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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    14/01/2011

    Quando i buoi sono scappati

    Filed under: — JE6 @ 10:24

    L’altro corno del problema, però, è che la difesa dei diritti di tutti – negli ultimi decenni – è stata troppo spesso la mortificazione del merito di molti e l’alibi dietro cui si sono nascosti coloro che hanno approfittato della tutela collettiva (perché non sapevano, poveri di capacità e fuori mercato, o perché non volevano, colpevoli di opportunismo) per dare il meno possibile e prendere per sé a discapito degli altri, specialmente dei più giovani. E’ anche questa l’origine della tragedia della generazione senza futuro. Insieme ai deboli sono stati protetti i furbi. Questo anche va detto, in tempi di gravissima crisi economica e sociale: che troppo spesso le tutele garantiscono insieme chi lavora molto e chi poco, offrono giuste garanzie a chi non può e ingiuste tutele a chi non vuole e non sa. Questo avrei voluto sentir dire, anche, da chi difende giustamente i diritti di tutti. Da chi dice agli operai: votate No. Avrei voluto sentir dire mettiamoci al lavoro tutti insieme per ridisegnare i confini delle tutele collettive – per i vecchi come per i giovani che non avranno contratti equi né pensioni – per garantire chi sa e vuole fare e per mettere in fondo alla lista chi approfitta. Non l’ho sentito e temo che pagheranno i deboli, come sempre, e che vinceranno i furbi e i farabutti al potere, come tutto intorno a noi accade ogni minuto.

    Non sono mai stato in catena di montaggio, ma ho lavorato in due aziende metalmeccaniche. E con il lavoro sulle macchine un minimo di contatto personale l’ho avuto. Storie come quelle alle quali si riferisce Concita De Gregorio ne ho viste, e non poche. Ho visto i colleghi della produzione passare le lunghe ore dei loro turni in piedi, stando attenti che il flusso del materiale non si fermasse mai, li ho visti fare lo sforzo fisico che io non ho mai fatto. Ho visto anche gli imboscati, quelli che centosettantanove giorni di malattia, e due di lavoro, e centosettantanove di malattia rinnovata dal medico compiacente. Ho visto gente fare il doppio della fatica per compensare il lavoro di chi quella fatica la evitava, coperto da leggi assurde e da intrallazzi indecorosi. Ho visto gente di sinistra arrivare a odiare con tutto il cuore le rappresentanze sindacali per il non essere capaci di capire che il lavoratore non è sempre buono, non ha sempre ragione per il solo fatto di essere quello che lo stipendio lo riceve, e comportarsi di conseguenza. Abbiamo – uso consapevolmente il plurale – costruito un sistema paradossale nel quale l’operaio della piccola tipografia con sei dipendenti guarda all’operaio della Fiat come a un privilegiato, abbiamo fatto in modo – vuoi attivamente, vuoi girando la testa – che si innescasse la guerra dei poveri. Adesso portiamo la mano alla bocca, sgraniamo gli occhi e diciamo “mioddio”, e facciamo che il peso delle scelte di una vita, che forse avranno effetti che nemmeno riusciamo a immaginare per decenni e generazioni a venire, ricada sulle spalle di uomini e donne che alle cinque del mattino passano i tornelli per andare alle carrozzerie di Mirafiori, uomini e donne che devono fare il loro interesse, perché al loro vero interesse nessuno ci ha pensato prima.