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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    26/04/2012

    Greetings from Ljubljana 2012 – Metelkova (cosa ci faccio qui?)

    Filed under: — JE6 @ 22:35

    Metelkova, chissà se è ancora in piedi, mi dice. Ci arrivo in pochi minuti, in fondo questa città è davvero piccola, dalla stazione a sinistra, la seconda a destra e sei arrivato. Metelkova Ulica, una via come molte altre, con i palazzi moderni e gli edifici asburgici, qualche macchina e molte biciclette. Sulla sinistra Metelkova, che prende il nome dalla strada che lo ospita; non è facile dire cosa sia, un po’ centro sociale, un po’ ritrovo di artisti, un ostello, là dietro una specie di parco giochi per adulti, decine di metri di panche di legno per sedersi e bere. Arrivo in un orario sospeso, i concerti e i dibattiti e tutto il resto, deve ancora iniziare tutto, guardo i muri dipinti, una specie di ragno metallico che ricopre mezza parete dell’edificio a fianco dell’ostello, le creste dei punk, un signore sulla cinquantina che fuma una sigaretta fatta a mano, una pulizia incongrua per il tipo di posto nel quale siamo. Poi tutto d’un colpo mi viene fuori la stanchezza della giornata, tre ore fa mettevo a posto il nodo della cravatta e adesso sto qui insieme a ragazzi che hanno la metà dei miei anni e a fricchettoni fuori tempo massimo e capisco di aver solo voglia di sedermi tranquillo, non dico comodo, giusto tranquillo, senza pensare di sentirmi – chissà poi perché – ridicolo. E’ bello Metelkova, se passate di qui fateci un salto, sono belli i colori e le case e le cose – poi magari fate come me, dopo poco ve ne andate perché non tutti i posti sono giusti, però se passate di qui, ecco, ve l’ho già detto.

    Greetings from Ljubljana 2012 – Dove fermano i treni

    Filed under: — JE6 @ 22:13

    Senza cercarla, mi trovo di fronte la stazione. Anzi, le stazioni. Quella dei treni e quella dei pullman. Si vedono le montagne innevate là, schiacciate nella prospettiva a pochi centimetri da quel palazzo tagliato come se fosse un trampolino da salto con gli sci, come quello di Planica, vicino a Tarvisio. E’ piccola, la stazione dei treni. Otto binari, “tir” si chiamano in questa lingua incomprensibile, forse anche Parma ne ha di più. La attraverso, passo in mezzo al McDonald’s che confina con la biglietteria, e mi fermo davanti ai tabelloni degli orari. Guardo le partenze, gli arrivi non mi interessano, Postojna, Sežana, Zagabria, Belgrado, Budapest. Tempi infiniti, nove ore per arrivare in Serbia, nove per l’Ungheria, due per gli ottanta chilometri che portano quasi al confine con l’Italia, senza arrivarci. Penso che mi piacerebbe farlo, uno di questi viaggi. Nove ore per scendere a sud fino all’alfabeto cirillico, e chissenefrega se in macchina ne impiegherei poco più della metà, oppure i due giorni e mezzo per arrivare fino a Istambul partendo proprio da qui, da Ljubljana, secondo le indicazioni di Rumiz – l’Orient Express non c’è più, ma in fondo ci si può sempre arrangiare. Mi piacerebbe anche prendere uno di questi pullman sfiancati che si fermano nel piazzale della stazione, ciascuno sotto il suo numero di linea, da uno a ventisei, e vedere come cambia il panorama fuori dai finestrini per arrivare a Banja Luka, a Spalato, a Karlovac, a Sarajevo, senza capire una sola parola di quel che viene detto, guardando le facce e gli alberi e le case, ché qui sembra sempre l’Austria ma là, in mezzo, a sud, chissà.