Come Nero Wolfe
Ci sono diversi elementi assolutamente disperanti nell’editoriale che Giuliano Ferrara ha scritto l’altroieri per massacrare Massimo Mucchetti, vicedirettore del Corriere della Sera che ha scritto un libro sui retroscena di un caso di spionaggio informatico che ha interessato il Corriere medesimo poco più di due anni fa.
Il primo è l’ennesima e apparentemente definitiva affermazione del completo e giustificato asservimento dei giornalisti agli interessi del proprio editore: “L’autore [Mucchetti, ndr] finge di non sapere che i giornalisti sono lavoratori dipendenti, che il loro padrone non è il lettore ma l’editore, che l’editore non è un contropotere ma un potere tra i poteri, e che quel potere stipula regolari compromessi ad ogni latitudine e longitudine con lo stato, i partiti, le lobby e le altre potenze sociali“, scrive Ferrara.
Il secondo è che a Ferrara sembra non interessare minimamente il concetto di informazione (termine che infatti non figura mai nel suo articolo), ma unicamente quello di formazione della pubblica opinione, che pare essere nè più nè meno di un esercizio di statistica: ognuno mette in bocca al lettore la sua polpetta più o meno avvelenata, e sta poi al lettore stesso calcolare la media ponderata di ciò che ha sentito (o letto, o visto) per crearsi il quadro dei fatti e la conseguente opinione, facendo la tara di tutte le falsità o distorsioni o parzialità che – lecitamente, secondo Ferrara – gli vengono propinate, e a pagamento. Insomma, ognuno di noi è un Nero Wolfe che si trova a dover risolvere un inghippo, lavorando di intelletto: peccato che (quasi) nessuno di noi disponga di un Archie Goodwin da sguinzagliare per la città alla ricerca della vera verità.
Il terzo, dulcis in fundo, è la quasi ovvia conclusione che “siamo tutti così, e quindi meglio che nessuno si atteggi a vergine in mezzo alle puttane”; almeno, è così che intendo la conclusione dell’articolo: “se sei come tutti impaludato nella vita, con le scarpe schizzate di fango, non ti coprire di profumi indiani. E’ stucchevole.”
Il quarto elemento disperante, in realtà, è tutto mio, e si può facilmente sintetizzare così: e se Ferrara avesse ragione?
Feltrinelli
November 20th, 2006 at 09:58
Succede assai più di frequente che non condivida le tesi di Ferrara che il contrario. Non ho letto la versione integrale del pezzo ma dalla riduzione che ne fa il post mi sembra che stavolta sia difficile dare torto al nostro.
November 20th, 2006 at 10:00
No, non ha ragione neanche per il cazzo. E’ l’arma preferita dei sicofanti di sempre difendersi dalle accuse con le chiamate di correo. Da tempo incarognito e reso miope dal ruolo di mandarino della propaganda informata, GF pensa che il suo modo di fare giornalismo sia l’unico possibile.
November 20th, 2006 at 10:19
ferrara è un venduto. punto.
ho appena rivisto tutti gli uomini del presidente sul watergate, e no, ferrara non ha ragione…
November 20th, 2006 at 11:15
Sì sì, di Ferrara si è liberi di pensare tutto il male possibile e le chiamate di correo non sono un bello spettacolo. Però è bene non farsi offuscare la vista dai pregiudizi e analizzare le cose nel merito. Tanto per fare esempi banali: avete mai visto un giornalista di Repubblica contro De Benedetti?, o uno della Stampa contro gli Agnelli?, e pensate che al manifesto, giornale cooperativa dove forse la libertà del singolo ha i margini più ampi, se uno, poniamo, volesse difendere anche un solo comma della legge 30, pensate troverebbe lo spazio per farlo? Un margine di agibilità la fanno la testata e il nome del giornalista, certo. Un conto sono il Corsera e Massimo Mucchetti, altro L’Eco di Caprarola e il signor nessuno. Ma la sostanza rimane: i giornalisti sono tecnicamente dei dipendenti. E come in tutte le aziende, i modi a disposizione di un editore per metterli in condizione di non nuocere sono davvero tanti. Per questo la libertà di informazione si misura con l’ampiezza del numero delle fonti a disposizione del lettore. Dell’informazione che si spaccia per verità tout court è sempre bene diffidare. E prima di mettersi a leggere è sempre bene dare un’occhiata alla gerenza, ché rende tutto più chiaro. In questo senso penso che Ferrara non abbia torto.
