Come prima, peggio di prima?
Secondo Giuseppe d’Avanzo, a sinistra c’è il berlusconismo senza Berlusconi, che “difende i principi senza curarsi degli obiettivi. Preferisce gridare i suoi buoni sentimenti, mostrare la nobile sensibilità del proprio stato d’animo senza preoccuparsi se quelle mosse e dichiarazioni di principio aiutano a risolvere il problema o lo aggravano”. Io credo che d’Avanzo abbia ragione.
Repubblica.it
June 5th, 2006 at 13:55
Sinceramente preferisco un annuncio sull’amnistia piuttosto che l’invito a non pagare le tasse. Certo siamo molto lontani, ma intanto intanto bisogna dire: dobbiamo fare un’amnistia, parliamone.
Che D’Avanzo si metta a fare il grillo parlante e’ un po’ fuori luogo (soprattutto se scrive che il 27% dei detenuti ‘rischiano la TBC’: che vuol dire?). Anche perché mi sembra che da parte della coalizione ci sia la volontà di modificare la legge fini sulle droghe. E quindi già una parte delle sue obiezioni non ha molto fondamento. Insomma, siamo ancora all’inizio: da Mastella, francamente, mi aspettavo molto peggio.
June 5th, 2006 at 14:34
l’idealismo è un tratto caratteristico della sinistra e, di per se è buona cosa.
a volte, però, un po’ di sano pragmatismo non farebbe male. spesso il rimedio, quando va bene, non sposta i termini del problema, quando va male tappa un buco ed apre una falla più grande. bisognerebbe tenere conto, a volte, del bene della nostra povera italia.
June 5th, 2006 at 15:17
Quello è il mestiere dei giornalisti, passare al setaccio senza sconti le prese di posizione della classe politica, per evidenziarne le debolezze e le incoerenze. Il punto è che nel pezzo di D’Avanzo questo lavoro lo si fa modo tutt’altro che impeccabile. Intanto conclusioni ed argomentazioni sono invertite di ordine, infatti la prima metà contiene tutto il giudizio, a dire il vero inutilmente astioso, e solo dopo vengono passate in esame con calma le ragioni che sconsiglierebbero un provvedimento di amnistia. Questo tradisce una voglia di fare la predica al governo che male si sposa, secondo me, con un’informazione al servizio del lettore.
La seconda parte apre finalmente il dibattito fornendo qualche spunto di riflessione sulla dimensione dei problemi che rimangono sullo sfondo, dietro alle facili dichiarazioni pubbliche. Ma d’altronde dubbi sono già stati espressi da altri, come anche invece puntualizzazioni favorevoli. Le osservazioni più originali di D’Avanzo sono secondo me quella sulle responsabilità collettive della classe politica su questo tema e il ribadire che a guardare al passato si può prevedere che difficilmente si troveranno i numeri oggi. Per il resto si può leggere un ragionamento più costruttivamente critico nell’intervista a un esponente dell’ANM rilasciata nello stesso giornale.
Il fatto è che se non apre un ministro, magari in modo maldestro e un po’ populista, su un argomento di questo tipo, semplicemente non si muoverà foglia: di chi altro dovrebbe essere la responsabilità di dare un segnale e avviare il dibattito? In realtà gli è che dai giornali arriva tra le righe, ed esplicitamente con l’ormai famosa uscita di Serra, una richiesta all’esecutivo di starsene zitto ed uscirsene solo a proposte già perfezionate e concluse, il che è bizzarro e insensato. Uno perché è una compagine di governo con punti di vista in linea di massima convergenti ma variegati, quindi ben venga l’esplicitarli e farli emergere pubblicamente. Due, il medesimo criterio vale per il confronto parlamentare e fuori. Senza la presa di posizione ‘sentimentale’ e ‘buonista’ di Mastella, D’Avanzo non avrebbe avuto occasione di fare la sua reprimenda e tutti ce n’è staremmo ancora a parlare di 2 giugno, spillette e altro gossip del genere, invece che dell’emergenza carceri.
Ultima cosa, l’accusa di berlusconismo usata così disinvoltamente ne svuota di senso il termine, meglio usarlo con più parsimonia.
June 5th, 2006 at 15:33
Nell’economia moderna viene fatto studiare il cosiddetto “effetto-annuncio”, cioè l’impatto sulla “realtà” derivante dall’annuncio della possibilità di accadimento di un certo evento. Un impatto analogo si verifica in molti altri ambiti, come è evidente: vogliamo pensare all’enorme massa di aspettative che si creano nei detenuti, nei loro familiari, nella polizia carceraria, a seguito della dichiarazione del ministro competente della volontà di fare un’amnistia? E vogliamo pensare a quanto dolore possono portare queste aspettative disilluse? Perchè il problema è quello: quanto è verosimile che l’amnistia abbia davvero luogo, date le condizioni politiche del momento? Ecco, questo è il merito dell’articolo di D’Avanzo, e su quel merito io sono pienamente d’accordo (ah, non ho letto Serra, ma se intuisco correttamente, sono d’accordo anche con lui).
June 5th, 2006 at 16:12
Consiglio questo editoriale di Sergio Romano, secondo me è in linea con quanto si afferma:
Il diritto all’illegalità, di Sergio Romano
Quando commenta la rivolta nel Centro di permanenza temporanea di Torino, il capogruppo di Rifondazione comunista alla Camera non chiede il miglioramento di queste strutture. Vuole che vengano soppresse. Per Gennaro Migliore – così ha detto alla Stampa – «l’immigrazione clandestina non può essere considerata un reato che prevede la reclusione dell’immigrato in strutture detentive controllate dalle forze dell’ordine». Il clandestino deve essere trattato «come un soggetto che ha la sua storia individuale»: una definizione che gli consente, ovviamente, di violare le leggi dello Stato italiano. Occorre dunque chiudere i Centri e dare all’immigrato illegale un permesso temporaneo di soggiorno, «magari di un anno», che gli consenta di trovare un lavoro.
