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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    26/08/2004

    Un nome, un destino

    Filed under: — JE6 @ 12:54

    A volte, si leggono delle storie che son fatte di particolari così perfetti da sembrare finti.
    Il primo atleta a vincere una medaglia d’oro olimpica per Israele si chiama Gal Fridman. Gal è un velista (un windsurfer, per la precisione: ma sotto i cinque cerchi, la categoria è unica: sailing), uno che passa la sua vita in acqua, anzi: sopra l’acqua; e il suo nome, in ebraico, significa “onda”, il che fa sembrare questo ragazzo quanto meno un predestinato.
    Ma non è tutto, no. Gal ha una sorella ed un fratello: Maayan e Yuval, “fonte” e “torrente”. Non so perchè, mi rincuora sapere che ci sono ancora posti nel mondo (anche in quello occidentale, di cui Israele fa e si sente parte) dove un padre e una madre chiamano i loro figli onda, fonte e torrente, nomi di cose, immagini, idee. Noi, beh, noi ci teniamo i nostri Paolo, Daniela, Mario, Rossella: e ci teniamo, forse, anche un po’ di invidia.
    Athens2004.com, Repubblica.it

    Il Luis

    Filed under: — JE6 @ 09:16

    Il Luis ha passato una vita sulle rotative del Corriere della Sera; turno di notte, anno dopo anno, chilo dopo chilo.
    Chi ha avuto la ventura di vedere le sue fotografie di trent’anni fa, non è riuscito a riconoscerlo. Il metroecinquanta non è aumentato, i cinquanta chili sono raddoppiati. Sarà per quello, che non soffre il freddo: nessuno lo ha mai visto indossare qualcosa di più pesante di un dolcevita di lana, anche in pieno gennaio, quando gli aficionados della sala sono costretti dal freddo a sopportare la moglie e le soap per venti minuti supplementari che sono eterni come il mutuo, o come il conto che il Marco tiene sul quaderno sotto il registratore di cassa.
    Il Luis è un vento allegro che passa sui tavoli della sala; da quando ha minacciato di morte il venditore della Folletto che gli suonava il campanello di casa almeno una volta alla settimana, riesce a dormire cinque ore filate al giorno. Non è tra i primi ad arrivare ai tavoli, ma non gli importa di dover aspettare delle mezz’ore prima di poter prendere la stecca in mano, costretto a guardare gente che sarebbe degna, al massimo, di passargli il gesso sul puntale. Mangia un panino, legge il giornale che lui stesso ha stampato quindici ore prima, ride e scherza in un milanese che neanche Carlo Porta, e al Gino verrebbe uno schioppone se venisse a sapere che il Luis mica è nato a Milano, e neanche, chessò, a Bareggio, ma in un paesino delle Marche.
    Quando si stende sul biliardo per un giro e messa, il Luis sembra una balena spiaggiata: ma della balena ha la stessa grazia e dolcezza. Ha un tocco lieve anche quando tira di tutto braccio, i birilli cadono come coperti da un’onda di acqua di mare. Io, di solito, gioco sul secondo tavolo, quello di serie B, quello degli aspiranti e di quelli che non parlano milanese: dal Luis non ho nulla da imparare, perchè puoi studiare il taglio a tenere e il mezzo colpo, ma non certo la leggerezza. Spesso incrocio la stecca con il figlio del Luis, e glielo vorrei dire che suo padre, lì dentro, viaggia una spanna sopra tutti gli altri per motivi che non hanno a che fare con la teoria del diamante o con i puntali in lega, bensì con la vita: ma un figlio che sta lavorando per diventare più bravo del genitore, un giorno dietro l’altro a impilare tre sponde e garuffe e sfacci per poi presentarsi al tavolo ed avere la soddisfazione di mandare il padre alla cassa a pagare il conto, un figlio così non ha nessuna voglia di sentire la celebrazione delle virtù paterne. Così, sto zitto; tra un colpo e l’altro, mi passo un po’ di saponaria sulla mano, e butto un occhio verso il Luis: non imparo, certo; ma mi diverto e mi rassereno, e mi pare che non sia poco.