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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    15/02/2009

    I liceali

    Filed under: — JE6 @ 21:26

    Per due settimane sono saliti sul vagone della linea rossa tenendosi per mano, senza dire una parola, spalla contro spalla. Quindici, sedici anni al massimo. Lui alto, magro, con i piedi esageratamente lunghi, la giusta quantità di brufoli, i capelli che puntano verso tutti i punti cardinali, l’andatura dinoccolata di un ragazzo che cresce troppo in fretta. Lei più piccola, belle forme, truccata con cura ma senza esagerazioni, la pelle liscia figlia della fortuna e di una madre che non lesina i biglietti da cinquanta euro per le creme della sua bambina. Ho notato lei, per prima, perchè ha qualcosa che la distingue dalle decine di sue coetanee che ogni mattina che Dio manda in terra affollano la metropolitana andando ad annoiarsi in un qualsiasi liceo della metropoli. Sarà che non è trasandata e nemmeno incongruamente elegante, sarà che il suo zaino non è ricoperto di TVB e pupazzetti, non lo so; ma ha qualcosa di particolare, e ce l’ha addosso ma anche dentro. Poi ho guardato lui, una ruota di scorta fatta adolescente con l’acne, e mi ci è voluto molto poco per capire che si sente tanto fortunato quanto inadeguato, che si chiede come sia possibile che lei lo abbia scelto – perchè sono sempre le ragazze a scegliere, e per lui questa è la prima volta e ha una dannata paura che sia anche l’ultima.
    Per due settimane li ho guardati conquistarsi una posizione dentro il vagone, mettersi uno di fronte all’altra e baciarsi per undici fermate senza una pausa, senza un respiro, senza aprire gli occhi, indifferenti al mondo, ai loro compagni di classe, agli impiegati, alle commesse, ai cassintegrati. Per due settimane ho fatto fatica a staccare gli occhi da quel movimento costante e implacabile dei loro muscoli facciali, chiedendomi se a casa facessero degli allenamenti per non avere i crampi alla lingua all’altezza della fermata di QT8, per due settimane li ho visti staccarsi quando il treno arrivava a metà del tragitto tra Conciliazione e Cadorna, come se un timer interno li avesse avvisati che di lì a pochi secondi sarebbero dovuti uscire dal vagone, per due settimane li ho guardati riprendersi per mano e sempre senza dire una parola allontanarsi in mezzo alle centomila altre persone che loro fendevano come Mosè nel Mar Rosso. Per due settimane mi sono vergognato di questo mio voyeurismo di seconda mano, per due settimane li ho invidiati con tutte le mie forze, per due settimane ho ricordato i miei sedici anni, i miei capelli lunghi, i miei brufoli, il mio essere ruota di scorta.
    Questa mattina lei è entrata nel vagone al solito orario, ed era sola. Aveva le cuffie dell’iPod ben calcate dentro le orecchie, ha montato un’espressione assente e con quella si è preparata al viaggio. Mentre le porte iniziavano la chiusura, ho visto lui che arrivava con il passo lento, i suoi piedoni lunghi e sgraziati che strisciavano sul linoleum della banchina di attesa, gli occhi intristiti che cercavano in giro. Nel momento in cui le porte si sono chiuse del tutto, lui è riuscito a vedere lei. Lei, che dava le spalle all’entrata, non lo ha visto – e se anche lo avesse potuto fare sono sicuro che lo avrebbe ignorato come si può ignorare un sasso, o una foglia morta. Il treno è partito, e mi sono ricordato ancora una volta i miei sedici anni.