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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    18/04/2017

    Grazie

    Filed under: — JE6 @ 18:39

    A volte succede che quando ci si prepara per tornare a casa non ci si limita a salutarsi, a dirsi alla prossima, ci vediamo. A volte succede che ci si stringe la mano o ci si abbraccia o ci si dà un bacio per guancia e si aggiunge “grazie”. A volte succede che quella parola è un’eredità dei genitori, forse dei nonni, un’abitudine, un eccesso di forma. A volte succede che invece no, che invece si sta davvero dicendo grazie, grazie per qualcosa di così semplice e banale che ogni altra parola sarebbe di troppo, grazie per qualcosa di così necessario per andare avanti che ogni altra parola sarebbe impossibile da trovare. A volte succede che non si è troppo distratti da altri pensieri e ce ne si rende conto, nel momento preciso in cui quella parola la si dice o la si sente, ce ne si rende conto che è proprio così e c’è una specie di pudore imbarazzato che vaga prima che si finisca con un alla prossima, ci vediamo, e si accendano i motori delle macchine e si torni davvero a casa.

    17/09/2015

    E in un istante sei a casa

    Filed under: — JE6 @ 14:00

    Questa cosa dell’anatomia degli istanti mi sta sfuggendo di mano.

    Scendo dal tram in via Dogana. Non ha niente di particolare, questa via, è come molte altre del centro di Milano, gente che aspetta alla fermata del 24, gente che ci sale, gente che la attraversa per andare da Piazza Duomo a Piazza Diaz, il sole che quando c’è arriva di sbieco perché è stretta e i palazzi sono alti. C’è una via così praticamente dappertutto, guarda adesso non saprei dirti il nome ma credimi, l’ho vista a Francoforte e a Madrid, a Londra e a Chicago, pure a Rimini, mi pare dalle parti della stazione. Scendo dal tram e faccio due passi di numero e vedo una targa all’ingresso di un portone, un rettangolo grosso di metallo nero con una sottile cornice e le lettere dorate, i caratteri che potrebbero essere degli anni Cinquanta, una targa che sta lì, ferma, a dire che al secondo o al terzo piano c’è qualcosa, uno studio legale, un dentista, ferma in mezzo agli hipster, agli impiegati, agli studenti, ai turisti, a tutta la gente che aspetta il tram e che va da Piazza Duomo a Piazza Diaz e ritorno, e nell’istante preciso che la vedo so che va bene Francoforte e Madrid e Londra e Chicago e Rimini ma la verità è che quella targa può stare solo a Milano, e che sono a casa, e non ho bisogno di fermarmi a guardarla perché è lì da una vita e per un’altra vita ci resterà, basta un istante a capirlo, a saperlo.

    Che gusto è, gli dico, e lui dice anguria, quell’altro è limone, cerco in tasca e tiro fuori un altro dollaro mezzo stropicciato, anguria grazie. Esco con il mio sacchetto e il bicchiere di plastica con la cannuccia e la granita, sto sul marciapiede aspettando il verde per attraversare uno dei due grandi boulevard che tagliano Harlem in verticale, fa caldo ma non troppo, sono l’unico bianco fino a dove arriva la vista, faccio il calcolo di quanto manca alla partenza, e nell’istante preciso in cui avverto il freddo del ghiaccio arrivare a spaccarmi il naso là sopra, proprio in mezzo agli occhi, in quell’istante lì mi dico ma bastano davvero due giorni e spiccioli per sapere e sentire di essere a casa e poi perché proprio qui, cos’ha la Bowery che non va, ma è un istante solo, di quelli lucidi e densi da sembrare colla, scuri come buchi neri, poi il semaforo cambia colore.

