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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    08/06/2017

    Le cose, passano?

    Filed under: — JE6 @ 16:55

    Un paio di giorni fa ho finito di leggere “L’ordine del tempo” di Carlo Rovelli. E’ un libro di fisica che parla, appunto, del tempo. Quello che noi consideriamo essere il tempo, quello che oggi la fisica sa essere il tempo. Aristotele, Newton, Einstein. La relatività, la teoria dei quanti. Per l’ennesima volta non ci ho capito molto, arrivo a un punto e lì mi perdo, mi cade la mandibola, mi viene la faccia a punto esclamativo – o a tre puntini, che è un po’ lo stesso. Però una cosa mi è sembrata di averla capita, e cioè che in realtà – una realtà che non vedo, che faccio persino fatica a immaginare – non c’è un tempo ma ce ne sono un’infinità, e non c’è un presente né un futuro o meglio: quello che sembra passato potrebbe essere futuro e viceversa, è tutto relativo, dipende da dove mi metto a osservare, il mio passato potrebbe essere il futuro di qualcun altro e viceversa. Così guardo tutte le carabattole che ho tirato fuori dalle scatole di cartone e che ho messo sulla nuova scrivania, una bottiglia da Cannes, una statuetta da Shanghai, una bambola da New Orleans, un bicchiere da Boston, una bandierina da Sofia, cose che mi porto dietro da viaggio a viaggio, da ufficio a ufficio così da poter raccontare una piccola storia per ciascuno e adesso penso che boh, magari non sto guardando pezzi di quando avevo cinque o dieci anni di meno, forse sono cose che devono ancora venire, vai a sapere.

    28/09/2016

    What’s next?

    Filed under: — JE6 @ 11:08

    E’ che si ha bisogno dei simboli, perché in realtà alla fine non c’è differenza tra ieri e oggi (e non ce ne sarà tra oggi e domani), come non ce n’è tra il 9 del martedì e lo 0 del mercoledì. Dura poco il fascino di quel simbolo, dura il tempo di capire che la gente che hai intorno nel vagone che ti porta in centro quell’aureola che ti senti addosso non la vede mica, che la macchina gira come al solito, le mail, le telefonate, le scadenze, i conti, e che in fondo è giusto così, va bene così. Poi stacchi per qualche minuto, quanto basta non per tornare indietro – ché per quello ci vorrebbe davvero troppo tempo – ma per chiederti e adesso che si fa? e risponderti cercando già qualcos’altro da fare, un obiettivo al quale ne seguirà un altro e un altro ancora così ti troverai senza accorgertene al prossimo 9 che diventerà 0, sperando di continuare a sentire quella vocina che ti dice con dignità ti prego, con dignità.

    27/04/2015

    Le cose e i ricordi

    Filed under: — JE6 @ 10:09

    Non avevo in programma di andarci, e infatti non ci sono andato per davvero. Nella manifestazione di Milano per il 25 aprile mi ci sono trovato dentro per caso, e ne ho approfittato per risalirmi tutto il corteo, dalla coda al capo, camminando mentre questo restava fermo in attesa dell’ordine di partenza. Non ho visto le violenze di cui ho letto, ma ho visto le bandiere dei sindacati con i cartelli “[nome fabbrica] non si tocca”, i furgoncini con gli striscioni “Antifascisti anticapitalisti”, le bandiere con le stelle di David e i cartelli “Sionismo=nazismo”, le bandiere siriane, quelle del PD, le falci, i martelli, tutta la rappresentazione familiare di un pezzo di società alla quale mi pare in qualche modo di appartenere anche se non saprei dire né come né perché né, soprattutto, se ci appartengo veramente. Ho visto moltissima gente della quale non starò a dire se sembrava felice perché il punto non è quello, quella che mi è parso di vedere era una grande folla fatta di tanti gruppi diversi, parecchi dei quali avrebbero gradito che altri gruppi non fossero lì ma mille miglia lontani: e certo, la gran parte di quei gruppi, la gran parte di quelle persone – anch’io, che stavo lì in fondo per caso – erano in strada grazie all’evento che si commemorava ma non più per commemorarlo. Che forse è il destino delle cose umane quando passa tanto tempo, la consunzione delle cose e quella dei ricordi e chissà cosa viene per prima, se quelli o quelle altre, come le uova e le galline, e chissà se tutto questo serve ancora fatto così, come lo stiamo facendo ancora adesso, senza avere idea di come farlo diversamente.

