Fede
Ma chi si rovina l’esistenza, perché l’Inter non batte l’Empoli, o la Sanfranceschese va in B, più che un eroe, a mi el me par un ciula (mi fa tenerezza, poverino).
Vittorio Zucconi, Repubblica.it
19/01/2004
18/01/2004
I classici, in un’al…
I classici, in un’altra vita. Forse
E’ una vita che mi sento consigliare “leggi i classici”. Sapete, i russi, i francesi, gli inglesi dell’Ottocento. Dickens, Cechov, e compagnia.
Ed è una vita che mi riprometto di farlo, di passare un mesetto in compagnia di “Guerra e pace”, o del “Circolo Pickwick”. Eppure. Non so, non scatta la molla. E’ più forte di me, tra Dostojevski e John Irving scelgo quest’ultimo, senza dubbio e pentimento. Probabilmente mi perdo qualcosa, qualcosa di grande ed importante.
Nel frattempo, mi consolo con questi moderni ventenni che scrivono baciati dagli angeli: Dave Eggers, Zadie Smith. Un libro bello è un libro bello: non potrò leggere tutto, certo. Ma non sto perdendo tempo, e questo mi consola.
Ofelee fa el to mest…
Ofelee fa el to mestee
Dico, ma si può far cantare “Dude (looks like a lady)” a Shakira? A Shakira, santodio?
Warnerbros.com
Abbrutimenti televis…
Abbrutimenti televisivi
Ma sono l’unico che ha un’insana passione per “Ultime dal cielo“? Proprio l’unico?
17/01/2004
Linkassenza
Il prode Spiritum osserva che si linka poco, di questi tempi, nella blogosfera.
Non so, non ne tenevo conto in passato, non ne ho tenuto conto adesso. Ma parlo per me: Spiritum ha ragione.
Sono periodi, ci si guarda di più allo specchio e si guarda di meno fuori dalla finestra. E quindi, se si ha un blog, la maggiore introspettività si riflette in una diminuzione dei link, dei rimandi, delle finestre aperte, appunto. Ma son cose che passano.
E poi: sono sempre periodi, magari di altro tipo, nei quali mancano le parole, e fors’anche un po’ la voglia, per commentare, discutere, criticare ciò che scrivono gli altri. E credo non sia del tutto estranea, a questa inanità , la sensazione che, nella blogosfera così come nel mondo “reale” (utilizzo una immagine nella quale non credo, ma che continua ad essere molto gettonata), si parla si parla, e si rimane sempre della stessa idea.
15/01/2004
I Know What I Like
Come già ebbe a dirmi Vic qualche tempo fa, uno dei grandi regali del blog è stato quello dello sdoganamento del culto dei Genesis.
La famiglia è ampia, più di quanto si creda in questi grami tempi di Outkast e Beyoncè, e gode di buona salute.
E quindi, fratelli e sorelle di culto, è giunta l’ora: stringiamci a coorte.
Dichiaratevi. Usate i commenti di questo umile post, e scrivetelo: sì, io AMO i Genesis. Poi, scrivete se siete di quelli che preferiscono la fase pre-nanopelato, oppure quella post. Ed infine, le vostre tre canzoni preferite (se volete anche ricordare l’album di provenienza, fate pure).
Me, I’m just a lawnmower: you can tell me by the way I walk.
14/01/2004
Anche i migliori
Capita a tutti, anche a quelli bravi, di scrivere puttanate.
E, proprio perchè sono bravi, le puttanate son più evidenti.
(Inutile) premessa per dire che ThePetunias oggi piazza un post talmente scemo nella sua demagogia da far pensare che, davvero, non può essere roba sua.
Francamente, non ho idea se ThePetunias, nelle sue frequentazioni milanesi, solchi la città grazie ai mezzi dell’ATM. Se lo fa, probabilmente gira con gli organi sensoriali foderati di salumi, dato che ritiene che i passeggeri di autobus-tram-filovia-metropolitana son tutti appartenenti alla categoria della medio-piccola borghesia milanese (cafoncelli mezzemaniche, in aggiunta).
