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12/02/2004
Chiunque, presente ieri sera al Movida, si sia infilato in tasca od in borsa un cd avente a che fare con Fernando Pessoa, sappia che il cd medesimo era destinato in dono ad un noto abitante della blogosfera, la cui presenza immanente aleggiò sugli astanti per l’intera serata.
11/02/2004
Della felice inconsapevolezza E’ che oggi sono allegro abbastanza da non averne un vero motivo. Zittialcinema
E io pago Insomma, cento euro l’anno di canone, e la mattina alle 5.20 mi ritrovo con il monoscopio? Signori della RAI, mi dovete trenta-quaranta centesimi, su questo non c’è dubbio. Per fortuna, alle 6 hanno citofonato i carabinieri, chiamati per il suono di un allarme. Un simpatico diversivo contro la monotonia delle mattine lavorative.
10/02/2004
Andy Warhol dixit Nel corso dell’ultima settimana ho rilasciato due interviste, e mi è stata dedicata (in coabitazione) una blues song. Insomma, il famoso quarto d’ora di celebrità me lo sono già fumato.
09/02/2004
Sincronizziamo gli orologi On air, domani, tra le 15.24 e le 16.18, in streaming audio/video chez www.facoltadifrequenza.it: tutti i colpi di tosse del blog-manager di Squonk. I Blogorroici
08/02/2004
Pizzaballa, due cilindri e cinque birilli Ovvero, come ho conosciuto Herr Effe. “La stai ancora cercando, quella figurina?” mi fa la voce al telefono. Nessuna inflessione, non saprei nè riconoscerla nè descriverla. “Certo” rispondo, con un leggero tremito nella voce. E’ così tanto tempo che la cerco. “Dimmi cosa devo fare per averla, e lo farò”. “Presentati a questo indirizzo di Torino che sto per darti. Domani, alle cinque del pomeriggio. Devi solo fare questo”. Non passa mai il tempo, quando attendi che si esaudisca un desiderio. E comunque, alle cinque del pomeriggio, sono lì, in una anonima via della periferia torinese. Non c’è anima viva, tranne un uomo alto e snello, vestito di nero, appoggiato ad un Suzuki 800. Nel silenzio di questo luogo dimenticato da Dio, mi fa un cenno, imponendomi di seguirlo. Mi affanno per obbedire al comando, gettando in macchina giaccone e computer, e mi accodo alla bicilindrica. Noto, con stupore pari allo sgomento, che l’osceno traffico metropolitano lascia spazio alla mia guida, aprendosi davanti a lui come le acque del Mar Rosso. Dopo qualche minuto, mi viene fatto un nuovo cenno, che mi impone di accostare. Parcheggio, e capisco che devo scendere dalla macchina. La mia guida è lì ad attendermi, e, sempre in silenzio, mi porge un casco che ha estratto da una delle borse che adornano il suo mezzo. Indosso il casco, e monto in sella alle sue spalle, cingendogli la vita preso da un timore innominabile. La sua guida è sicura e calma: non uno scossone, non uno scarto. Come per incanto, in un dedalo di vie tutte uguali e tutte colme di vetture più o meno sgasanti, un automobilista gli lascia posto per parcheggiare proprio di fronte a quella che intuisco essere la nostra destinazione finale. Una sala da bowling. Entriamo, io alle sue spalle che cerco di tenerne il passo, lui con ancora il casco calcato sul viso. Qualche scalino, una ventina di passi, e poi un nuovo cenno silenzioso: vai da quella parte. Obbedisco: posso fare altro? E poi, c’è quella figurina che mi aspetta. Seguo la direzione indicatami dall’uomo in nero. Biliardi. Una decina da “125”, la carambola americana. E tre tavoli da cinque birilli: grandi, verdi, lisci. Sul tavolo più lontano ci sono già i birilli pronti, due stecche appoggiate sulle sponde lunghe, le tre biglie disposte per l’acchito. Mi avvicino, mi tolgo il giaccone, e mentre inizio a passare il gesso sulla punta di una delle due stecche, sento arrivarmi alle spalle la voce che ho sentito al telefono. “Bionda o rossa?” mi chiede. Con la fronte leggermente imperlata di sudore, mi giro su me stesso. Ha tolto il casco, ed anche il giubbotto da motociclista. Non so perchè, ma non sono sorpreso nel vederlo; è come se lo conoscessi già , questo David Niven che mi chiede di scegliere tra le due birre che tiene in mano. Scelgo la bionda, ed inizio una partita senza punteggio, densa di silenzio, di occhiate e di buoni colpi. Il tempo passa, sono indeciso se telefonare a mia moglie e dirle che farò tardi, più tardi del previsto.Ma il mio attore inglese, senza preavviso, ripone la stecca mentre io sono chino a studiare un tre sponde. Con una mossa rapida, le sue mani da pianista portano alla luce un pacchetto blu, e me lo porgono con una sorta di imperiosa cortesia. “E’ per me?” balbetto. Mi rendo conto subito che la domanda è stupida, ma David Niven non mostra fastidio nel sentirla. Un altro cenno con la testa, ad impormi di aprire senza perdere altro tempo. Scarto ansiosamente. Un libro. Adelphi. Pessoa. “… Grazie, non ho mai letto nulla di quest’uomo, è davvero un bel pensier…” “Aprilo. Pagina 187” Sì, certo, subito, pagina centoottantasette. Una figurina. Un calciatore, con la maglia granata, un piccolo toro bianco all’altezza del cuore. La scritta dice solo “Pizzaballa”. E’ lei. Guardo la faccia del giocatore ritratto, alzo il viso e guardo il mio David Niven, riabbasso lo sguardo sulla figurina: la stessa persona. “Non te lo faccio, l’autografo. Tu non mi hai mai visto, ci siamo capiti? Hai la tua figurina, e questo ti deve bastare”. Annuisco, basito. Vorrei balbettare almeno un grazie, ma la sua voce tranquilla e ferma mi anticipa. “E adesso, vai alla cassa. Quaranta minuti, saranno sei euro”.
