< City Lights. Kerouac Street, San Francisco.
Siediti e leggi un libro

     

Home
Dichiarazione d'intenti
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
(Gabriel Garcia Marquez)

Talk to me: e-mail

  • Blogroll

  • Download


    "Greetings from"

    NEW!
    Scarica "My Own Private Milano"


    "On The Blog"

    "5 birilli"

    "Post sotto l'albero 2003"

    "Post sotto l'albero 2004"

    "Post sotto l'albero 2005"

    "Post sotto l'albero 2006"

    "Post sotto l'albero 2007"

    "Post sotto l'albero 2008"

    "Post sotto l'albero 2009"


    scarica Acrobat Reader

    NEW: versioni ebook e mobile!
    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione epub"

    Scarica "Post sotto l'albero 2009 versione mobi"

    Un po' di Copyright Creative Commons License
    Scritti sotto tutela dalla Creative Commons License.

  • Archives:
  • Ultimi Post

  • La moneta di Prizren
  • Un pomeriggio al cinema
  • Le finte della storia
  • Zia
  • Il sol dell’avvenire
  • Nessuno
  • Rinnovi
  • Farsene un’idea
  • Progresso
  • Distinguo
  • June 2006
    M T W T F S S
    « May   Jul »
     1234
    567891011
    12131415161718
    19202122232425
    2627282930  

     

    Powered by

  • Meta:
  • concept by
    luca-vs-webdesign (contact)
     

     

    27/06/2006

    Bene comune

    Filed under: — JE6 @ 10:38

    Ogni paio d’anni, il Manifesto entra in coma. Lancia un appello, indice una sottoscrizione, raccoglie un po’ di solidarietà e un po’ di fondi, e rimette naso e bocca sopra il pelo dell’acqua.
    Io non ho nulla contro il Manifesto. Per intenderci, non lo leggo, così come non leggo molti altri giornali. In linea di principio, sono ovviamente convinto che avere tanti quotidiani e tanti periodici in edicola sia una cosa buona; ma mi chiedo se un giornale (non dico la stampa in generale; un giornale in particolare) debba per forza essere considerato come il panda o la foca monaca e debba per forza essere salvato dalla sua sorte in nome di un pluralismo dell’informazione che non manca, pur con tutti gli evidenti difetti del sistema. Il Manifesto gode dei contributi statali all’editoria come mille altri giornali di questo paese, e quindi non mi risulta discriminato; forse, c’è solo e semplicemente troppa poca gente che lo considera una lettura abbastanza interessante.
    Il Manifesto, Nonluoghi libertari

    15 Responses to “Bene comune”

    1. manuel calavera Says:

      per quanto riguarda i contributi, non è sicuramente discriminato. certo è che autogestirsi senza padroni in forma di cooperativa degli stessi lavoratori – con uno stipendio modesto e uguale per tutti – lo rende sicuramente differente dai ‘mille altri giornali di questo paese’. saranno idee e pensieri non condivisi da tutti ma sicuramente indipendenti, a differenza degli altri quotidiani, e quindi non vedo perché ‘il manifesto’ non possa chiedere un sostegno in nome di una pluralità di informazione (libera): panda o foca monaca lo è davvero, in un paese ostinatamente privo di editori puri.

    2. Auro Says:

      io sono una di quelle che ci mette da tempo la pecunia per il manifesto. cioé sono una di quelle persone che solo all’idea di rinunciare alle prime pagine del manifesto, mette mano al portafoglio.
      lo ritengo giusto perché ritengo giusto sostenere qualcosa che mi sembra utile esista nel mondo in cui vivo. ed è una questione strettamente personale, ovvio.
      conosco persone che ci scrivono per il manifesto e consoco (un po’) le dinamiche che muovono in alcuni ambienti borderline (non solo il manifesto) dell’informazione la raccolta delle inserzioni pubblicitarie e la gestione dei contributi statali.
      mettiamola così, per scelta non darei mai soldi per la sopravvivenza di libero, ma penso che eventualmente ci sarebbe una greenpeace pronta a difenderlo. ma ho anche la sensazione che libero non avrà mai problemi di soldi e sovvenzioni. e non perché abbiano un commercialista migliore di quello del manifesto, ma per le linee di gestione che si sono dati. e questo non è un giudizio ma una constatazione concreta e oggettiva.
      per me un mondo senza il manifesto sarebbe diverso (e le assicuro che non sono smepre d’accordo con quello che c’è scritto su quelle pagine, anzi…): non avremmo più le monde diplomatique in edicola una volta al mese, alias, gli inserti, gli speciali. non ci sarebbero più gli speciali informativi, le uscite editoriali, cd, musica, dvd.
      non avremmo più quel distinto e preciso fil rouge che mi/ci ha accompagnato un questi anni. non ci sarebbe più il volano informativo di una manifestazione come quella del 25 aprile 1994. quella redazione sarebbe vuota, un pezzo di “noi” sarebbe vuoto.
      io sono una di quelle che orgogliosamente mette mano al portafoglio per difendere la mia foca monaca, perché è giusto e perché voglio difendere quel veicolo di informazione, non la libertà d’informazione.
      sua per sempre, con un titolo ficcante e una foto scioccante. tutto questo, ovvio, imho.

