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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    27/05/2015

    E invece

    Filed under: — JE6 @ 17:16

    Ci sono posti che non riesci a immaginarti diversi da come li hai visti, nemmeno se ti sforzi. Ho perso il conto di quante volte sono stato nella Grand Place di Bruxelles ed è sempre stato un luogo bello, pieno di una strana calma anche quando era pieno di turisti o quando cadeva una pioggia feroce. E pure lo stadio della città, quello che una volta era l’Heysel e adesso porta il nome di un re, visto in un giorno di novembre, anche quello: sta al limitare di un parco, grande verde e tranquillo come può essere un parco belga, e fai fatica a vederci i morti, il sangue, i poliziotti a cavallo che non sanno cosa fare, gli ubriachi e tutto il resto. Non sembra possibile, semplicemente. E invece.

    10/11/2012

    Zwei unbekannte Soldaten

    Filed under: — JE6 @ 13:06

    Sto sfogliando le pagine del “Piccolo” di Trieste, unico cliente di una trattoria di Opicina. C’è una pagina intera scritta da Paolo Rumiz, seguito di un articolo precedente “sull’ingiusto oblio dei Caduti e combattenti triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati in divisa austro-ungarica nella prima guerra mondiale”. Lo leggo mentre finisco il mio quarto di bianco, faccio due conti veloci, quanto dista Prosecco, a che ora posso arrivare a Milano, quanto tempo posso impiegare per trovare il cimitero di guerra austroungarico di cui scrive Rumiz. Sette minuti per arrivare a Prosecco, affianco una signora anziana che ha delle verdure in mano, le dico cosa sto cercando, lei dall’altra parte del finestrino mi guarda come se le stessi parlando di fisica quantistica e in un misto di italiano e triestino mi dice che non ha mai sentito parlare di quel cimitero, vada avanti un chilometro fino ad Aurisina, poi chieda in piazza. Obbedisco, non trovo nessuno a cui chiedere, il navigatore non mi è di aiuto. Decido che sarà per la prossima volta, torno verso l’autostrada e come sempre capita eccolo, il cartello giallo nascosto dietro un angolo che non avrei mai visto se le curve di questa provinciale non obbligassero ad andare a trenta all’ora. Dopo cinquanta metri la strada si divide e naturalmente non c’è più alcuna indicazione, come se si volesse evitare di far arrivare chicchessia a quel cimitero, renderne impossibile la frequentazione per annullarne il ricordo, e l’esistenza. Scelgo uno dei due vicoli, dopo un paio di centinaia di metri incontro un signore che sta facendo due passi tra gli alberi umidi di questo bosco e lui sì, lui sa, guardi è proprio lì avanti, stia solo attento alle buche della strada. Ha ragione, ormai ci sono, giusto altri tre minuti di fango, buche e rovi. Apro il cancello, guardo le croci di pietra, l’erba alta e non curata, le tante sterpaglie, i fiori finti bianchi o rosa che stanno ai piedi di alcune tombe. Leggo le targhe, piccoli rettangoli metallici sui quali stanno scritti i nomi dei caduti. Sono cognomi tedeschi o austriaci, molti ungheresi, ne trovo uno italiano. Mi chiedo come comunicassero tra loro questi uomini, se erano divisi in plotoni per provenienza e lingua, cosa li unisse, come si salvavano la vita a vicenda un caporale del Balaton e un soldato di Lienz – forse a gesti, a spintoni, di istinto come animali. Faccio un rapido conto delle croci, saranno sette o ottocento, forse un migliaio. Leggo un’altra targa, sotto il nome di un soldato austriaco c’è la scritta “Zwei unbekannte Soldaten” – due soldati sconosciuti, dei quali non si sa il nome, militi ignoti. Mi avvicino al piccolo altare in pietra sormontato da una croce dove in tre lingue – italiano, tedesco e quel che credo essere sloveno, certo non è ungherese – si dice che qui stanno i resti di 1934 soldati austroungarici. Ci sono lumini sui quali sono stati intrecciati nastri tricolori magiari, c’è una corona con un nastro bianco e rosso lasciata dalla Croce Nera d’Austria, l’associazione che mantiene in vita il ricordo dei soldati austriaci morti nelle due guerre visitando i cimiteri di guerra sparsi per l’Europa. Un migliaio di croci, il doppio di morti, il conto degli unbekannte è fin troppo facile. Esco dal cimitero e mentre chiudo il cancello incerto della sua entrata mi chiedo se la settimana scorsa, nel weekend che noi fingiamo di dedicare ai nostri morti qui sia venuto qualcuno a far visita, mi chiedo se per caso questi cinque minuti passati nel mezzo di un bosco della provincia di Trieste con l’asfalto dell’autostrada a meno di mezzo chilometro di distanza non siano stati un omaggio a qualcuno che non se lo meritava: gli austroungarici sono stati nel 15-18 quel che le SS sono state venticinque anni dopo? Non lo so, dovrei leggere, dovrei studiare, dovrei capire, perché non vorrei fare la fine di quella buona signora che ho fermato a Prosecco, quella che non poteva non sapere di questo posto e invece. E mentre penso questo penso pure la cosa contraria, se abbia senso, cent’anni dopo, rifiutare al caporale del Balaton e al soldato di Lienz quel minimo sindacale di pietà che sta nel fermarsi a guardare le loro tombe e appoggiarvici sopra la mano, e anche a questa domanda non so darmi risposta.