Il deputato di Rifondazione non si chiede quali sarebbero le conseguenze di una tale liberalità. Non sa, o non vuole sapere, che i mercanti dell’emigrazione dirotterebbero verso l’Italia la loro «merce» e aumenterebbero il loro giro d’affari. Ignora, o preferisce ignorare, che i nostri confini mediterranei sono una frontiera di Schengen (il trattato europeo sulla libera circolazione delle persone, senza controlli di valico, tra i Paesi che lo hanno sottoscritto) e che l’Italia ha l’obbligo di presidiarla anche nell’interesse dei suoi partner. Non se lo chiede e lo ignora perché la legge Turco-Napolitano, con cui i Centri furono istituiti, non è la sua legge, perché il trattato di Schengen non è il suo trattato, perché questa Europa non è la sua Europa e, forse, perché questo Stato non è il suo Stato. Sostiene il governo Prodi perché l’accordo con i partiti dell’Unione ha permesso di battere Berlusconi e a Rifondazione di conquistare qualche tribuna, al governo e in Parlamento, da cui predicare il suo verbo anticapitalista, antimilitarista e terzomondista. Ma si ritiene autorizzato a proclamare la necessità di una politica «alternativa» che prescinde dagli impegni internazionali del Paese, dalle sue leggi, dalle sue esigenze economico-sociali e dalle preoccupazioni della maggioranza dei suoi cittadini. Dopo avere assistito per cinque anni, sul problema dell’immigrazione, alle intemperanze e agli scatti umorali del partito di Umberto Bossi, abbiamo ora una Lega di sinistra che sogna un altro Stato e non ha alcuna intenzione di contribuire al miglioramento di quello in cui viviamo.
La strada da percorrere è quella delle riforme. Occorre migliorare i Centri e ritoccare, alla luce dell’esperienza, la legge approvata dal governo Berlusconi. Occorre anche contrastare le correnti xenofobe presenti in alcuni settori della pubblica opinione. Ma non è possibile rinunciare ai controlli, incoraggiare l’immigrazione clandestina e permettere che l’afflusso delle persone nel territorio italiano venga lasciato nelle mani dei nuovi mercanti di schiavi. Ciò che sta accadendo in almeno due Paesi mediterranei (in Spagna, recentemente, il problema ha assunto dimensioni ancora più gravi) dimostra che la questione deve essere affrontata in una prospettiva e con criteri europei. Se i confini esterni dei Paesi di Schengen sono frontiere comuni, è necessario che l’Ue, o perlomeno i firmatari del trattato, abbiano una stessa politica dell’immigrazione, concludano con i Paesi della costa meridionale del Mediterraneo accordi collettivi e adottino, in materia di asilo, gli stessi principi. Sappiamo che non sarà facile, per Romano Prodi, governare una coalizione composta da molte anime. Ma un chiarimento oggi, su un problema di tale importanza, è molto meglio di una lunga serie di incertezze e di ambiguità.
June 5th, 2006 at 16:43
Gli annunci servono anche a far accadere le cose, specie in un contesto come quella della cosa pubblica in cui i fattori che concorrono a un esito sono molteplici e non tutte dipendenti da una decisione solitaria di chi sta al vertice. Di più, chi governa ha l’obbligo di comunicare pubblicamente e trasparentemente la propria linea di azione. Il richiamo di Repubblica ha un senso anche forte, ma nel ritenere a priori che si tratti di una dichiarazioni esibizionistica mi sembra che si perdano per strada dei pezzi fondamentali di come funziona una macchina governativa in democrazia, forse perché gli ultimi anni ce l’hanno fatto dimenticare un po’ a tutti. Quella di Mastella, al di là di tutti gli altri eventuali fini che la motivano, è una dichiarazione programmatica, fatta con il consenso del governo. Significa che d’ora in poi, a meno di non tradire platealmente l’impegno, cosa che non possiamo ancora giudicare, dovrà adoperarsi perché si creino le condizioni necessarie a favorire il provvedimento: tavole rotonde con i soggetti coinvolti (magistrati, amministrazione carceraria, operatori sociali, forze dell’ordine) e promozione del tema presso le forze politiche in parlamento. Non vedo altro modo di procedere. E’ chiaro che si prende i suoi rischi introducendo la questione in questi termini e con queste modalità.
L’opinione di Romano è proprio sintomatica dell’atteggiamento che non condivido della stampa: chiedono un unanimismo e una compattezza di posizioni dal governo che è irrealistica. Questo è un governo politico, non tecnico. Esistono differenze di posizione che sono alla base del processo che porterà a formulare delle proposte. Ma alle proposte chiare e convincenti non si arriva eliminando le differenze, ma componendole, anche perché i diversi punti di vista rispecchiano la complessità di problemi per cui non c’è una soluzione data in partenza. Questa è la democrazia, non ci siamo più abituati e prendono i sudori freddi ogni qualvolta scoppia una franca discussione. Comprensibile visto che prima tanto facevono, ma poi alla fine decideva il capo.
L’articolo di Serra capostipite del genere è qui:
http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/politica/nuovo-governo-due/michele-serra/michele-serra.html
Una bella replica di Franco Carlini (visibile credo solo da dopodomani) è qui:
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/04-Giugno-2006/art7.html
ciao