Tutta gente, fa intendere il nostro, che non ha la minima idea dei problemi degli scioperanti, che non è costretta a vivere con mille euro al mese, che non ha datori di lavoro prontissimi a far loro il culo (mi si passi il francesismo) per un’ora di ritardo, che non ha figli da lasciare nelle scuole materne.
Ci dev’essere un qualche autobus che fa la navetta Montenapoleone-Spiga-Del Gesù del quale io non sono a conoscenza. Certo, vettura riservata a ThePetunias, ed ai medio-piccoli borghesi milanesi (questa è una cazzata demagogica, lo so: ma, sinceramente, non più di quella che l’ha originata).
ThePetunias’
On The Road Again
In quel di Milano, i mezzi pubblici riprendono a circolare. Lenti come al solito, ma ci sono.
Repubblica.it
13/01/2004
Noi, ragazzi dello z…
Noi, ragazzi dello zoo del marketing
[Questo post è una lunga difesa corporativa. Posso? Sì, dai. Grazie.]
Qualcuno di voi sa che di lavoro faccio il marketer. Per la precisione, il direct marketer.
Nel personalissimo tabellino di molta gente di mia conoscenza, la mia professione non gode di grande stima. Siamo quelli della persuasione occulta, siamo quelli che cercano di farti comprare cose di cui non hai bisogno, siamo quelli che amano ridurre la complessità del mondo alle categorie della Sinottica Eurisko, quelli che mettono una parola di inglese ogni due pronunciate (ed in genere sono parole come brainstorming, cross-selling, upgrade, brunch), quelli che se ne fottono della privacy.
Quelli del marketing, in tante aziende, è un insulto sanguinoso, lo dico per esperienza. E voi lo sapete, chissà quante volte lo avete detto, scuotendo la testa.
Ma non siamo così cattivi, sapete?
La persuasione occulta, se mai è esistita, è cosa di cinquant’anni fa. Sì, certo, facciamo ancora largo uso delle emozioni per farvi prendere una decisione, ma non lo fate per caso anche voi, così spesso da non rendervene neanche conto? Provate a rimorchiare una ragazza dicendole sai che hai un gran paio di tette? se me le fai usare come cuffie, giuro che non te ne pentirai; quante probabilità di successo avete? Hm. Buttatela sul bello e maledetto (se potete), o sullo sfigato ma tenero (più probabile, vero?). Le probabilità sono aumentate, vero? Ecco. Avete usato le sue emozioni, bastardi.
E poi, la complessità del mondo. Certo, amici, lo so anch’io che ognuno di noi è storia a sè. Ma dite, non usate anche voi categorie di pensiero e di classificazione? Sapete, cose del tipo le donne son tutte puttane ad eccezione della mamma e della sorella, oppure gli americani? quegli zoticoni incolti e guerrafondai?, vicentini magnagati, o, chessò, noi siamo antropologicamente diversi. Perchè, vedete: da un lato il mondo è troppo complesso, e le categorie, gli schemi ci aiutano a sopravvivere credendo di capirlo; e dall’altro, scava e scava, ti rendi conto che in fondo, sì, è vero che con certe persone hai più cose in comune che con altre, e scava e scava, la Sinottica Eurisko disegna il mondo con l’accetta, ma l’immagine che ne risulta non è molto lontana dal vero.
