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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    27/02/2009

    Piccola lezione di umiltà

    Filed under: — JE6 @ 21:14

    Succede che scrivi senza pensarci su più di tanto, butti giù 670 parole rileggendole velocemente giusto per non lasciarci dentro troppe ripetizioni, poi clicchi “Publish” e ti dedichi ad altro.
    Succede che qualche ora dopo realizzi di aver scritto una frase che ha lasciato un segno un po’ meno effimero del solito – qualcosa che arriverà a domani, cosa che in questi tempi di social network parolai è davvero grasso che cola.
    Succede che quella frase (Non ha fatto carriera ma non se ne è mai fatto un problema, perché per lui il lavoro era ciò che forse dovrebbe essere davvero per chiunque, qualcosa che ti permette di uscire a bere con gli amici senza obbligarti a chiedere i soldi a tua madre, e poi ti consente di farti una casa, magari di sposarti, comprarti un’utilitaria per andare a fare una grigliata in riva al Ticino, far studiare i figli, avere qualche hobby, arrivare al venerdì sera stanco ma con la mente sgombra: uno strumento per essere dignitosamente felice, insomma; o almeno per scansare la fame.”) non è quella nella quale hai creduto di aver messo il meglio, di essere stato più netto e soprattutto sincero (un’espressione non felice ma rilassata, appena velata dalla malinconia datagli dal pensiero della figlia minore che non riesce a rimanere incinta.”) e ancora una volta ti rendi conto che il senso alle tue parole non lo dai tu, ma lo danno gli altri, il che – a ben vedere – è una bella lezione di umiltà.

    Il pensionato giovane

    Filed under: — JE6 @ 07:33

    Per costrizione o per volontà, tutti noi che ogni mattina ci laviamo e ci pettiniamo e ci tiriamo su il bavero del giaccone e camminiamo come automi lungo i marciapiedi ancora ghiacciati e arriviamo alla fermata della metropolitana senza notare gli ultimi graffiti che i writer di periferia hanno lasciato sui suoi muri blu e sporchi, tutti noi abbiamo qualcosa da fare. Andiamo in ufficio, andiamo a scuola, andiamo incontro a quel qualcosa che dovrebbe riempirci la giornata e dare un senso al nostro tempo dall’ora di colazione a quella di cena. Lui no. Lui è il pensionato giovane, è quello che ha iniziato a lavorare non appena terminata la scuola media, e anche se un padrone disonesto non gli ha versato due anni di contributi è riuscito lo stesso ad andare in pensione ben prima di arrivare a compiere sessant’anni. Ha fatto il garzone di un negozio di ortofrutta e l’apprendista in una tipografia, ha passato qualche mese dietro a un tornio in un’officina meccanica, ha visto il padre morire giovane per un infarto; pochi giorni dopo il funerale un prete magnanimo ha messo una buona parola per lui, e quella parola è passata da un orecchio ad un altro facendolo passare dal tornio all’ufficio posta di una compagnia di assicurazioni, la stessa dove ha trascorso i successivi trentaquattro anni lavorativi. Non ha fatto carriera ma non se ne è mai fatto un problema, perché per lui il lavoro era ciò che forse dovrebbe essere davvero per chiunque, qualcosa che ti permette di uscire a bere con gli amici senza obbligarti a chiedere i soldi a tua madre, e poi ti consente di farti una casa, magari di sposarti, comprarti un’utilitaria per andare a fare una grigliata in riva al Ticino, far studiare i figli, avere qualche hobby, arrivare al venerdì sera stanco ma con la mente sgombra: uno strumento per essere dignitosamente felice, insomma; o almeno per scansare la fame.
    Il pensionato giovane si è sempre mantenuto in forma, il tennis grazie al Cral aziendale, la bicicletta per scavallare i colli della Brianza in compagnia degli amici del palazzo di edilizia popolare dove è andato ad abitare insieme ad altre centomila persone, trasformando nel breve arco di otto mesi una zona di cascine e fontanili in un formicaio postmoderno, immerso nella nebbia spessa della Milano degli anni Sessanta. Oggi che non deve più andare in ufficio, si gode il suo tempo sbrigando commissioni per quei figli che dicono di non avere nemmeno il tempo per respirare, figurarsi per andare all’anagrafe a fare uno stato di famiglia, prendendo la metropolitana per andare al mercatino dei francobolli e far poi due passi in Piazza Duomo, sbuffando perché deve tornare a casa in tempo per non far aspettare il nipote adolescente che oggi arriva un’ora prima perché manca l’insegnante di italiano.
    Io so tutte queste cose di lui perché il quartiere dove vivo è più grande di molti capoluoghi di provincia, ma in fondo è un piccolo paese dove dopo trenta o quarant’anni ci si conosce tutti – e se ad una faccia non colleghi una storia c’è sempre qualcuno che quella storia la conosce, o di persona o perché gliel’ha raccontata la vicina di casa o il barbiere o il genero della vedova del settimo piano. Ma le saprei comunque, perché certe storie sono disegnate in faccia a chi le ha vissute, e il pensionato giovane ha un’espressione che nessuno di noialtri che ci pigiamo dentro il vagone può avere, un’espressione non felice ma rilassata, appena velata dalla malinconia datagli dal pensiero della figlia minore che non riesce a rimanere incinta. E’ come se rilucesse tra noi condannati, salvato tra i sommersi che arriveranno anche loro alla pensione, ma troppo tardi e troppo stanchi per godersela. I sommersi siamo noi, e lo sappiamo, e ingoiamo fiele ogni volta che il pensionato giovane ci fa compagnia per quindici fermate, lasciandoci poi entrare a testa bassa nei nostri recinti mentre lui va a vedere le quotazioni di una serie di francobolli francesi.