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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

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    22/08/2017

    Gli uni agli altri

    Filed under: — JE6 @ 08:50

    Non è passato tanto tempo, forse dieci anni, anche meno. Qui sopra eravamo molti di più a scrivere le nostre cose, quelle che ci passavano per la testa – faccende di lavoro, cose di famiglia, viaggi, politica, musica e tutto il resto della baracca quotidiana. Qualcuno pensava che così facendo si potesse cambiare il mondo, la gran parte – quella più sana di mente – era contenta così, contenta di farsi nuovi amici, di leggere delle storie, di conoscere pezzetti di mondo vicino e lontano che altrimenti non avrebbe mai toccato. Poi le cose cambiano, con i traslochi si modificano le abitudini, sono le cose della vita. Ma qualcosa in fondo rimane, molti ricordi e alcuni legami, anche strani. Ieri o l’altroieri è morta la nonna di un amico di quei tempi lì, e una persona ha scritto “le volevamo bene per interposta persona” e un’altra ancora “grazie per avercela fatta conoscere” e non erano cose dette tanto per. Sono passati dieci anni, forse meno, siamo cambiati un po’ tutti, spesso – si direbbe – in peggio, ma un pezzetto del nostro mondo, del nostro microcosmo lo abbiamo reso migliore, gli uni agli altri. Va bene così.

    30/08/2016

    Una vita fa

    Filed under: — JE6 @ 15:38

    Una vita fa c’erano i blog, e pure i blogger. C’erano anche cose che a guardarle oggi possono sembrare ridicole e/o patetiche: forse lo erano, ma erano tutti (più) giovani e poi è passato tanto tempo, non abbastanza da misurarle come se fossero Storia, ma a sufficienza per non ricordarsele nel modo giusto – se uno c’è. Una di queste cose si chiamava BlogRodeo, che partì come una serata nella periferia milanese; per molti rimase quello, per qualcun altro proseguì ancora un po’ come un divertissement da pausa pranzo, poi finì come tutte quelle altre cose che a guardarle oggi eccetera. Quella sera c’era anche Tommaso Labranca, nei panni del Bravo Presentatore. Chi lo invitò, chi lo convinse a venire e prestarsi – sicuramente senza compenso – non lo so o comunque non lo ricordo più; lui era quello famoso, nei limiti della celebrità che uno come lui poteva avere, e nonostante questo la sua presenza non era incongrua. Non più di quella di chiunque altro fosse lì. Non ho altri particolari ricordi di Labranca, non farò il fan che non ero. Però tanti anni dopo, una vita dopo, mi sono ricordato che lui era lì e anche se non ci scambiai una sola parola – almeno non mi pare – so che ebbi la sensazione che stava lì per e con piacere. Magari mi sbaglio, è passato tanto tempo.

    11/03/2015

    La mamma, i sapienti, la sineddoche e il metodo Report

    Filed under: — JE6 @ 09:03

    Mia mamma, come tutte le mamme, mi ha dato una discreta quantità di consigli. Molti, come tutti i figli, non li ho seguiti, ma uno sicuramente sì: stai attento alle compagnie. Naturalmente nei limiti del possibile, perché è bastato poco per capire che l’idea di essere l’unico artefice della mia vita era bacata come Windows Vista, e quindi c’erano parecchie cosette fuori dal mio controllo. Per dire, i colleghi mica te li scegli: arrivi in un’azienda, ti danno una scrivania, e chi c’è c’è, non è che puoi dire questa sì e quello no come ti pare. E però, sempre i colleghi, un po’ te li scegli: quelli con i quali ti fermi due minuti in più alla macchina del caffè, quelli che dopo un annetto allora ci fermiamo al bar qui sotto e beviamo qualcosa. Per dire, appunto. Gli ambienti, i microcosmi non sono quasi mai completamente imposti: al loro interno ti ci scavi la tua nicchia, e la riempi; o entri nelle nicchie altrui. A me, che non ho un Q.I. sopra la media, questa è sempre stata una cosa piuttosto chiara fin da quando avevo otto anni (no, in effetti non mi posso definire un bimbetto precoce), ed è rimasta tale da allora in poi. Evidentemente però non è così per tutti. Non lo è per una serie di sapienti che ho letto qui e là in questi giorni, quelli che parlando e scrivendo di un certo ambiente sociale non hanno trovato di meglio che ricorrere alla sineddoche e far diventare la loro esperienza quella di tutti considerandola l’unica e sola possibile: nicchie? microcosmi? Ma va là, ma ti pare, troppo complicato; come se nessuno, a partire dalle loro mamme, gli avesse mai detto di stare attenti alle compagnie che si sceglievano; come se nessuno li avesse avvisati che se la loro nicchia era rissosa, rumorosa, prepotente, tronfia il problema non era dell’universo mondo ma del fatto che si erano scelti male i compagni di viaggio, i colleghi con cui fermarsi due minuti in più alla macchina del caffè, che la risposta stava dentro di loro – e infatti era quella sbagliata. La cosa fantastica di tutto questo è che molti di questi sapienti nel tempo sono diventati persone importanti: insegnano all’università, hanno un biglietto da visita con su scritto Social Media Something, scrivono libri, disegnano articolate e talvolta retribuite strategie di conversazione sociale – che è un po’ come pagare per seguire un corso di public speaking tenuto da Rain Man, a ben pensarci – e quindi, che dire, in virtù del loro status bisogna pensare che hanno ragione loro. A me rimane il dubbio del metodo Report, cioè di quella cosa che ti sembra tutto ragionevole finché non senti la Gabanelli e i suoi parlare di qualcosa che tu conosci bene, e allora capisci un paio di cose: la prima è che fai meglio a cambiare canale, e in fretta; e la seconda è che, come sempre, aveva ragione la mamma.

