Urban jungle
Un paio di giorni fa, una signora di mia conoscenza incontra, camminando per le strade della periferia ovest di Milano, una donna; piuttosto confusa, e abbigliata in modo sommario. Le si avvicina, e le chiede se ha bisogno di qualcosa. La prima risposta è “Siamo in Italia?”, e da quella si capisce che la donna ha certo bisogno: di aiuto.
La donna inizia a estrarre fogliettini da una borsa, sui quali si trovano numeri di ogni tipo. La signora di mia conoscenza inizia a digitarli sul cellulare, senza risultato.
Nel frattempo, data la temperatura padana di questi giorni, conduce la donna in un bar, le fa bere qualcosa di caldo, la aiuta a calmarsi. Finalmente, su uno dei fogliettini legge un numero che assomiglia a quello di un cellulare; digita, e risponde una giovane in palese stato d’ansia che si rivela essere la figlia della donna che, in quel momento, sta riprendendo coscienza di sè seduta al tavolo di un bar. La donna ha settantotto anni e si era persa due giorni prima; le ricerche della polizia erano appena iniziate, perchè pare che in caso di scomparsa di adulti si debbano far passare almeno quarantotto ore prima di mobilitare le forze dell’ordine. Vestita alla bell’e meglio, la donna ha passato due notti e quasi due giorni fuori di casa, vagando confusa, infreddolita e affamata. Fino a quando è passata sulla sua strada la signora di mia conoscenza, che ha “perso” due ore del suo tempo interessandosi a lei e permettendole di ritornare a casa.
Niente di nuovo sotto il sole, le città funzionano (anche) così. Mi chiedo come mi sarei comportato io, al posto della signora di mia conoscenza.