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19/08/2008
Non starò qui a dire – come peraltro fa Gianluca stesso – “meglio tardi che mai”; e non starò nemmeno a metter le mani avanti rispetto a quelli che “oh, i blogger che si guardano l’ombelico, e ne godono”. Dico che qui si è sempre pensato che questo aggeggio chiamato blog servisse fondamentalmente a scrivere la Storia attraverso il racconto delle storie (o, in altri termini: “scrivere dei cazzi propri come metafora per parlare del resto del mondo attorno”). Non ho ancora cambiato idea.
Macchianera
17/08/2008
Domani si riparte, e si ritorna a casa. A dire il vero, prevedo una specie di overtime, ma di quello se ne parlerà in seguito, eventualmente.
Come sempre, rimangono delle immagini di questi giorni, che non sono – per fortuna – quelle che riempiono la memoria della digitale. Il vento rovente del giorno di Ferragosto, gli occhiali di Giacomo – il ragazzo che ha inconsapevolmente ispirato il racconto del bagnino -, il catamarano ribaltato al largo di Torre Canne, la birra gelata bevuta con Daniele e Paolo, amici di infanzia in vacanza a pochi chilometri da noi.
E poi, due ore in una cittadina emiliana (o romagnola?). Ma queste le tengo per me, come un ricordo caro.
16/08/2008
Giuro che sono tutto tranne che un ratzingeriano; ma questa constatazione sul dilagare di “tanta falsa gioia e disperato dolore” ha un retrogusto di Carver o di McCarthy che mi fa dimenticare chi la pronuncia, continuando a farmene apprezzare il solido realismo.
15/08/2008
Una mente assai acuta mi ha appena scritto che Ferragosto va considerato come il nuovo Capodanno, e che dovremo farci l’abitudine. Io, onestamente, due capidanno in dodici mesi non credo di essere in grado di reggerli.
13/08/2008
A giudicare da quanto vedo in spiaggia, la dieta mediterranea è la truffa del secolo.
L’iPod ha appena passato “You get what you give”, quel magnifico pezzo dei New Radicals di una decina d’anni fa. In fondo, ci vogliamo credere: ricevi quel che dai, se dai tanto riceverai tanto e se sei avaro avrai poco in restituzione. Ma poco e tanto sono concetti relativi, si sa. A chi ti ha detto “sto male” hai provato a dare tutto quel che potevi, e in buona fede: il che significa che hai magari dato persino troppo, se si pone il caso. Dopo è venuto il tuo turno, il tuo malessere, una di quelle cose normali della vita, nulla di speciale o almeno nulla di nuovo. E in quel momento hai realizzato, per l’ennesima volta va detto, che non ha senso usare il bilancino. Ti sembra di non aver ricevuto di ritorno ciò che tu avevi dato, fosse anche una sola parola. Aveva senso aspettarsela? Forse, e forse no. Forse non l’hai ricevuta perchè era una parola non sentita, o era avvertita come troppo impegnativa – o magari, molto banalmente, perchè in quel momento non poteva essere detta per un qualsiasi motivo, punto e basta. Insomma, quel che resta è sapere di aver fatto la cosa giusta. Forse quella consapevolezza è esattamente la ricompensa che aspettavi, senza saperlo.
Sono le tre del mattino; abbiamo passato le ultime due ore a sentire le urla disperate di un bambino di forse quattro anni lasciato solo in casa, insieme al fratello, dai genitori. Il padre, si dice, al lavoro. La madre, per certo, in spiaggia. Una donna ha smontato il vetro della porta di ingresso, ha aperto ed ha preso in braccio il piccolo per calmarlo. Da un balcone è arrivato un bicchiere d’acqua. Un cellulare ha chiamato i carabinieri. La donna, quasi gettando il figlio in braccio alla madre, trafelata di ritorno dai suoi intrattenimenti notturni, ha sibilato un insulto sdegnato. Il bambino, sporco e piangente, ha continuato a gridare “mamma”. I carabinieri sono entrati in casa, hanno preso nota dei documenti, hanno “fatto una ramanzina” alla donna, che mostra qualcosa meno di trent’anni. Si sta alzando un po’ di vento, nel silenzio della notte.
12/08/2008
Ogni estate leggo le avventure dei miei colleghi, quelli che fanno i bagnini nei posti rinomati, Rimini, Riccione, Forte dei Marmi; quelli che pare siano delle persone celebri, che danno del tu ai famosi e si portano a letto chiunque, la svedese alta due metri, la mammina di Roma e l’impiegata di Milano. Mi piacerebbe conoscerli, anche se credo che a farlo ci rimarrei male – li troverei tanto migliori di me, o forse tanto uguali da farmi chiedere “cos’hanno loro che io non ho”, per poi rispondermi che io sono nato e cresciuto qui, in un paesino della Puglia. E loro no, ecco tutto.