    15/12/2014

    Canta Appress’ A Nuie

    Filed under: — JE6 @ 18:40

    Essendo un vecchio nostalgico, vedere una specie di riedizione in quota rosa del defunto PslA mi procura la dovuta fitta da qualche parte fra una costola e l’altra. E mi fa piacere che ci sia ancora in giro qualcuno come Gaia abbastanza sciroccato da mettersi dietro a cose così: e quindi andate, scaricate, leggete, quelle cose lì.

    16/05/2014

    Tempo perso

    Filed under: — JE6 @ 21:01

    L’abbiamo visto tutti un film nel quale, per impedire la diffusione di una notizia, per nasconderla agli occhi di qualcuno c’è un signore che inizia un affannoso giro delle edicole della città, mi dia tutte le copie che ha di tutti i quotidiani che vende, ehi lei, sì, lei, il giornale che ha appena comprato glielo prendo io, al doppio del prezzo. A volte quel signore ha successo, a volte no. Di solito no perché i buchi nella diga sono sempre almeno undici, e le dita delle mani rimangono dieci. E’ così anche nel tempo di Internet, figuriamoci: e moltiplicato alla miliardesima potenza. Don Quixote, i mulini a vento, quelle cose lì. Ma il tempo speso a cercare di tappare quei buchi, a comprare tutte le copie del quotidiano in ogni edicola della città non è tempo sbagliato come pensa qualcuno (e prendo Massimo Mantellini come semplice esempio): no, è tempo perso. Che è una cosa diversa, che non implica un errore. Ma se investissimo il nostro tempo solo nel fare cose presunte utili, beh, la nostra sarebbe una vita ben più grama di quella che è.

    24/03/2014

    Contrappassi

    Filed under: — JE6 @ 14:04

    La tentazione di maramaldeggiare è una piccineria seconda solo al maramaldeggiare vero e proprio, una cosa da mi pento e mi dolgo e poi dieci pateravegloria. Epperò io a leggere un pezzo come questo di Vittorio Zambardino e non pensare chi di Cluetrain Manifesto ferisce eccetera proprio non ce la faccio.

    02/07/2013

    Altra vista

    Filed under: — JE6 @ 13:16

    Arriva un momento nella vita che si diradano i fidanzamenti, i matrimoni, le nascite, i battesimi, e al loro posto arrivano i funerali. L’8 luglio chiude Altavista.

    Paferrobyday

     

    14/02/2013

    10

    Filed under: — JE6 @ 10:05

    E così, ridendo e scherzando (…) l’accrocchio qui fa dieci anni giusti. Quando si dice essere abbastanza pigri da non riuscire nemmeno a smettere le cose di un’altra epoca, camuffandole da vintage.

    31/12/2012

    E con questo, see you soon

    Filed under: — JE6 @ 11:22

    Ognuno ha le sue manie. Io ho quella di scrivere qui: tutto sommato per la società non è particolarmente pericolosa, al massimo aumenta di un cicinin il livello generale di noja e luogocomunismo, cose sulle quali si può chiudere un occhio. Ma come stanno le cose per davvero lo scrive Leonardo, nell’autobiografia del suo blog e nella biografia di questo (e di quei pochi altri ancora vivi):

    Fino a qualche anno fa l’utente-tipo di un blog come questo era un abitudinario, che passava regolarmente 3-4 volte alla settimana, oppure si abbonava ai feed, e poi si leggeva tutto, o quasi. Questi utenti-tipo esistono ancora, però sono in diminuzione; il che dimostra la loro sanità mentale perché sul serio, non ha senso leggere tutto quello che scrivo io. Ogni tanto ne trovo ancora qualcuno che mi dice: ti ho letto per dieci anni, ma adesso non ce la faccio più. Come se il problema fosse che hanno smesso, a me sembra incredibile che siano durati per dieci anni. Io non ce la farei a leggere le opinioni di un tizio per dieci anni. Poi cosa vi aspettate, di andare ancora d’accordo con me? Vi è mai capitato di andare d’accordo con uno per dieci anni? Ma neanche con la mamma. Io per dire il tizio che scriveva i miei post nel 2003 non lo seguirei, anzi scapperei lontano. In effetti questo tipo di lettori-aficionados sta diminuendo, e chi scappa non viene rimpiazzato. C’è un gap generazionale, questo è un blog leggibile credo fino ai nati nell’ottantacinque, chi arriva dopo secondo me vede soltanto una lunga serie di incomprensibili segni neri tra un’immagine e un’altra.
    Invece il nuovo lettore-tipo è un tizio che sta perlopiù su facebook, o su twitter, o su altri social più esotici, e tra un messaggio e una partita a farmville magari si ritrova in bacheca un link che sembra interessante: clicca e si ritrova qui.

    E adesso su, hop hop hop, c’è un Angry Bird che vi aspetta.

    10/05/2012

    “Non sono solo malattia”

    Filed under: — JE6 @ 16:02

    A suo modo è una storia già vista, già sentita. Purtroppo o per fortuna, non so. E però, le storie non sono mai le stesse; e comunque, alla fine, bisogna saperle raccontare. Biccio è un amico, anche se non lo vedo da troppo tempo, ed è uno che quella cosa, raccontare, la sa fare. “Alessandro, una storia italiana” è una piccola, bella cosa di dodici minuti, ce la fate in pausa pranzo, magari vi toglie la fame o vi rovina la digestione, però vi dà parecchie altre cose. Dategli un’occhiata.