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26/08/2008
Ho imparato a non guardare le classifiche, ma mi piace dare un’occhiata alle mie statistiche – chi viene da dove, quanta gente viene, quanto tempo si ferma, cosa legge.
Chi segue questo blog ha probabilmente notato che da un po’ scrivo quasi unicamente di fatti miei – non riprendo notizie, non parlo di Veltroni, eccetera. Nulla di pianificato, intendiamoci, non mi sono svegliato [1] un giorno con la precisa intenzione di cadere in una deriva intimista: le cose, spesso, vanno come vanno senza un motivo particolare. Ho scritto parecchie cose prendendo spunto da una persona che ho avuto l’enorme fortuna di conoscere negli ultimi mesi (resta da vedere se la fortuna venga considerata reciproca, ma passiamo oltre: non importa) e soprattutto ho scritto per “tirare fuori”, spesso come vano sfogo di un minuto – scrivere fa stare meglio solo (e non sempre) nel momento in cui lo si fa.
Di fatto, il numero delle persone che qui passa e si ferma non è cambiato, mentre io mi aspettavo che crollasse. Il che, lo ammetto, mi sorprende, e lo dico senza falsa modestia. Mi fa piacere, sia chiaro: ma non posso evitare di pensare che in questo comportamento vi sia una componente di pigrizia, come quella di chi si ferma a bere il caffè sempre nello stesso bar non perchè quello sia buono ma perchè il locale è di strada. Comunque sia, siccome non si scrive mai solo per se stessi, qui si prova ogni giorno a rendere il locale degno di una visita – si pulisce il bancone, si riscalda la macchina, si prepara lo spritz Aperol. Il resto è bontà vostra.
[1] Svegliarsi presuppone dormire, e qui vengono i guai.
25/08/2008
La cosa più ironicamente e amaramente divertente che mi sia stata detta negli ultimi due o tre mesi è “tu sei pacificato” (si dice il peccato ma non il peccatore, quindi non fate domande).
23/08/2008
Ti chiedo come va, e hai la voce allegra, ridi e rispondi tutto bene. Lo facciamo tutti, in questo periodo. L’ho fatto anch’io con te. Ritorniamo, abbronzati, con i racconti di ho fatto questo e ho visto quell’altro, e diciamo tutto bene. Ma non è vero, e anche questo lo sappiamo tutti. Magari andava meglio prima, siamo stati d’incanto e adesso la sola idea che arrivi lunedì ci mette la morte nel cuore. Magari abbiamo fatto questo e visto quell’altro ma è stato tutto un inferno lo stesso. Tutto bene un cazzo. Abbiamo bisogno di qualcuno a cui dirlo senza vergognarci, senza sentirci inferiori o invidiosi. Sarebbe già qualcosa, “come sputare via il veleno”. Ti chiedo come va e mi piacerebbe che tu mi dicessi la verità; se vuoi, ci sono. Vorrei che ci fossi anche tu.
22/08/2008
Alla fine arrivo a Friburgo, intorno alla quale ho girato per quasi due giorni. Giro la Altstadt, scacciando – senza riuscirci molto – il pensiero che questi paesi sono tanto belli ma dopo un po’, inevitabilmente, sembrano tutti uguali. Forse lo sono, non so. Giro per la cattedrale, che ricorda per struttura quella di Valencia ed una chiesa di Parigi della quale non ricordo il nome ma la gente tutt’intorno che giocava a bocce. Torno nella piazza e mi fermo a guardare una bancarella che vende biglie di vetro, quelle con cui giocavo in cortile quando ancora i bambini di Milano potevano farlo. Il cielo si scurisce, segno che è ora di andare a prendere la macchina e iniziare il rientro verso casa. L’estate sta finendo, e stiamo a vedere quali cambiamenti arriveranno. Qualcuno lo intuisco mio malgrado, qualcuno me lo auguro. Intanto, spero di non trovare coda a Basilea.
21/08/2008
Non so a voi: a me i laghi mettono un po’ di malinconia. Voglio dire, me ne mettono più di quanta me ne danno il mare e la montagna. Visto il mio carattere, che porta la gente a stupirsi quando mi vede o mi sente ridere (e io al momento sono contento del loro stupore, gli dico “ehi, vedi? non sono quel dannato musone che credevi”; poi ci penso e mi dico che se si stupiscono devono avere le loro buone ragioni, e se le hanno allora sono davvero quel dannato musone che credevano, e così via), non è sorprendente che al momento me ne stia seduto su una panchina in riva al Titisee, un lago della Foresta Nera dalle parti di Freiburg. Potevo andare avanti verso la città, dopo essere stato a trovare il mio vecchio amico e cliente Stephan a Rottweil; poi mi sono ricordato di un week-end di otto, forse dieci anni fa, sette ragazzi e un camper, quando, proprio qui davanti a questo lago, avvertii per la prima volta quanto tutti noi fossimo delle lastre di ghiaccio – qualcuna abbastanza spessa da poter resistere al disgelo e all’estate, qualcuna destinata a sciogliersi lentamente, qualcuna invece a spezzarsi. E allora ho deciso di tornare qui, ho trovato una camera dove dormire e ho costeggiato a piedi la riva fino a trovare la birreria dove tra mille risate e sberleffi che durano ancora oggi feci prendere a tutta la compagnia una birra-e-gazzosa scambiandola per un tipo di birra locale.
Non so se sono contento di averlo fatto, ma penso che dovevo farlo. Comincia a fare freddo, mi alzo per andare a mangiare qualcosa prima che i turisti slavi che stanno scendendo dal battello del Rundfahrt occupino gli ultimi posti disponibili. Guardo il display del palmare, la luce rossa rimane spenta – è ora di una Rothaus.