E le parole che usiamo. Ossignur. No, dite, voi non avete un vostro gergo, uno slang che accomuna voi e quelli come voi, che usate in un certo ambiente? Massì che ce l’avete. Ognuno di noi ce l’ha. Ce n’è uno per la caserma ed uno per la scuola, uno per i fidanzatini di Peynet ed uno per gli sposi attempati, uno per le compagnie di Quarto Oggiaro ed uno per gli oratori, uno per i venditori ed uno per i filosofi. Ora, noi per lavoro facciamo quello che voi fate per vivere: parliamo con la gggente. E siccome abbiamo come missione quella di farci capire, se entriamo al Bar Mario useremo quelle due parole di milanese che ci ha insegnato il suocero, ordineremo rumorosamente una birra, la berremo, rutteremo e ne ordineremo un’altra, ed intorteremo il cliente facendolo parlare di gnocca e calcio. Ma, da bravi camaleonti, quando verremo invitati (senza un valido motivo, certo) ad unirci ad un consesso di scienziati, scaveremo nella memoria, recupereremo un paio di puntate di Quark, e saremo capaci di usare quelle quattro parole che abbiamo imparato (non da Piero Angela: da Paco Lanciano, che è un fisico alla Stephen Hawking, mica cotica. A proposito, abbiamo anche letto la quarta di copertina e l’introduzione del libro di Hawking, quello sui buchi neri. Poi siam tornati a Blek Macigno).
E va bene, mi sono spiegato? Nella nostra vita facciamo marketing mille volte al giorno, per mille motivi diversi, alcuni nobili, altri meno: di questo, lamentatevi con Nostro Signore, se la cosa non v’aggrada.
Per quanto mi riguarda, è un lavoro che mi piace da matti. Sono contento di quello che mi ritrovo scritto sul biglietto da visita. Perchè sapete cos’ha di bello il marketing? Sedetevi, forza.
Ha di bello che, per farlo bene, devi ascoltare, e guardare. Il mio lavoro lo fate voi: vi guardo, vi ascolto, vi leggo. A volte mi piacete, a volte no. Ma in generale, credetemi, è una bella cosa. Bella davvero, è proprio una gran fortuna.
Vi vedo che scuotete la testa. Non so che farci. O forse sì.
Ve la ricordate Jessica Rabbit? Io non sono cattiva, mi disegnano così. Ecco.
12/01/2004
Perle ai porci
Si dice così, no? Un dono prezioso a chi non sa, non è in grado, non vuole apprezzarne il valore.
Capita a tutti, a volte si vestono i panni del donatore, altre quelli del pur simpatico suino grufolante. A volte è inevitabile, altre un po’ meno.
Se mi avvicino ad un porcile, armato di perle lisce e luccicanti, e vi getto quel ben di Dio, posso poi stupirmi del fatto che non venga apprezzato? Hm. In qualche modo, me la sono andata a cercare.
Se entro al Bar Mario e mi metto a parlare di filosofia con chi discetta di gnocca (mi si passino i francesismi, questo e quelli che eventualmente seguiranno), il meglio che mi può capitare è di trovare un Hegel in fieri che di solito si trastulla con la Juve e Jenna Jameson; e costui, probabilmente, si sentirà talmente in imbarazzo (la vergogna della “cultura”) da voltare lo sguardo e mimare con ancor maggiore trasporto come tratterebbe Jenna e le sue colleghe.
Insomma, in generale ci vuole un po’ di coerenza tra contenitore e contenuto. Sapere con chi si parla, ed adeguare di conseguenza la comunicazione, è una di quelle regolette che a noi poveri markettari ci inculcano fin da piccoli: ma oggi, che non son più studentello, capisco che è puro e semplice buon senso. Banale, trito e ritrito, ma non per questo meno valido.
Ecco perchè – ahi, quanto me ne dolgo – non riesco ad essere d’accordo con questo: “Porto già una maschera tutto il santo giorno, mi adatto a far conversazioni trite, a sorridere, a oliare i meccanismi di rapporti di convenienza, a parlare come magno, ma quando torno a casa o quando scrivo sul blog, no. Qui voglio essere me stessa, prendere o lasciare. E non dico “qui” in senso stretto. Dico: anche su Gnu“. No, secondo me non funziona così, se si è consapevoli che ciò che si sta scrivendo mal si adatta al luogo in cui si sta scrivendo.
Sbaglio?
Herzog, Shangri-La, GnuEconomy