    3. Auro Says:

      rileggendo il mio precedente commento, ho visto la sfilza di refusi e un possibile nodo di fraintendiemnto: non è che non voglio difendere la libertà di informazione, in generale, ma credo che sostenere il manifesto significhi innanzitutto difendere il manifesto, non solo fare una crociata perché ci sia pluralità di voci in edicola. insomma per sintetizzare: ritengo l’informazione plurale e libera importantissima e no, strano a dirsi non vorrei un’informazione unicamente di (estrema?) sinistra.
      ma io libero non lo sovvenziono.

    4. Lotrovassi Says:

      Il Manifesto è una bella icona della sinistra libera(l). Spiacerebbe che sparisse.

    5. Squonk Says:

      Lasciamo da parte le preferenze personali; da quando ho memoria, il Manifesto è in crisi. Crisi finanziaria, intendo. Costi superiori ai ricavi. Pochi lettori, almeno in rapporto alle esigenze di sopravvivenza. Ecco, a me la vicenda del Manifesto pare una specie di caso di accanimento terapeutico. No?

    6. Auro Says:

      no, è una scelta.
      il commento di manuel nasconde il barbatrucco: la questione sta nella scelta “imprenditoriale” e societaria. una cooperativa (anche radiopop, ad esempio) a partecipazione equiparata è più difficile da gestire.

    7. papi Says:

      Aiuterò il Manifesto anche se lo lleggo pochissimo. Non mi mancherebbe. Purtroppo ricordo con angoscia quanto mi mancò La Voce e, anche se non tutti comprenderanno il nèsso, aiuterò il Manifesto.

    8. diderot Says:

      ma vi rendete conto che non ci sarebbe più alias?

    9. Squonk Says:

      Mah, io tenevo moltissimo a “Cuore”, ma mi sono fatto una ragione della sua scomparsa. Dare un contributo per la sopravvivenza di un giornale che non si legge mi sembra un beau geste, ma se fossi il direttore del Manifesto mi interrogherei sulla bontà delle cose che faccio, e sul perchè il giornale rischia di avere più benefattori che lettori.

    10. Antonio Says:

      Stenti economici e vitalità culturale andrebbero considerati separatamente, anche se coi primi bisogna fare i conti in ogni caso. Quindi si può provare a domandarsi spassionatamente se all’ennesima chiamata ai soccorsi il giornale abbia ancora ragioni per andare avanti, però non bisognerebbe farlo limitandosi a guardare i conti in rosso, che sono una costante per la carta stampata. Nel caso di Cuore per dire secondo me hanno chiuso i battenti che avevano esaurito da un bel po’ la spinta propulsiva originaria, anche perché era un progetto legato a un periodo ben preciso che poi si è chiuso. Per il manifesto è meno semplice dare una valutazione univoca e definitiva. Per esempio l’avvicendamento interno dalla direzione Barenghi a quella Polo è stato forse un segnale di arroccamento, che è sembrata andare nella direzione opposta al rilancio e al ripensamento del giornale. Da un altro lato si può invece notare che per effetto dell’abbassamento medio della qualità dell’informazione la bontà del loro lavoro è risaltata negli ultimi anni.
      Poi comunque non bisogna dimenticare il dato di contesto che la stampa sta perdendo lettori ovunque nel mondo, quindi oltre alle loro crisi cicliche c’è anche in ballo qualcosa di più ampio: basta pensare alle difficoltà dei cugini di Libération che si devono far finanziare da un Rotschild o che i quotidiani nazionali italiani tirano avanti a forza di allegati e abbinamenti in quantità (oltre a strizzare sempre più l’occhio a un pubblico meno esigente).

    11. Effe Says:

      se le uniche iniziative degne di sopravviverevalide – non solo in editoria – dovessero essere quelle che si sostengono autonomamente, i musei o le biblioteche andrebbero chiusi, e Cosa Nostra sarebbe un case history da studiare alla London School of Economics.

