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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    05/09/2008

    Tappe forzate – 1.

    Filed under: — JE6 @ 11:46

    Questa è una novella a puntate scritta a quattro mani.

    Intro
    L’idea è semplice: metti due sconosciuti in macchina, falli partire per un viaggio abbastanza lungo, e stai a vedere l’effetto che fa. I due partono oggi; non si conoscono, appunto, ma dovranno farlo lungo i 450 chilometri che li separano dalla meta. Sarà un viaggio a tappe: alcune necessarie, altre, impreviste. Se volete partecipare, accomodatevi: starete sul sedile posteriore. Però potrete intervenire, che i commenti son lì per questo. Se volete dare dei consigli a lui, scrivete qui. Se li volete dare a lei, fatelo di là. E adesso, prendetevi la vostra Xamamina, che non si sa mai.

    1. Prima partiamo, prima arriviamo

    [Lui]
    Io me lo sentivo già nel momento in cui mi è arrivata la mail di convocazione, che questo week-end sarebbe stato un disastro. “Sei invitato, in rappresentanza del MarCom Department, a partecipare all’Annual Kick-Off Meeting che si terrà nella magnifica location del Resort XXX, sulle rive del Lago Trasimeno. Ti prego di metterti in contatto con Alice F. del Pre-Sales Department, in modo tale che possiate viaggiare insieme nel rispetto delle regole di cost optimization”. Bingo. Quattrocentocinquanta chilometri di macchina in compagnia di una perfetta sconosciuta per andare a rompermi i coglioni ad ascoltare di che morte dovremo morire l’anno prossimo – come se non lo sapessi, come se tutti non lo sapessimo già. Cristo. Insomma, faccio il gentile, in fondo è sempre una collega, e poi io ho la macchina aziendale e quelli del Pre-Sales dubito visto che passano la loro vita alla scrivania; provo a telefonarle, e mi dicono che quel giorno è in ferie – iniziamo bene. Allora le mando una mail, e insomma a farla breve il lunedì successivo mi trovo incastrato nel dovermi presentare alle 7.30 del mattino sotto casa sua, con la prospettiva di un certo numero di ore passate a parlare di lavoro, a fingere interesse per questioni della massima irrilevanza, a inventarsi domande per fare conoscenza senza però essere indiscreti, a stare attenti a non dire fesserie perché il paese è piccolo e la gente mormora e ci si mette un amen a sputtanarsi in azienda.
    Così, eccomi qui, in divisa – gessatino blu scuro a sottilissime righe bordeaux, cravatta e calze in tinta, camicia bianca, scarpe inglesi – e sembro un sedicenne perché sono arrivato con un quarto d’ora d’anticipo ed è da quel momento che mi sono messo a fantasticare su com’è questa donna, giovane o matura, alta o bassa, bionda o mora, simpatica o insopportabile – oh, per una volta non sarebbe male se potessi scarrozzare una figona con il fisico da pornostar, e però a quel punto io non avrei esattamente le phisique du role per essere alla sua altezza – e non so se aspettarla seduto in macchina ostentando una specie di cortese indifferenza oppure in piedi, sul marciapiede, e allora come, con la giacca o senza, con le mani in tasca oppure giochicchiando con il BlackBerry, appoggiato al cofano oppure ciondolante mentre faccio due passi con noncuranza, e chissà se l’aftershave che ho messo – anche se non faccio la barba da tre giorni – si sente e se si sente troppo o troppo poco, e chissà quando cazzo arriva che così prima partiamo prima arriviamo al lago e chi s’è visto s’è visto.
    Sento il palmare vibrare, guardo il display, è Anna da Stoccolma che sicuramente vorrà sapere se anch’io posticipo di un mese l’uscita della prossima campagna pubblicitaria. Decido che le risponderò nel pomeriggio, non è una cosa tanto urgente. Rialzo gli occhi, e vedo una giovane donna uscire dal portone giusto: io non so come è fatta la mia collega, ma se fosse questa almeno potrei dire che gli occhi hanno avuto la loro parte. Così faccio una cosa che non è proprio nel mio carattere: faccio il primo passo, mi muovo verso di lei, accenno un sorriso e le chiedo “Alice?”. Lei ricambia il sorriso, dice “Sì”, e mi allunga la mano per salutarmi. Incrocio mentalmente le dita. Per essere una rompicoglioni, quanto meno è cortese. Tiro il respiro. Si parte.

    [Lei]
    Secondo me sono convinti che se lo scrivono in inglese riescono a mettertela in quel posto senza che te accorgi. No perché, con tutti i soldi che spendono in boiate come i meeting aziendali, poi mi vengono a parlare di “cost optimization”. Vale a dire: tu, pezzente, trovati un passaggio in macchina, pezzente. Caccia fuori il piattino e chiedi l’elemosina. E fatti una tirata immane fino a Sfanculonia Village per partecipare a giochi di gruppo da cerebrolesi o all’orientering nei boschi o al bagnetto in piscina col contorno di chiappe secche dei colleghi. Ma prima, cuccati un viaggio di settanta ore con un morto di sonno che non hai mai visto neanche in foto.
    Sono le sette. I milanesi come lui hanno la mania di partire per tempo, per evitare la tangenziale e la coda dei pirla che vanno al lavoro. Io la macchina la odio. Odio Milano e odio la macchina. C’è da dire che almeno mi è venuto a prendere sotto casa. Mi dà un po’ fastidio far vedere dove abito ma almeno non devo muovere il culo. I milanesi hanno la mania di darti appuntamenti chissà dove; per evitare la tangenziale, per non entrare in città, adesso pure per l’ecopass. A una che conosco l’anno scorso le è toccato presentarsi alle 6 e un quarto in piazzale Abbiategrasso. Avrei voluto impalarlo, quello stronzo che le dava il passaggio. Una donna. Alle sei del mattino. In piazzale Abbiategrasso. Bastardo.
    A me è toccato un uomo d’altri tempi. Del resto, l’età è quella. Mi sono informata, con discrezione. Quarant’anni. Oh, è poi tutto da vedere. Vuol dire mica nulla. Speriamo non sia un rottame
    Stamane mi sento lagnosa, che palle. Ho mal di testa, la sbronza che ancora mi gira intorno. Sento l’alito della morte che aleggia su di me. Ah, ah. Oddio che scema. Voglio dormire. In auto dormo sempre. Mi toccherà invece fare conversazione. Potrei mettere le cose in chiaro e attaccare a ronfare appena entrati in autostrada. Caffè. Gli chiedo se ci facciamo un caffè. Speriamo non sia un fanatico delle tappe forzate.
    Al vestiario ho dedicato quattro secondi netti. Jeans e polo. Col cavolo che gli faccio vedere le tette. Cosa ha fatto, per meritarselo? Ah, ah. Mamma mia che sonno. Scarpe da ginnastica tutta la vita. Ai meeting si va casual. Se proprio, mi cambio le scarpe prima di arrivare. Trucco, sì, il trucco ci vuole. Copriocchiaie e mascara. Il profumo più leggero che ho.
    Su, bella mia, ciucciamoci sta sbobba. Sorridi, pensa che sarà presto finita. E occhio alle parolacce, che non pensino che sei una tipa sboccata. Scendi le scale, datti un contegno. Sorridi e non fare figure di merda. Alito pesante? Troppo tardi per pensarci, bella mia. Provalo nella coppa della mano. Sembra tutto a posto. Esci dal portone, attenta a non inciampare.
    Eccomi qua.
    Oddio.
    Sarà mica quel pinguino che cincischia col telefono?
    Ma porcaputtana.