    22/07/2011

    Ponte della Libertà

    Filed under: — JE6 @ 08:55

    Quando metti le ruote sopra il ponte, in quell’istante e per quell’istante si ferma un po’ tutto – il mal di testa che ti martella fino a darti nausea, le notizie dalla radio, la telefonata dall’ufficio, la spia della riserva, le cose da fare, le cose non fatte -, rimane il cielo ancora pulito e il milione di riflessi del sole sull’acqua. Sei ancora troppo lontano per vedere quei due piccoli cannoni sulla sinistra, e lo scempio del distributore di benzina all’altro estremo del ponte, socchiudi gli occhi e là, in fondo, vedi Venezia.

    15/07/2011

    Piazza Indipendenza

    Filed under: — JE6 @ 08:05

    Piazza Indipendenza alle due di notte è un mare nero ovale che rilascia il caldo accumulato durante il giorno. Un barbone appoggia le labbra al tubo metallico della fontana. La luce di un lampione si riflette sul nuovo logo del supermercato. Due tassisti parlano, stando seduti sui cofani delle loro macchine. Sotto la grande scritta gialla del Corriere dello Sport un uomo passeggia aspettando qualcuno, arriva una macchina che sembra proprio quella, lui si avvicina al bordo del marciapiede, poi vede il colore, prende il telefono, fissa il display, lo rimette nella tasca, si passa una mano sul volto come se asciugasse delle lacrime. Un autobus attraversa la piazza lungo la corsia preferenziale, via Bachelet, via Palestro, via Villafranca, là in fondo Castro Pretorio. Per un minuto tutto si ferma e sembra il posto più solitario del mondo. Anzi, lo è.

    14/07/2011

    Viale dei Parioli

    Filed under: — JE6 @ 19:35

    Viale dei Parioli alle sette di sera è una fila di alberi e un refolo d’aria che ti libera dal sudore appiccicoso della giornata. Un barista con la faccia dello zio Paulie dei Soprano tiene un piede su una ringhiera mentre Viale dei Parioli alle sette di sera è una fila di alberi e un refolo d’aria che ti libera dal sudore appiccicoso della giornata. Un barista con la faccia dello zio Paulie dei Soprano tiene un piede su una ringhiera mentre parla al telefono, aspettando i primi clienti della sera. Su una panchina cinque donne molto anziane siedono sedute strette l’una vicina all’altra. Una tiene in mano il volantino di un supermercato, arrotolato come un piccolo bastone di carta. I gestori delle bancarelle di libri usati stanno seduti e sembrano addormentati. Due amici arrivano e si siedono a un tavolino del Cafè Hungaria. Si danno il cinque. Un amico telefona, la prossima volta avvisami prima, l’ho fatto quando ho potuto, ma dove sei, davanti alla chiesa dei latinos, quella di piazza Buenos Aires, quella con il mosaico della bandiera argentina, ma sei a piedi, sei matto, no, si sta bene, quando vai in vacanza, manca poco.

    Porta Pia

    Filed under: — JE6 @ 15:38

    Alle tre del pomeriggio Porta Pia è una lastra bianca che fa chiudere gli occhi. Due turisti camminano radenti al muro che fronteggia l’Ambasciata Britannica. Un soldato scosta il basco per asciugarsi il sudore della fronte e si mette in tasca uno smartphone bianco. Dal sottopasso verso Piazza Fiume sale odore di sacchi di juta sfibrati. Fa quel caldo che pensi solo a sopravvivere, respirare piano, cercare l’ombra, fare la strada più breve, sperare che non arrivino né telefonate né messaggi. Anzi, nemmeno pensi. Non pensi a contratti sfumati, riunioni interminabili, appuntamenti saltati, toccate e fuga. Non pensi a nulla. Là in fondo, al termine di quella piccola discesa, gli alberi, e il portone.