    14/04/2015

    Sulla piccola vetrina

    Filed under: — JE6 @ 16:58

    E’ un piccolo negozio, fa riparazioni, mette a posto cerniere lampo, cose così. A guardarlo ti chiedi come faccia a resistere, a tirare la fine del mese mettendo in linea i denti di una zip. Poi pensi che forse aiuta stare in mezzo alle due fermate della metropolitana più trafficate del centro di Milano, e forse aiutano quei cartelli che si prendono metà della piccola vetrina, uno che riporta un pezzo del discorso di Pericle agli Ateniesi, l’altro un brano della Repubblica di Platone, forse in un giorno dieci persone si fermano a leggere e di queste dieci forse una pensa che sì, dai, quella borsa posso ancora farla rimettere a posto, poi hai un attimo di lucidità e in quell’attimo realizzi che quei rettangoli di carta non hanno l’aria di richiami, di specchietti per le allodole, stanno vicini a ritagli di giornale che raccontano dei casi di corruzione per l’Expo e d’altra parte, seriamente, tu ti faresti riparare una cerniera perché uno ti legge un pezzo di Tucidide su cos’è la democrazia – ed è in quel momento, nel momento in cui stai per seguire l’onda stabile e sicura del disincanto quotidiano che ti fermi per una frazione di secondo e immagini, anzi speri che quell’uomo che vedi là dietro il banco del piccolo negozio che fa riparazioni e che si vede passare di fronte decine di migliaia di persone ogni giorno senza che una sola si fermi abbia attaccato quei cartelli senza alcun fine che non sia quello di rendere un po’ migliore il posto dove vive, e in quel momento vorresti avere una cerniera rotta, una borsa da non scartare, e entrare.

    10/04/2015

    Così perfetta da non sentirla

    Filed under: — JE6 @ 13:39

    Chissà dov’ero, e cosa stavo facendo. Perché è primavera e fa caldo, di quel caldo un po’ malato da città, che è quasi sempre troppo – sarà la giacca, la borsa con il portatile, l’asfalto, non so. Però fa un po’ troppo caldo e questo significa che probabilmente è già passato quel momento che è il momento migliore di tutta la primavera, e forse dell’anno, l’istante preciso in cui sei all’aperto e hai le maniche rimboccate e ti rendi conto che la temperatura è perfetta, così perfetta da non sentirla. E’ un istante che dura niente, e nel mentre di quel niente stai facendo altro, stai parlando, stai guardando il telefono, stai bevendo una birra; ma a volte, raramente, te ne accorgi, ed è una cosa che vorresti dire agli altri, madonna senti che bello, oppure no, vorresti stare in silenzio e sentirlo tutto quell’istante, fino a quando qualcuno ti chiama, il pane lo affetti tu, ricordati la riunione di lunedì, fino al prossimo istante, l’anno che verrà.

    08/01/2015

    Allora è così

    Filed under: — JE6 @ 08:26

    Allora è così che si spara in testa a un uomo. Per davvero. Come hanno fatto a Columbine e a Baghdad e a Palermo – perché al cinema non vale, lo sappiamo che quello è pomodoro. Allora funziona così. Guarda quanto è facile.

    31/12/2014

    Mutandine rosse

    Filed under: — JE6 @ 12:00

    Comunque non è il caso di agitarsi, è solo la fine del primo quadrimestre.

    19/12/2014

    In fondo, senza troppi lividi

    Filed under: — JE6 @ 18:06

    C’è un momento preciso e imprevedibile che arriva sempre, poco prima che ci si saluti con i chi c’è lunedì altrimenti ci facciamo gli auguri adesso, un momento nel quale si sta seduti intorno a un tavolo, magari con colleghi che durante l’anno si frequentano poco perché si occupano di cose delle quali tu non ti interessi e viceversa, e in quel momento, un istante, una questione di pochi secondi, tutti sembrano in pace con tutti, anzi lo sono, senza un motivo, senza una ragione che non sia quella specie di micidiale stanchezza che ti fa ringraziare il cielo di essere arrivato in fondo senza troppi lividi, come quando finisci una lunga corsa e un metro dopo il traguardo stramazzi a terra, ma prima di farlo abbracci tutti gli altri per il solo fatto di essere arrivati, più o meno tutti, più o meno interi. E’ un momento strano, non lo senti arrivare ma lo riconosci quando c’è. Poi passa, svelto, basta una telefonata, una mail, un orario da rispettare, ma per una mezz’ora ne senti il sapore in bocca, insieme a quello del prosecco, che resta leggero anche quando sei uscito svicolando per evitare baci e abbracci.

