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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    17/06/2009

    Greetings from New York ’09 – La stalla

    Filed under: — JE6 @ 22:30

    Sulla 38th Street West, quasi all’angolo con la 11th Avenue, c’è una stalla. Stretta tra un albergo e un’officina, con i cavalli, e le persone che li accudiscono. Sono i cavalli che trainano le carrozze dei turisti, quelli che si trovano all’angolo della Fifth Avenue con Central Park. E stanno lì, vivono lì, passi sul marciapiede per andare in fiera al Javits Center e li stanno strigliando, ritorni e ad uno stanno mettendo a posto uno zoccolo mentre gli altri mangiano, ciascuno dal proprio secchio azzurro. Mi viene in mente l’MGM di Las Vegas, che ha l’habitat per i leoni, ma i leoni fanno orario di ufficio – o da turista – a fine turno li caricano su un camion e li portano nella loro riserva, da qualche parte nel deserto del Nevada; qui i cavalli non sono degli impiegati, i ragazzi che lavorano in zona li conoscono e non ci fanno nemmeno più caso. A tre isolati di distanza – Half a mile away, cantava Billy Joel – si è dentro il Garment District, in un quarto d’ora si arriva a Times Square. I cavalli riposano nella loro stalla.

    Greetings from New York ’09 – Pane

    Filed under: — JE6 @ 19:42

    Incontro due persone, presentazione, progetti, saluti. Guardo le ore, mi metto in strada, mi faccio tutta la 11th Avenue fino alla 52nd Street – quella di Billy Joel, “my other world is just half a mile away”. Sono l’unico, lungo tutti i 14 isolati che percorro, tra parcheggi di bus, carrozzieri, fioristi e deli, ad essere in giacca e cravatta. Mentre sto scrivendo una mail, all’altezza della 48th Street, vengo trafitto da un profumo di pane che io non mi aspetto di sentire a Manhattan – il che è stupido, perché anche qui mangiano, e non si vede perché non si dovrebbero trovare fruttivendoli e panettieri – e mi guardo intorno per capire da dove arriva e non trovo nulla, e mentre rileggo per la seconda volta la mail perché voglio dire le cose con le parole giuste fantastico su qualcuno che si sta preparando il pane in casa, su New York che non è solo grattacieli e taxi in movimento perenne ma è anche orti e periferia e gente che alle undici del mattino di un qualsiasi giorno di giugno sforna pane fresco e fumante.

    Greetings from New York ’09 – Il tempo passa

    Filed under: — JE6 @ 13:54

    Ero stato a Ground Zero nel 2003, e di quel pomeriggio ricordo che provai la sensazione che la città abbassasse la voce e rallentasse il passo in prossimità del grande buco, come per una forma di rispetto, e ricordo le decine di pannelli neri che riportavano i nomi delle vittime. Ieri sera ho camminato per qualche ora, dal Meatpacking District a Greenwich Village a Washington Square e giù per la Sesta, a Town Hall ho resistito alla tentazione di andare al Ponte di Brooklyn per vedere se e come Ground Zero era cambiato. E sì, è cambiato. Ci sono le gru, i pannelli con i nomi di chi morì l’11 settembre sono stati sostituiti da pannelli che definiscono il luogo “The National September 11 Memorial and Museum”, e soprattutto c’è una sensazione di normalità. Non mi spingo a dire che è ciò che provano i newyorchesi, dico che è ciò che ho sentito io, come se il dramma avesse fatto posto all’abitudine al movimento che è tipica di questa città e di questo paese. Alla fine, oggi Ground Zero è un semplice, enorme cantiere. Forse è bene che sia così.

    Greetings from New York ’09 – Patrimonio

    Filed under: — JE6 @ 06:26

    Sei anni fa era una mattina di giugno, una domenica fredda e piovosa quando passai per caso davanti al Caffè Reggio e feci una cosa che quando viaggio non faccio quasi mai – entrare in un locale “italiano”. Per l’orario e per il clima eravamo in quattro gatti, nel locale c’era il silenzio sonnolento del risveglio e del torpore, accompagnato dalla musica classica che è il marchio distintivo del locale, insieme alla sua famosa macchina del caffè. Questa sera c’era molta più gente, i tavoli erano quasi tutti pieni, una ragazza rideva forte, MacDougal Street era un fiume di gente che si preparava a passare la serata al Village. Ma ad un certo punto la ragazza ha smesso di ridere, per pochi secondi anche il brusio di tutti gli altri clienti si è calmato, e in quel momento si sono sentite distintamente le note di un brano di musica classica, e il Caffè Reggio è tornato ad essere quello che è per tutti, quello che dovrebbe sempre essere – un piccolissimo pezzo dell’Italia del primo Novecento portato nel Greenwich Village, come una futura memoria.

    Greetings from New York ’09 – Luce

    Filed under: — JE6 @ 06:13

    Uscire dalla fermata della metropolitana e mettere piede sulla 125th Street è come lasciarsi alle spalle la galleria di un’autostrada in un giorno d’estate. L’onda di luce che arriva da ovest fa brillare la strada bagnata dal temporale che mi ha accompagnato nel Bronx, fa splendere la pietra marrone delle brownstones, fa luccicare le insegne dei cento parrucchieri da ognuno dei quali escono donne e ragazze e bambine di bellezza abbagliante. Harlem, come diverse altre zone di Manhattan, è una città nella città, ha i suoi confini, la sua gente, la sua architettura, la sua storia; Harlem è quel posto che tu puoi visitare, ma del quale non puoi fare parte perchè non lo puoi capire e che non puoi capire perché non ne puoi fare parte. E però lo si può amare lo stesso, ché in amore non tutto si può e non tutto si deve spiegare – ed è per questo che ci sono tornato.