      (siccome non gliel’ha ancora detto nessuno, che lei è un’oscurantista, un finto-liberal reazionario, un censore della pluralità, e probabilmente anche un critico di Totti, me ne faccio carico io, pur con la morte nel cuore, e tutto in un commento solo).

    12. Says:

      senta, a quando i contributi statali per i blog? fondiamo una cooperativa e chiediamo pure noi qualcosa, secondo me in due o tre facciamo più lettori dell’Araldo Lomellino (o di “Agrotecnico Oggi”, faccia lei)

    13. vanz Says:

      c’è a mio parere una ragione tanto semplice quanto importante per considerare il manifesto (e aggiungerei report) una foca monaca da tenere in vita a tutti i costi: come ha spiegato Manuel è l’unico quotidiano a diffusione nazionale che non deve rendere conto a nessuno, nella pratica nemmeno ai suoi azionisti, delle proprie scelte editoriali e/o politiche.

      questo significa poco nel Mondo Perfetto, dove tutti i quotidiani sono espressioni di un’informazione libera e non sono eterodiretti da un qualche potentato economico. ma è evidente a chiunque che quel paese non è l’Italia, e allora in Italia il manifesto rappresenta una cosa simbolicamente molto più importante di “un quotidiano di sinistra” o di “un quotidiano obiettivo”*, che non è: il manifesto è il futuro possibile della stampa, è il futuro della stampa che tutti dovrebbero volere, che si sia di sinistra o di destra.

      se si affronta la questione dell’informazione dal punto di vista della sostenibilità economica sul mercato si fa l’errore di considerare l’informazione una merce e non un servizio pubblico che va servito anche quando è “antieconomico”, come l’istruzione o la sanità. e si considera la libertà di stampa una cosa che può essere anche nella minima misura negoziata rispetto agli interessi dell’editore. sarà il mondo reale ma non è l’unico possibile, e non è il mondo come dovrebbe essere.

      grazie di avermi ricordato di abbonarmi 🙂

      *qualunque cosa significhi, devo ancora trovare qualcuno che me lo sappia spiegare

    14. ilaLuna84 Says:

      Nemmeno io credo sia discriminato. C’è gente che lo legge, e gente che non lo legge.
      Va anche detto che più scelta si ha, meno persone si concentreranno per forza di cose su di un singolo giornale. No?

    15. glider Says:

      secondo me c’è un errore concettuale di fondo. chi è colui che, più uguale degli altri tra gli uguali, decide chi è degno di essere foca monaca da salvare piuttosto che blatta da schiacciare? a chi rende conto costui? ad oggi poca o nessuna trasparenza secondo me.
      la libertà è sacrosanta, quella di stampa tra le altre. ma una cosa è la libertà altra è surrettiziamente pretendere che io, a prescindere da come la penso, debba contribuire a sostenere economicamente il manifesto, il foglio, l’unità, e via discorrendo sino al bollettino mensile della sezione di roccacannuccia di sotto chessò dell’udeur o del pdci ad insindacabile giudizio altrui, un altrui che non conosco e che non rende conto alcuno.
      libertà per tutti, ma ciascuno si faccia carico delle proprie responsabilità e vada a chiedere il denaro a chi reputa in tutta sacrosanta libertà di spendere il frutto delle proprie fatiche per quella causa e dimostrandogli di farlo bene e di meritare quella fiducia che si sostanzia in tante monetine da un euro.
      se mi piacesse il manifesto magari sottoscriverei dieci abbonamenti, sapere che delle mie fatiche una fettina va anche al bollettino mensile di roccacannuccia di sotto perchè tizio ha deciso che quel che dice caio merita la pubblica pecunia invece mi disturba.
      mi disturba questo modo di sovvenzionare irresponsabile perchè se è vero che chi paga compra, colui che paga con denari non suoi senza render conto a nessuno induce a supporre la tipicamente italica rete di clientele. non sarà la regola e magari nemmeno l’eccezione, ma il metodo è opaco e quantomeno si presta al dubbio d’essere assai poco democratico nel senso d’essere limpido e trasparente alla plebe dei contribuenti.
      secondo me è il modo per mandare in vacca, tra l’altro, la libertà di stampa.
      la democrazia è metodo.
      i denari raccolti guardando negli occhi il donatore sono tutt’altra cosa, di quelli ci si può persino vantare soprattutto se raccolti da chi non condivide in tutto o in parte le idee che si stampano, sono il miglior attestato di stima e rispetto per un lavoro onesto specie dopo averne dato pubblica notizia.

    Leave a Reply