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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    14/05/2009

    Saluti dalla provincia – 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7

    Filed under: — JE6 @ 16:13

    Sabato, a metà della mattina.
    Imbocco la famigerata E45, pensando che devono essere passati quasi dieci anni dall’ultima volta che l’ho percorsa, e constatando che nel frattempo la sua percorribilità non è certo migliorata. Ma non ho fretta, e non c’è molto traffico, e insomma posso godermi il tempo e il panorama, e pure spegnere la radio e abbassare i finestrini. E passare un quarto d’ora a fantasticare su com’è questo paese romagnolo dal nome magnifico – Mercato Saraceno – chiedendomi se i saraceni qui ci sono mai stati, se nel sangue degli abitanti ci sono tracce del loro passaggio, se il mercato settimanale ricorda almeno un po’ la Jama’a el-Fnaa. Sfilo a cento all’ora, sicuro che è meglio immaginare che toccare con mano, per fermarmi qualche decina di chilometri dopo, fissando prima il rosso di un incongruo semaforo che alterna i passaggi di coloro che vanno verso sud con quelli di coloro che si dirigono a nord, e pochi secondi dopo quattro ciclisti che passano tranquilli lungo una stradina secondaria, diretti chissà dove, se verso casa o verso un’osteria dove sostare in compagnia di un bicchiere di rosso fresco.

    Sabato, sulla collina, mentre ti aspettano per la cena.
    Salgo ad Assisi, e ci impiego un po’ a capire perchè diavolo sono tutti vestiti in costume, uomini e donne e bambini e negozianti, e perchè sembrano fregarsene bellamente di quella manciata di turisti che si muovono tra San Francesco e Santa Chiara. E’ la sera che conclude i (o le? Mah.) Calendimaggio; più tardi mi spiegheranno di cosa si tratta, l’origine della disfida tra le due parti in cui si divide il paese, i tempi e i modi. Ma non è quello che mi affascina davvero, la cosa che mi gusto è l’avere la sensazione di non essere in mezzo ad un evento turistico, ad uso e consumo di chi spenderà venti euro in souvenir e trenta per mangiare penne alla norcina in una trattoria con i menù in quattro lingue. E’ una cosa loro, verrebbe da dire “intima” se l’aggettivo non facesse a pugni con le centinaia e centinaia di persone che si muovono per le strade preparandosi alla sfida conclusiva. Poco prima di riprendere la macchina, salendo verso la Rocca Maggiore sento dei suoni che decido di andare a vedere, e per dieci minuti resto sulla soglia di una piccola sala in pietra, nella quale sono riunite una decina di persone che provano madrigali; mi chiedo cosa fa nella vita la donna che accarezza l’arpa e se sarei in grado di riconoscerla domani quando indosserà abiti normali e non un sontuoso costume medievale preparato nel corso di molti mesi. Poi imbocco la stretta via che porta al parcheggio, per amicizia e buona educazione, consolandomi con il pensiero che quelle persone non stavano suonando per me, ma per se stesse.

    Domenica, all’Eremo.
    Io non credo che uno debba essere un fervente cattolico per capire che ci sono dei posti – come l’Eremo delle Carceri, ad esempio, dove entro alle dieci di una mattina di maggio – nei quali non è solo cortese, beneducato spegnere il telefono e stare in silenzio, ma è persino bello, perchè è la sola cosa che ha davvero senso fare hic et nunc. Eppure.

    Domenica, sullo sterrato.
    In cima al Subasio ci arrivo ascoltando la voce di un’amica e ricordando il pomeriggio di un giorno passato da ormai troppo tempo. Mi fermo, spengo il motore, scendo dalla macchina, guardo il palloncino che indica forza e direzione del vento gonfiarsi di aria fresca. Vorrei scattare qualche fotografia, ma non lo faccio perchè questo è uno di quei posti dove c’è talmente tanto intorno a te da essere troppo, e il troppo non ci sta dentro l’obiettivo.

    Domenica, al mercato.
    Alle due del pomeriggio Fabriano dorme, o si gode il fresco delle mura di pietra. Io mi godo il mercato dei robivecchi, trovo una bambola in ceramica per mia figlia, guardo una bancarella di memorabilia fasciste sulla quale campeggia un cartello che chiede di non commentare perchè quelli sono oggetti di collezionismo, ascolto il matto del villaggio gridare insulti sanguinosi dentro un telefono che chissà se funziona davvero. Mi fermo ad un Bancomat, e ascolto musica caraibica uscire da una finestra aperta al secondo piano.

    Domenica, di sera, strusciando.
    Esco dall’albergo di Matelica, fino a poco prima assediato da trecento persone riunite per festeggiare comunioni e cresime, e passeggio lungo il corso tra gruppetti di ragazzi che vogliono incrociare gruppetti di ragazze. Rimango stupidamente inebetito incrociando una quindicenne dalla pelle del marrone più bello che si possa immaginare, bello quanto lei che è bella quanto tutte le sue amiche messe insieme – come se fosse impossibile trovare una ragazza di colore in un paese della provincia di Macerata -, osservo una donna anziana che siede di fronte al municipio, appoggiata ad un bastone, e sembra una delle mie nonne con la sola differenza che là, nella profonda Sardegna delle mie vacanze di bambino, qualunque donna con almeno cinquant’anni di vita vestiva di nero per commemorare un lutto qualsiasi. Vado a Camerino, giro nel piccolo chiostro universitario, e anche qui mi rendo conto di quanti pregiudizi ho, chissà quanto inconsapevolmente, quando mi sorprendo a sorprendermi della presenza di una kebaberia, dalla quale escono due uomini che parlano una lingua dura e ignota. Mi chiedo se sono più migranti loro o i ragazzi che vengono qui a studiare.

    Martedì, nel parchetto, aspettando un amico.
    Entro a Correggio, landa bassa e umida, terra di formaggio, rocker e zanzare. Parcheggio, guardo l’orologio, compro il giornale, mi dirigo verso una panchina all’ombra fendendo il caldo afoso dell’estate anticipata. Mi siedo, e faccio finta di leggere, perchè lo spettacolo che vale la serata è il gruppo di badanti slave, ognuna alle spalle di una sedia a rotelle sulla quale riposa inconsapevole un anziano padano, che parla e ride e fa famiglia, a duemila chilometri da Kiev o da Chisinau. La terra è loro, il parco è loro: senza prepotenza, in modo naturale; noi siamo in giro chissà dove e a fare chissà cosa, e loro sono qui, solide e imperscrutabili, a fare la guardia a noi stessi, anche a coloro che ne hanno paura.