Passo le giornate seduto sul mio trespolo, nascosto nella maglietta rossa e dietro gli occhiali a specchio; questo è un posto tranquillo, sulle spalle e sul petto ho scritto “Salvataggio” ma, per mia buona sorte, non ho mai veramente dovuto salvare nessuno: ogni estate mi toccano un paio di uscite a remi per andare a recuperare qualche ragazzina andata troppo al largo con il canotto, e per fortuna nient’altro. Due colpi di fischietto per far capire a quei bambini che devono scendere dalla barca che io dovrei usare per salvare loro o la loro mamma, il buongiorno alla coppia di Bari che viene al lido da vent’anni, ore e ore a guardare il mare pieno di gente che forse si diverte e forse no. Me ne sto in silenzio per quasi tutto il giorno, ogni paio d’ore mando un sms alla mia fidanzata che – tu guarda – se ne va in vacanza con le amiche in Romagna “che tanto tu non ti puoi muovere, ti dispiace?” e io che le posso dire se non “vai, vai pure” per poi rodermi il fegato quando non risponde, capace che sta un giorno intero senza farsi sentire e poi giusto un “qui tutto bene, tu?”, ma lasciamo stare che poi penso ai miei colleghi che magari si fanno anche le studentesse pugliesi oltre alle svedesi alte due metri, le mammine di Roma e le impiegate di Milano.
Non posso dire che vado matto per questo lavoro, ma un lavoro bisogna pur farlo, no? E poi ho una mezz’ora che mi fa sentire bene, la mattina presto, quando la spiaggia sta ancora vuota e silenziosa ed io ho finito di preparare gli ombrelloni e i lettini e il salvagente e il fischietto, e allora me ne sto fermo, in piedi, a guardare il mare piatto e la città bianca all’orizzonte – e allora ci sono solo io, che non penso a nulla e che per quella manciata di minuti basto a me stesso. Poi arriva la coppia di Bari, che quelli si svegliano presto, e li saluto, e si ricomincia.
E no, non importa se rispondi. Davvero. Basta che sorridi.
10/08/2008
A Milano, i vecchi hanno questo modo di dire: “Piuttost che nient, l’e mej piuttost” – insomma, qualcosa è meglio di nulla, che sia lavoro, cibo o amore fa poca differenza.
Ogni volta che ho sentito mio suocero pronunciarla, ho pensato che quella frase fosse un concentrato di quel buonsenso e di quella inossidabile capacità di resistere, quella che ha fatto passare lui e la sua generazione – quella dei miei genitori – quasi indenne attraverso bombardamenti, emigrazioni, lavori incerti, fame e tutti gli altri ovvii guai dell’esistenza.
Ma capita che i casi della vita ti fanno pensare se e quanto quella frase sia “giusta”. Casi non tuoi, ma che – riguardando persone alle quali vuoi molto bene – finiscono per esserlo, anche se quelle persone non ti hanno chiesto consiglio. E ti rendi conto che una risposta non ce l’hai: o meglio, è solo la tua risposta, e sai bene che è davvero tutto relativo. Stare con una persona a mezzo servizio, passare otto ore al giorno in un ufficio solo per lo stipendio. Meglio piuttosto, o meglio niente? Il tuo carattere ti farebbe dire che è meglio piuttosto, che quella persona ti può dare ciò che la solitudine non ti offre – un bacio, una telefonata, una parola -, che quel lavoro a volte ti riempie la giornata con regali che si sommano alla busta del ventisette – un aumento non richiesto, un cliente che ti fa i complimenti – cose che non avresti se tu fossi a casa a guardare il soffitto.
Certo, potresti invece dire a quelle persone che, almeno per un po’, sarebbe preferibile il niente al piuttosto, sarebbe meglio non accontentarsi e dare un calcio a tutto e tutti. Ma capirebbero che tu ci credi come ad un’ipotesi di scuola, una tesi da libro di hard discount, un enunciato filosofico. Perchè per te la vita non è ricerca quotidiana e costante della felicità – che quello è il modo perfetto per essere costantemente e completamente infelici – ma è provare a costruire qualcosa su ciò che un po’ il tuo merito e un po’ la fortuna ti hanno dato, sapendo – o provando a convincersi – che le cose sono spesso meno belle e altrettanto spesso meno brutte di come ce le dipingiamo.
Sarebbe una risposta, una di quelle possibili. Tuo suocero sarebbe d’accordo con te. Quelle persone a cui vuoi bene, chissà.
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