    31/03/2015

    (Brother) Where art thou

    Filed under: — JE6 @ 16:17

    Fa’ la cosa giusta, dice, come se io lo sapessi, come se io potessi saperlo cos’è la cosa giusta, come se non avessi il dubbio che la cosa giusta non sia altro che la cosa che vorrei, come se non temessi che la cosa che vorrei resti bella per i primi cinque minuti e poi puff, come se non pensassi, almeno ogni tanto, che le cose vanno come devono andare e le persone pure, come se non cercassi di non sentire l’ansia della clessidra, tutto il tempo che passa da una parte all’altra e tutto il tempo che sparisce fino a quando non ce n’è più, fa’ la cosa giusta, dice, ma a me basterebbe tornare un po’ indietro, un anno, cinque, non lo so, tornare a sentirti parlare, a sapere come stai e a non chiedermi se è la cosa giusta, perché è la sola cosa possibile.

    13/02/2015

    Prendi parti e non torni più

    Filed under: — JE6 @ 11:47

    Mi arriva una mail da uno dei cento contatti presi in Cina durante i mesi trascorsi a Shanghai due anni fa. Let the year begin, dice; e mi fa ricordare che questo è il periodo del capodanno cinese. Mi fa ricordare anche altre cose – ad esempio che la sera del primo giorno che arrivai era anche l’ultima di quelle due settimane che un miliardo e mezzo di persone si prende come pausa da (quasi) tutto e tutti e notai un silenzio del tutto inusuale in una via come West Nanjing Lu e sembrava tutto irreale se confrontato con le altre volte che ero stato in quella città; oppure le decine di storie di gente che partiva per passare le feste al paese natio e non tornava più, non un messaggio, una telefonata, niente – “chiudiamo l’azienda per le feste e ogni anno almeno il quindici per cento degli operai non si ripresenta alla riapertura” mi disse il direttore tecnico di un’azienda italiana scuotendo la testa e mormorando una cosa tipo “o tegnij o massaij”. Riguardo la mail prima di cestinarla, e prima vinco la solita fitta di nostalgia feroce e poi penso che c’è qualcosa di affascinante e di profondamente invidiabile in questa capacità di rendere vero quello che per noi è solo un vuoto modo di dire, anno nuovo vita nuova, prendi parti e non torni più, e il prossimo capodanno chissà.

    03/11/2014

    Le cose che siamo, Business Edition

    Filed under: — JE6 @ 12:16

    Uno pensa alle relazioni di lavoro, quelle tra aziende, come a cose che seguono logiche magari dure ma in qualche modo razionali: numeri, calendari, obiettivi, cose così. E invece le aziende sono come le persone, e non solo perché sono fatte dalle persone. I loro rapporti si creano sulle ali dell’entusiasmo come due sedicenni che si guardano sulle scale del liceo o della convenienza come in un matrimonio pianificato pensando alla dote dell’una e al posto di lavoro dell’altro, e poi si disfano per la consunzione delle cose, non importa quanto a lungo e quanto intensamente si sia lavorato o vissuto insieme, tra mail non risposte e progetti non completati – le ho telefonato e ha lasciato squillare, stavamo parlando delle vacanze, a questo punto ognuno andrà per conto suo -, oppure con le carte bollate, le richieste di danni, le interruzioni di servizio, le cause: i piatti che volano, insomma. C’è questo che mi affascina, di quanto siamo simili alle cose: che si sfarinano per il tempo e l’usura, che si rompono negli incidenti, fino al prossimo tentativo, un po’ di mastice, ti presento un amico, domani ti firmo l’offerta. Le cose che siamo.

    03/07/2014

    Greetings from Ljubljana 2014 – Prima della tempesta

    Filed under: — JE6 @ 22:41

    Sai quella cosa di prima della tempesta, la quiete, domani prevedono brutto anche se ci sarà il sole e allora ci vogliono quattro passi in riva al fiume, e lungo le vie acciottolate a guardare col naso all’insù questi strani ombrellini di carta che pendono insieme alle scarpe vecchie appese come ad Harlem, a bere una birra in mezzo ai ragazzi con gli zaini e alle donne dalle gambe lunghissime, ad ascoltare il trio blues che si mischia col quintetto gitano, a fissare il marmo splendente del municipio, a girare gli angoli di un posto che conosci quasi come casa tua, a fermarsi sul ponte, quello lì, quello da dove si vede la luce porpora. Te la ricordi Ljubljana, sì? Come se fosse venerdì sera, come se fosse estate.

