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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    15/10/2007

    Greetings from Chicago – 8. Sogni

    Filed under: — JE6 @ 05:46

    Prendo Chicago Avenue verso ovest, lasciando alle spalle il Magnificent Mile con i suoi negozi di lusso, le sue creazioni floreali e il suo milione di turisti. Ad un incrocio il rosso mi porta a fissare un negozio che nella vera e propria downtown non ha cittadinanza, uno di quelli dove cambiano gli assegni o fanno anticipi sulle paghe giornaliere o settimanali a chi ha bisogno di cinquanta dollari per fare la spesa o per pagare l’affitto della casa: Bill Payment Center, si chiama, e i neon da quattro soldi sono persino sprecati, perchè chi ha bisogno del payday loan o della monetizzazione di un assegno non sta certo a guardare le luminarie. Forse, però, guarda il grande cartellone che campeggia sopra il negozio: la foto della nuova Jaguar XJ è più grande delle due vetrine messe insieme, se si sogna tanto vale farlo in grande stile.

    Greetings from Chicago – 7. Ognuno saluta e ognuno viene salutato

    Filed under: — JE6 @ 01:14

    Mi lascio alle spalle il silenzio del planetario per andare a vedere se dalle parti della Buckingham Fountain ci sono ancora gli scoiattoli che girano tra i piedi dei turisti. Immerso nei miei pensieri bucolici, non mi rendo conto di essere finito nel bel mezzo delle retrovie di una parata, che tra qualche minuto realizzerò essere quella del Columbus Day: vedo una serie di carri simili a quelli del nostro carnevale, tutti decorati di verde, bianco e rosso, dedicati a Dean Martin e Vittorio De Sica e una serie di altri italiani o italoamericani più o meno famosi. Tra i passeggeri vedo ragazzi che vestono la maglietta della nazionale di calcio e matrone strappate ai film del neorealismo mischiate a bambine di colore e biondi anglosassoni, ma l’effetto complessivo è quello di non sentirsi nè a Chicago nè in Italia, perchè questa è la rappresentazione di un’Italia immaginata ma non vissuta, con l’unica eccezione della lingua – chè oggi parlano italiano tutti, ma proprio tutti. Passo in mezzo ad un gruppo di giocolieri di colore vestiti come acrobati del circo, ed una banda di majorettes, e altri cinque o sei carri tricolori; esco dalla zona di preparazione della parata, dove sono chiaramente l’unico intruso, e costeggio le transenne di Michigan Avenue sfilando a fianco di signori brizzolati che vestono giubbotti sui quali spicca la scritta “San Biagio Platani – Sicily”, famiglie che sventolano coscienziosamente bandierine tricolori e bandierine stars-and-stripes, poliziotti a cavallo e poliziotti in bicicletta e poliziotti a piedi e poliziotti sul Sedgway, marinai in libera uscita e nativi americani che danzano sventolando cartelli che accusano Cristoforo Colombo di genocidio. Passa il carro della Sanfratello Masonry Inc. e quello della Gene & Georgetti, Chicago’ finest since 1941, passa la Carl Schurz High School che mostra orgogliosa la scritta “parliamo italiano”, passano due Ferrari, un Duetto Alfa Romeo e un paio di vecchie Lancia, passano le auto della polizia di Chicago e una è bianca e nera, viene da Elmwood Park – protect our village – e ti aspetti che scendano da un momento all’altro i Blues Brothers, passano i gonfaloni dei comuni di Bagheria e Termini Imerese e ci sono anche un paio di compatrioti che indossano la fascia da sindaco. Passa chiunque, e ognuno saluta e ognuno viene salutato e le telecamere di CBS2 riprendono tutto, forse anche la signora che incontrerò una mezz’ora dopo, bionda e allegra, orgogliosa del badge che ne riporta il nome e la carica: “Wife of mayor of [comune della provincia di Napoli] (real estate agent)“, però Mastella – giuro – non c’era.