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    26/3/2012

    La mattina dopo il black-out

    Filed under: — Sir Squonk @ 08:01

    Era iniziato tutto senza un motivo particolare: una sera si era messo a letto, aveva sfogliato qualche pagina di un libro, poi aveva spento la luce. E in quel momento, nel buio della stanza con le finestre oscurate dalle tapparelle abbassate, aveva provato una sensazione che non avrebbe saputo dire se fosse ansia, paura, angoscia o terrore, ma che gli fece comunque compagnia fino al mattino successivo. Non gli diede peso, una notte insonne capita a tutti in fondo, la sera dopo basta mangiare leggero, prepararsi una tisana, guardare un documentario e andare a letto tranquilli per recuperare quel che si è perso. Fu proprio quel che fece, mangiò leggero e si preparò una tisana e guardò un documentario e andò a letto tranquillo, fino a quando spense la luce e provò ancora quella sensazione alla quale non sapeva dare nome. Iniziò così, senza un perché, a non poter più dormire se non lasciava la luce accesa, cambiò la posizione nel letto per avere sempre di fronte agli occhi la finestra dalla quale poteva vedere il chiarore della notte illuminata dai lampioni e dai semafori e dai fari delle macchine che andavano e tornavano dall’autostrada, senza averlo deciso smise di andare a lavorare usando la metropolitana perché non riusciva a sopportare quei cinquanta secondi di tunnel buio tra una fermata e l’altra, e smise anche di fare straordinari perché questo voleva dire fermarsi in ufficio quando l’unica luce che rimaneva accesa era quella della lampada da tavolo che si era comprato per poterla usare anche in pieno giorno, sostituì tutte le plafoniere del suo appartamento con lampadari a quattro faretti, così da non rischiare di rimanere al buio quando una lampadina si fosse fulminata, insomma eliminò l’oscurità dalla sua vita per non sentirsi mancare il fiato e stringere lo stomaco e girare la testa quando non c’era luce intorno a sé.
    La mattina che seguì il grande black-out, quello che fece spegnere i lampioni e sciogliere il ghiaccio dei congelatori e fermare gli aerei e abbaiare i cani e gridare i bambini e reso felici i ladri, la sua vicina di casa lo trovò accartocciato in mezzo all’aiuola nella quale si era gettato dal sesto piano, con le ossa rotte che lo facevano assomigliare a una vecchia bambola e un accendino ancora stretto nel pugno della mano destra. La donna corse sull’erba che aspettava di essere tagliata e che aveva attutito il colpo dell’impatto di quell’asteroide umano caduto da un balcone al punto che nessuno si era accorto di niente, gli girò la testa e vide che il volto era bruciato tutt’intorno agli occhi, solo lì, e non seppe mai, né mai potè immaginare che lui con quell’accendino si era fatto luce, e tale era il terrore che lo aveva preso quando la centrale elettrica aveva smesso di funzionare che la luce se l’era portata agli occhi, dentro gli occhi, senza sentire dolore quando la pelle aveva iniziato a bruciare e le pupille a liquefarsi, anzi provando l’infinito sollievo che gli mise in faccia quel sorriso assurdo, il sorriso di uno che non avrebbe mai più avuto paura nella sua vita, il sorriso incomprensibile che lei fissava e che avrebbe rivisto ogni sera cercando di addormentarsi fino a quando non fu più capace di sopportare il buio e fece in modo di vivere in una eterna lattiginosità che affogasse qualsiasi ricordo, qualsiasi paura, e quel sorriso.

    2 Responses to “La mattina dopo il black-out”

    1. Stella Says:

      Mi dispiace dirlo e forse in questi casi meglio non dire…ma è orriile! Simbolico si …ma spero non ricordare questo racconto quando avrò preso sonno. Se voleva trasmettere angoscia, ci è riuscito. Gli occhi sono davvero il riflesso dell’anima e averli bruciati…come guardare il sole.

    2. Stella Says:

      Il lquefatto sguardo all”oscurità si riversò sul prato erboso incolto, ma ricettivo ed impreparato ad accogliere uno start-up di simili dimensioni di fronte ad una luce che oscura la paura e l’angoscia di intenti smarriti nel tempo dall’eccesso di routine media borghese. Più tardi il giardiniere non tardò ad arrivare, portando con se la falciatrice a braccio, incredulo per quel lattoginoso miscuglio di sangue ed orrore di vita, trascurando che le inalazioni della linfa dell’erba tagliata avrebbero fatalmente modificato il suo sentiero lacrimoso.

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