Credo che un tocco trash non debba mancare in una pur modesta vacanza – d’altra parte il trash distingue la nostra epoca, e quindi.
Ricordavo di aver visto, molti anni fa, il cosidetto orologio a cucu più grande del mondo. E mi sono detto perchè no, torniamoci. Le strade sono magnifiche, splende il sole, vado. Sfilo la decina di chilometri di coda di pazzi fermi sulla carreggiata opposta, desiderosi di entrare all’EuropaPark, sorta di microdisneyland teutonica e attraverso questa serie di paesi da cartolina guardando il termometro scendere fino a tredici gradi mentre la strada inizia a salire in mezzo ai boschi della Foresta Nera. Arrivo finalmente a Schonach, pago il mio euro-e-venti di biglietto, entro in questa tipica casa adornata da carriole fiorite, amanite falloidi in gesso e un piccolo mulino ad acqua, osservo gli ingranaggi dell’orologio – saranno alti due metri e mezzo, tutti di legno – ed esco sul giardino nel quale mi siedo in attesa dell’uscita del protagonista. Ed è tutto come mi ricordavo, alla mezza si apre la finestra del secondo piano ed esce questo volatile in legno, lungo forse un metro, che emette il verso più triste del mondo e subito rientra, forse per la vergogna. Una famiglia italiana scoppia a ridere, nemmeno tanto incredula – la truffa gli è costata giusto due interi e due ridotti, tre euro e ottanta in tutto – e sento l’uomo dire alla moglie “Sai Chiara, sto pensando di mettere in giardino un enorme fallo di gomma, il più grande del mondo, e farci pagare per la visione”. Sorrido amaro, a Milano non ho un giardino per impiantare il business.
Il memoriale della Linea Maginot a Marckolsheim si incastra tra quello che pare essere un impianto di stoccaggio e raffinazione e lunghissimi campi di mais. Lo si visita in fretta, la casamatta fortificata – una specie di sommergibile da terraferma in cemento armato – un pezzo di ponte e quattro veicoli corazzati. Ma i simboli hanno una forza che va ben oltre ciò che mostrano agli occhi; la Maginot, la linea di difesa che mai i tedeschi avrebbero potuto valicare, non venne mai usata perchè i tedeschi stessi non fecero altro che girarci intorno da nord. Centinaia di chilometri di bunker, cannoni, fortificazioni: tutto inutile. Guardo questo pezzo di passato, che oggi finalmente trova un suo scopo – imprevisto per il suo ideatore, certo – e non riesco a non pensare a quanto ci affanniamo per difenderci, per attaccare, per prevedere i comportamenti altrui, per controllare tutto nella presunzione di essere gli unici artefici del nostro destino. Poi arriva l’imprevisto, ci aggira da nord ed eccoci giocati, anche dormire con la luce accesa per la paura del buio non è servito a niente. Monsieur Maginot era un militare di professione, ma pure un filosofo: senza saperlo.
20/08/2008
Giro per la Vieille Ville di Colmar guardandola come un puzzle – questa salita l’ho vista a Ginevra, questo acciottolato a Salisburgo, queste case a Strasburgo, queste mura sull’acqua a Ljubljana – come se il luogo non avesse una sua propria essenza. Non è così, ovviamente, ma a volte capita che si guarda un posto e non si riesce a capirlo nemmeno un po’ perchè ciò che si vede scorre davanti agli occhi come una cartolina, bella quanto si vuole ma pur sempre un pezzo di carta, un’immagine a due dimensioni. Finisce che mi perdo, visto che oggi allo strolling del turista si aggiunge quello dei pensieri, mille al minuto per non averne neanche uno. Giro in tondo, Rue de Clefs, la cattedrale, i ponti, e alla fine mi ritrovo al punto di partenza, dove ho parcheggiato la macchina. Mi siedo su una panchina, chiudo gli occhi per il mal di testa, dall’altra parte del viale sento un’orchestra suonare un po’ di liscio francese e lo scroscio dell’acqua della grande fontana.
Mi fermo a Saint-Pierre, Alsazia centrale, a metà strada tra Colmar e Strasburgo, perchè so che c’è una birreria artigianale – quella dove entro indossando orgogliosamente la mia maglietta “M’illuppolo d’immenso” e dove bevo una biere speciale aromatique come aperitivo. Cheers, my dear. Quando esco decido di andare a fare due passi, guardo le due aule della scuola, il municipio grande come una panetteria di Milano, i fiori alle finestre, i trattori di un paese agricolo. Suonano le campane per un funerale, arrivano parenti e amici che non sono vestiti a lutto, ma giusto un po’ eleganti come forma di rispetto. Quando le campane si fermano, il paese piomba nel silenzio; all’orizzonte, verso i Vosgi, si vedono le nuvole scure di un temporale, il ristorante di lusso offre il filetto di canguro, posso risalire in macchina.
19/08/2008
“Lui dorme bene la notte. E invece non dovrebbe”.
Ogni tanto penso che ci dividiamo in queste due categorie, quelli che la notte dormono bene e quelli che invece non ci riescono – e nessuno sano di mente che abbia più di dodici anni ci dovrebbe riuscire. Noi facciamo parte della seconda categoria, siamo quelli che leggono una piccola stupida battuta del cazzo (ma era poi una battuta?) e ci restano male, più per le parole rimaste nella tastiera del telefono che per quelle che sono state scritte, siamo quelli che guardano il Late Show e ghignano a denti stretti perchè noi abbiamo Crozza e loro Letterman, siamo quelli che lavorano ridendo di giorno e masticando Maalox di sera. Penso alle persone che conosco, quelle che credo di conoscere abbastanza bene: tutte quelle interessanti non dormono bene, anche quelle che dormono tanto (o dicono di farlo). Non ne sono contento, ma sono in buona compagnia.
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