    24/11/2014

    Tra parentesi

    Filed under: — JE6 @ 15:35

    I giorni possono essere delle lunghe successioni di bicchieri e risate e foto, una lunga e lieve sbornia, delle parentesi tra una trasferta di lavoro e un’operazione in day hospital e un mutuo da pagare e la spesa della settimana e una fila di insufficienze; e dentro ci possono stare a volte, se si ha e se si è cercata un po’ di fortuna, altre parentesi, più piccole, fatte di pochi minuti, che si portano dentro due o tre frasi che vengono da un punto lontanissimo, da un nucleo nel quale si è condensato quasi tutto e che a sua volta si condensa in un istante preciso e casuale che arriva di sorpresa, senza fare rumore, in modo inevitabile, e allo stesso modo finisce lasciando tutti con la stessa espressione sul volto, e con la sensazione che tutto il resto è contorno.

    23/10/2014

    ll mare d’autunno

    Filed under: — JE6 @ 13:18

    Il mare d’autunno ha qualcosa di sbagliato, per noi di città. Perché d’inverno lo sai che fa freddo, che tira l’aria umida, che le strade sono vuote. E d’estate, beh, è estate, lo sai com’è, se ci vai ci vai per quello, sole cuore amore. D’autunno ci capiti per caso, sei lì per altri motivi proprio come quel gruppo di turisti tedeschi che scendono dal pullman dopo aver girato per musei, sei vestito troppo leggero o troppo pesante, dall’acqua sale un odore che non sai definire, prima di entrare nel ristorante guardi verso il largo e c’è un istante preciso nel quale hai la stessa sensazione che provi di fronte a qualcuno al quale non sai più né cosa dire né come dirlo, poi guardi che ore sono e allora ciao, devo andare, ho un appuntamento.

    30/09/2014

    Nel preciso istante

    Filed under: — JE6 @ 12:10

    C’è questo libro, molto bello, che mi è capitato di leggere qualche mese fa. Racconta di un periodo, quello del passaggio della Spagna dalla dittatura franchista alla democrazia, e nel farlo parte da, e poi torna a, un momento preciso, quello nel quale i militari impegnati in un tentativo di colpo di stato e guidati da un colonnello con la faccia da caratterista di telefilm di serie B entrano nell’aula delle Cortes e sparano, e tre soli uomini restano in piedi a sfidare quelle pallottole. Il libro si intitola “Anatomia di un istante”, e tra i molti motivi per cui vale la pena leggerlo c’è il titolo, e quel che il titolo si porta dentro. Perché il fatto è questo, ed è una cosa alla quale penso spesso, il fatto è che non è una storia di sliding doors, di poteva andare così e invece è caduto un vaso dal balcone spinto da un colpo di vento e allora è andata in un altro modo, il fatto è che tante volte le cose sembrano concentrarsi tutte in un istante preciso, una specie di distillato densissimo, una goccia microscopica e inscindibile che racchiude tutto, dentro la quale tutto ha senso. Mi affascina questa cosa, mi affascina vederla da fuori – perché i propri istanti nessuno è capace di riconoscerli davvero – come se stessi a fissare le foto di un buco nero, e mi affascina pensare che in fondo i giorni spesso sono esattamente questa cosa, il transito quasi sempre incosciente da un istante a quello successivo, e mai che ci sia una volta che questo non ti arriva alle spalle sfilandoti il portafogli e tu te ne accorgi solo molte ore dopo e ti guardi in giro e riesci solo a dire “occazzo, è stato in quel momento lì, adesso ho capito”.