    24/06/2014

    But I like it (quattro amici al bar)

    Filed under: — JE6 @ 12:12

    Sarà che poi uno vuole vedere le cose che alle quali gli piacerebbe credere, non so. Ma so che l’altra sera al Circo Massimo sul palco non c’erano soltanto quattro (e in alcuni casi cinque) che non hanno mai smesso di suonare rock ma sono il rock, e quindi tutti gli altri – tranne pochissimi eletti – non possono essere che imitazioni, non c’erano soltanto quattro che ormai sono oltre le generazioni, le mode, sono Beethoven e Sinatra, sono Pelè e Di Stefano, sono Michelangelo e Rembrandt, non c’erano soltanto quattro (e in alcuni casi cinque) più vecchi di tutti quelli che li ascoltavano e al tempo stesso più giovani, non c’erano solo quelli, c’erano quattro che ormai non devono dimostrare più nulla, non devono guadagnare un solo dollaro in più, non devono avere una breaking news in più e allora possono fare quello che gli piace fare – e farlo con quelli con cui stai da sessant’anni, e lo sappiamo tutti che non si sta insieme così tanto solo per interesse, ci riesci solo se, in qualche modo indefinibile eppure evidente, ti vuoi bene. Ecco, sarà che poi uno vuole vedere le cose che alle quali gli piacerebbe credere, io l’altra sera vedevo quattro vecchi amici, di quelli bisbetici, paranoici come tutti quelli che vivono insieme da una vita, pieni di ricordi e tradimenti e litigi, e pieni dell’affetto che solo i maschi sanno avere gli uni per gli altri.

    17/06/2014

    Distillato

    Filed under: — JE6 @ 17:15

    Dura un istante, un nulla; ci sono cento, mille persone, bicchieri di birra, programmi per la sera, qualcuno per la notte, appuntamenti di lavoro, pettegolezzi, sudore, caviglie gonfie. Pare impossibile, ma per pochi secondi si crea un piccolissimo vuoto, due metri quadri liberi senza spiegazione. Si avvicinano, un sorriso, ciao come stai. Quell’avvicinamento dura un istante più di quanto ci si aspetterebbe anche se nessuno potrebbe notarlo nemmeno guardando con attenzione, chissà se si dicono qualcosa in quell’istante, forse sì, forse almeno uno dei due prova a distillare tutto il possibile in tre velocissime parole, in un pensiero, forse lo fa ma di sicuro non ci riesce perché in un secondo non puoi concentrare tutto, le mille piccole cose necessarie, quelle che stanno tra il suono della sveglia e il crollo sul cuscino, quelle che arrivano un mercoledì pomeriggio, quelle che sembrano senza importanza, quelle che fanno l’impalcatura di cui tutti hanno bisogno se non vogliono essere Emma Bovary. Dura un istante, un nulla: poi si salutano, ciao, ciao – madonna, quanta gente.

    29/05/2014

    La consunzione delle cose

    Filed under: — JE6 @ 07:50

    La ruspa si muove lungo la spiaggia, spostando e spianando sabbia. La stagione turistica, quella vera, non è ancora iniziata e la città si prepara. Si dipingono pareti, si potano siepi, si lucidano ottoni, si cambiano tappeti. Eccoli i segni dell’invincibile forza della consunzione delle cose – un angolo di muro sbrecciato, una cassetta della posta che chiude male, un frigorifero che non si accende più, tutto nascosto in bella vista sotto gli occhi, mentre passeggi sul lungo mare vedi solo le bandiere che sventolano e i riflessi sull’acqua, poi quando ti fermi a bere un caffè e stai lì con la tazzina in mano e c’è un secondo di sospensione eccoli che li vedi quei segni, li vedi tutti, li vedi nitidi come se non ci fosse altro da poter guardare. E’ in quel momento che ti rendi conto che è quella la vera fatica, non è tanto il costruire le cose ma mantenerle, l’incessante, infinito e sfinente lavorìo della manutenzione che ripara alcuni danni e tenta di evitarne altri, è in quel momento che vedi l’operaio accovacciato davanti a una tubatura con una lattina di antiruggine in mano, lo vedi perplesso mormorare eppure è sempre andato bene, bastava una passata e per un anno eravamo a posto e adesso invece guarda qui che roba, e sembra lo zio del ragazzo che sta passando sul marciapiede opposto, quello che sta rimettendo il telefono in tasca con un’aria assente e pensa una volta mi rispondevi, mi rispondevi sempre, guarda come cambiano le cose, come si consumano.