November 20th, 2006 at 14:53
il problema non è la verità, wizzo, ma la possibilità da parte di ogni singolo operatore di esercitare l’indipendenza di giudizio (che non coincide con la verità, ovviamente, ma con la deontologia professionale – non riguarda il contenuto ma il metodo).
L’alternativa a questa individuazione della responsabilità (molto borghese, in senso nobile, e forse per questo ideologica? In tal caso quella che illustro non sarebbe un’alternativa ma la “sua” verità) è la moltiplicazione delle dipendenze, la lottizzazione delle opinioni consentite. che, occorre ammetterlo, è quello che in media succede in italia. In questo schema l’indipendenza di giudizio si esercita più precisamente attraverso la libertà di vendersi all’interesse che più ci aggrada, sperando o calcolando che coincida col nostro.
Ma questa moltiplicazione, si può esercitare in un solo modo, e precisamente quello noto in italia, dove vige la compenetrazione tra potere economico, sistema politico e operatori dell’informazione?
Ora, Ferrara fa sempre, in tutti i campi in cui si applica (la politica in primis) questo esercizio di cinismo, che fa passare per sincerità: “la realtà è schifosa, l’uomo è malvagio, l’interesse prevale – il proprio per sé, e quello del più forte in generale – chi non lo ammette è un ipocrita, ammetterlo è l’unica possibilità per tenere lo schifo almeno sotto controllo, per regolarlo, per bilancare gli interessi”.
E fin qui, de gustibus, ognuno si elabora la metafisica che più gli corrisponde.
Il punto è che lui, come il giocatore delle tre carte, da questa presa d’atto deduce, in modo spurio (e interessato: la coerenza non gli manca) che QUINDI ciò che accade, accade come accade e non è in alcun modo regolabile.
È un ragionamento pigro e onnicomprensivo, che egli applica anche a campi in cui non si giustifica granché, se non con un teorema preventivo di scadente scuola hegeliana, per cui ciò che è reale è razionale (o irrazionale, che ce importa?).
Quindi, se in italia la pluralità dei giudizi si esercita tramite la lottizzazione economico-politica degli accessi alla “voce pubblica” – e non tramite prassi e regolamenti soggetti a sistemi di controllo terzi a garanzia dell’indipendenza di giudizio degli operatori, come pure accade altrove – questo è ciò che accade, è ciò che va riconosciuto, e quindi è ciò che va accettato. Accettarlo predispone all’accesso di tutti (o di chi rappresenta interessi sufficientemente articolati e potenti) alla lottizzazione, che è la sola garanzia “reale” della pluralità del giudizio.
Ferrara ha ragione contro chi ingenuamente pensa che l’interesse non esista (cioè con chi fa coincidere la verità con il proprio interesse, senza nemmeno riconoscerlo come tale), ha ragione contro il legalismo delle anime belle che immagina gli uomini forniti di eguale potere e eguale “capacità di resistenza” all’interesse altrui, ma ha torto sostenendo che, dati gli interessi esistenti in un ambiente dato, una forma cristallizzata di equilibri qualsivoglia, anche soffocante e vetusta, sia tout court insuperabile.
November 20th, 2006 at 21:57
stavo per scrivere un commento. poi ho letto quello di b.georg.
November 21st, 2006 at 13:49
Torno sulla questione con una non-replica a b.georg: quando dico che Ferrara non ha torto, mi riferisco alla parte descrittiva della sua analisi. Non ritengo affatto, come fa invece Ferrara, che la situazione, per il solo fatto che si è venuta a creare così com’è oggi, vada accettata come immodificabile. Penso, questo sì, che la complessità della questione è comunque alta e che per imporre la loro autonomia i giornalisti debbano disporre di una forza che al momento, salve le eccezioni, non hanno. Ecco perché credo che in fondo le nostre posizioni non siano così distanti. Anche te, mi pare, dai per buona la parte descrittiva del “teorema” ferrariano.
November 21st, 2006 at 16:45
belli larghi intorno al giornalista
Noblesse oblige, ogni tanto usciamo dalla retorica colla maglia pesante e ci occupiamo anche di cose terrene. (Ehi, qualcuno ha visto il mio scovolino? M’è rimasta una lisca d’acciuga tra i denti…) Così accadeva che dal sior Squonk si