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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    10/09/2011

    Le gocce sugli occhi

    Filed under: — JE6 @ 18:06

    Le odio, le giornate così. Quelle che non tira un filo d’aria, e l’acqua ha questo colore schifoso, di ferro sporco, e sudi stando ferma, e le gocce ti colano dalla fronte sugli occhi e la sola cosa che vuoi è essere da un’altra parte, qualunque altra parte del mondo. Le odio, le giornate così. Quelle che Matilde non la si regge, che arriva al molo con una faccia che hai già capito, trascinando i piedi, e mi dice ciao solo perché siamo amiche fin dall’asilo. L’istruttore sta sulla sua barchetta, e grida solo a me perché sa che con Matilde è tempo perso, la schiena, Vittoria, la schiena dritta e niente carrello mi grida, senti il remo nella mano, fallo scivolare, dai Vittoria, la schiena, e io raddrizzo la schiena e faccio tutto il movimento che ho imparato a memoria, dai Mati dico con quel poco fiato che mi rimane e lei mi risponde dai un cazzo, che è quello che fa sempre quando è di questo umore. Oggi è colpa di quel tipo con cui si è messa un paio di mesi fa, mi ha raccontato qualcosa di malavoglia mentre ci cambiavamo, le ho chiesto io perché a volte farla sfogare serve a farla stare un po’ meglio, dice che ieri dovevano uscire insieme, poi lui e i suoi amici e niente, non si è nemmeno fatto sentire lo stronzo, insomma le solite cose. Che poi cosa dico le solite cose, come se io ne sapessi qualcosa. Dai Mati è l’ultimo rettilineo, le dico, e questa volta lei risponde lo so Vi, ci sono, e per dieci o venti colpi andiamo insieme, proprio insieme, col ritmo perfetto e il respiro identico e la barca vola su questa acqua di ferro sporco, per dieci o venti colpi dimentichiamo tutto, il caldo asfissiante e le gocce di sudore che ci rendono cieche e i richiami dell’istruttore, siamo solo io e Matilde e mi chiedo perché è così difficile non farci male, perché non ci riusciamo tutti i giorni con il bene che ci vogliamo. Quando fermiamo la barca passo la mano sulla fronte, e poi sulle palpebre chiuse, mi prendo qualche secondo per togliere l’affanno dal respiro. Sento la mano di Mati che spinge sulla spina dorsale, proprio in mezzo, hai sempre la schiena curva Vi, la sento dire, e non so se cercare il coraggio di dirle vaffanculo o mettermi a ridere e dirle che le pago un ghiacciolo.