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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    17/08/2012

    Trecce

    Filed under: — JE6 @ 18:18

    Ho 27 anni, sono alta, nera e una volta ero magra. Ho lasciato il mio paese tanto tempo fa. Mio marito vive al nord, fa l’operaio e i vicini di casa dicono che ha preso l’accento di Bergamo. Io sto qui, a mille e mille chilometri di distanza, e lo sento poco, il telefono per gente come noi costa sempre troppo. Cammino lungo la spiaggia e mi guadagno una piccola cena e l’affitto da certa gente del mio paese intrecciando capelli. Siete strane, voi. State male con le trecce, eppure le volete, come volete gli anelli alle caviglie e i disegni sulle spalle o sui polpacci. Mi portate le vostre figlie e va bene, per loro si tratta di un gioco. Poi vi sedete voi. Io non ho diritto di giudicarvi, sono una straniera che ha bisogno dei vostri soldi, mi sta bene fare la figura dell’animale del circo come quello che ieri ha lasciato il paesino con i leoni impolverati e lo struzzo magro per la fame. Vi sedete e parlate, parlate, parlate. A volte chiedete a me di dire qualcosa, chi sono e da dove vengo, ma lo so che non mi ascoltate. Mi chiedete come state con quelle trecce di cui riempirete i vostri telefoni e io vi dico bene signora, sta benissimo. A me non importa, resterete ridicole per tre giorni, poi vi lamenterete del prurito, dello shampoo che non lava, della sabbia che si incastra e allora tornerete ai capelli che vi hanno dato le vostre madri, alle quali, ne sono certa, non sarebbe mai venuto in mente di farsi le trecce di un paese sconosciuto e lontano. Ogni tanto una di voi si siede e tace mentre io lavoro, e allora ne approfitto, lavoro guardando il mare tanto non siete capaci di riconoscere una treccia bella da una schifosa. Guardo il mare, cerco il sole in cielo, trovo il nord e il sud, da una parte mio marito in fabbrica, dall’altra il mio paese, dove le donne non portano le trecce.