05/02/2004
L’Ambrogio Ai suoi tempi, l’Ambrogio doveva esser stato un buon giocatore. Nè troppo alto, nè troppo basso, buon tocco, discreto colpitore, capace di uscire dalle buche. Insomma, uno che se la giocava alla pari con molti. Non so che lavoro avesse fatto, l’Ambrogio. Ha la faccia da tranviere, ma per quanto mi riguarda è nato pensionato. E’ vedovo, l’Ambrogio, ed i suoi familiari sono i suoi compagni di stecca di ogni giorno, il Gino, il Tito, tutta gente che quando ti vede fare un tiro corto, uno di quelli giocati con il braccino, ti guarda con compassione e butta lì un “magna la micheta, fioeu” che gli spaccheresti la stecca in testa ma sai che hanno ragione. Con il passare del tempo, l’Ambrogio guarda di più e gioca di meno. Ed in tanti lo apprezzano, per questo: dignità , ci vuole, e non bisogna togliere spazio a chi sta meglio di te. Un giorno, l’Ambrogio non si presenta. Passa qualche ora, ed arriva il Gino, con il suo borsello e gli occhi rossi e gonfi. “L’Ambroeus l’è andà “. Ma come, cazzo, l’è andà ? Eppure. Lo hanno messo nella cassa con la stecca al fianco. I suoi amici giurano che è vero, che da anni diceva che avrebbe voluto così. E lo hanno accontentato. Ciao Ambroeus, ti sia lieve la terra.
04/02/2004
Ruleta Uno dei tre migliori giornalisti sportivi italiani, ed il miglior giocatore di calcio del mondo: la vera bellezza non serve a niente, se non a essere bella. Repubblica.it
La candela che si spegne Sei stato bersagliato dalla sorte, S. Fin da piccolo. Eri uno di quei bambini un po’ strani, bruttini, di quelli che non sapevano giocare bene a pallone, di quelli senza grandi doti apparenti. Poi, chissà : magari eri capace di sederti al tavolo della cucina del trelocalieservizi di periferia dove abitavi, e fare disegni splendidi che sarebbero finiti nella spazzatura od in fondo ad un cassetto solo pochi minuti dopo. Ti prendevano in giro, quelli della tua età ; e noi, un po’ più grandi, ti consideravamo persino con fastidio. I bambini, ed i ragazzi, sanno essere crudeli molto più degli adulti, si sa. Ma il peggio non era ancora arrivato: perchè lo scherno ed il fastidio si sarebbero trasformati in indifferenza, e cosa vuoi fare contro l’indifferenza se non cercare – così mi immagino, S. – di tirare avanti giorno dopo giorno cercando di evitare di pensarci troppo sopra? A quindici anni, santodio. E poi. La bottiglia di tua mamma, e l’infarto (o il tumore, e chi lo sa: voci di cortile che riguardano uno di cui non ti importa nulla) di tuo padre. Una moglie all’età di quanto? ventidue, ventitre anni? presa non si sa come, e figlia di un’altra famiglia di quelle che occupano le portinerie delle case popolari, ed un bimbo che mi hanno detto essere bellissimo, ed oggi anche questa ragazza ti si sta spegnendo sotto gli occhi: questione di ore, ho sentito. Io non so, S., come fai ad andare avanti. Non lo so. Non ti incontro per strada da anni, chissà che faccia hai oggi, se hai i capelli lunghi, se porti gli occhiali, se pesi qualche chilo in più. Non riesco nemmeno a ricordare quando è stato che ti ho detto ciao per l’ultima volta, non so nulla di te se non queste poche cose, so che io mi mangio il fegato tutti i giorni e tutte le notti e tu sei lì, vicino alla candela che si spegne, tenendo la mano di tuo figlio.
03/02/2004
Notizie inutili Si parla di un blograduno a due. Uomini, pare.
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