E tu, come va?
[La giornata giusta per pubblicare il mio contributo al PslA 2008 sarebbe stata ieri, ma l’ho capito tardi. E quindi, eccolo qui]
Un secondo prima di cancellare il nome dalla rubrica del telefono venne colto da uno scrupolo, e decise di telefonarle per farle gli auguri di Natale. Andò alla finestra, guardò le luminarie appese ai balconi, fece un respiro profondo e premette il tasto verde. La salutò, le chiese come stava, stette ad ascoltarla elencare i suoi problemi amorosi, apprese dell’esistenza di un uomo che non la ricambiava. Per un lungo, interminabile, penoso quarto d’ora recitò la parte dell’amico, diede buoni consigli, dispensò saggezza, regalò battute, offrì comprensione. Per un lungo, interminabile, penoso quarto d’ora si ricacciò in gola tutte le parole che per mesi aveva pensato di dirle, senza mai trovare il coraggio e il modo di farlo. Guardò una famiglia nel palazzo di fronte sedersi a tavola per la cena della vigilia. Per un momento non prestò più attenzione alla voce che gli riversava addosso tutti i problemi che lui avrebbe potuto raccontare, quasi con le stesse parole, nel suo diario – quello che ancora ostinatamente si obbligava a scrivere per non perdere traccia di ciò che gli capitava. Poi ci fu una pausa, un silenzio che a lei servì per prendere fiato e a lui per risvegliarsi.
“Beh, senti. E tu, come va?”
“Io? Bene. Sì, bene, molto bene.”
“Mi fa piacere. Allora, grazie per la telefonata e buon Natale.”
“Buon Natale anche a te.”
Schiacciò il tasto rosso e chiuse la chiamata. Riguardò la rubrica, la scorse fino a trovare il nome; quando lo trovò decise di farsi un regalo, e lo cancellò.