio lì di fronte a voi, ci dice. “Thank you” – “No problem. Free Palestine”. Noi ci guardiamo, sorridiamo, alziamo il pollice.
Bilbao, San Sebastian, Vitoria, Guernica, Bayonne e decine di paesini più o meno grandi, più o meno sperduti: non c’è un angolo dei Paesi Baschi spagnoli e francesi che non porti le sue scritte end genocide e free Gaza, le bandiere palestinesi affiancate alle Ikurrine.
Bihać, Bosnia nordoccidentale, a due passi dai laghi di Plitvice meta turistica per milioni di persone: murales enormi con i colori della bandiera palestinese, free Gaza free Gaza free Gaza.
Una pizzeria della provincia di Como, una sera di luglio, una squadra di pallavolo femminile arrivata in modo avventuroso dal campo di Shatila per incontrare chi la sostiene a distanza, un microfono per dire metà di noi sono palestinesi e decine di persone che appoggiano le posate per stare ad ascoltare.
Uno dice d’accordo, la Bosnia, la solidarietà musulmana. Uno dice d’accordo, i baschi, la tradizione della sinistra radicale antiamericana. Ma i cattolicissimi repubblicani di Divis Tower, Billy McVeigh che all’entrata della Free Derry prende sotto braccio i turisti per una foto e mentre qualcuno scatta lui urla free Palestine end genocide down with the King; ma i tranquilli cattolici medioborghesi della Brianza Felix, i normali universitari milanesi, tutta la gente che se ne frega delle querelle intellettuali sul sionismo e sul suo anti-: tutti questi sono vittime di una enorme manipolazione, comparse di una sensazionale allucinazione collettiva, esempi viventi di malafede ben sfruttata? Non so. Davvero, non so. O meglio sì, lo so. Lo so molto bene.
August 18th, 2026 at 14:24
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