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La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.
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    01/07/2012

    Niente

    Filed under: — JE6 @ 17:23

    Ora, io ho trentatré anni, e sento di aver già vissuto tanto e che ogni giorno passa sempre più velocemente. Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su di un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi. Non così sulla lussuosa e immacolata m.n. Nadir. Nella crociera extralusso 7NC, io pago per ottenere il privilegio di consegnare nelle mani di esperti professionisti non soltanto la responsabilità della mia esperienza ma anche dell’interpretazione di questa esperienza: per esempio il mio piacere. Il mio piacere verrà efficacemente e saggiamente gestito per sette notti e sei giorni e mezzo, proprio come mi è stato promesso nella pubblicità della crociera. Anzi, come qualcosa che, in qualche modo, era già un fatto compiuto nel momento in cui leggevo la pubblicità, con il suo imperativo di seconda persona plurale, che rende il tutto non una promessa ma una vera e propria profezia. A bordo della Nadir, così come annuncia pomposamente la brochure a pagina 23, farò (caratteri in oro): «…qualcosa che non fate da molto, moltissimo tempo: Assolutamente Niente». Quanto tempo è che non fate Assolutamente Niente? Per quanto riguarda me, lo so con precisione. So con precisione quanto tempo è passato dall’ultima volta che ogni mio bisogno è stato esaudito senza possibilità di scelta da qualche forza esterna, senza che dovessi farne richiesta o addirittura ammettere di avere alcun bisogno. E anche quella volta galleggiavo nell’acqua, in un liquido salato, e caldo, ma poi nemmeno troppo – e se per caso ero cosciente, sono sicuro che non avevo paura e che mi stavo divertendo un sacco e che avrei spedito cartoline dicendo a chiunque «vorrei che fossi qui». [David Foster Wallace, “Una cosa divertente che non farò mai più”]

    Stavo lì sul divano, che è il posto dove sarei stato anche se non mi ritrovassi sconciato dal mal di schiena perché fuori ci sono millemila gradi, e che è il posto dove avrei comunque avuto bisogno di stare perché semplicemente sono stanco e comincio a capire il concetto di letargo come recupero e accumulo di energie, e leggevo questa parolina – niente – che mi sembrava seducente e pericolosa al tempo stesso perché non so a voi ma a me il non fare nulla, completamente nulla mi mette a disagio, ma come nulla, perché butti via il tuo tempo che di vita ne hai una sola, ti pare che la si possa passare a dormire, oppure a guardare bovinamente la televisione, fatti una doccia, vestiti, esci, fai qualcosa. In un altro pezzo del libro DFW raccoglie le mille giustificazioni che i passeggeri della nave da crociera sulla quale è imbarcato adducono per spiegare perché si trovano lì, in un posto nel quale la brochure con i caratteri in oro promette loro che non faranno niente, assolutamente niente, e non c’è uno che non tiri in ballo, proprio come ho fatto io con il mal di schiena e il caldo e la stanchezza e le cavallette, un motivo serissimo e gravissimo che giustifichi il perfetto fare niente (e poco importa che una settimana dopo tutti saranno infinitamente più stanchi perché il niente organizzato è semplicemente una successione infinita di cose da fare sollecitate da animatori prezzolati); e insomma allora ho spento il Kindle, e per un breve minuto, quello che mi separava dalla ripresa dei sensi di colpa, ho desiderato credere nella reincarnazione, quella che in una prossima vita mi avrebbe trasformato in un plantigrado, che fino a quando non ha fame se ne sta felicemente sdraiato sulle zampe a guardare il cielo, e quando arriva il momento giusto se ne va in una caverna a dormire, senza fare niente per sei mesi, con l’anima candida e lo stomaco che gli dice va bene, adesso è l’ora di alzarsi, ma se i crampi non sono forti puoi stare ancora lì, tranquillo, beato.

    Ha da passa’ ‘a nuttata

    Filed under: — JE6 @ 09:44

    E ora tutto quello che rimane da fare è dribblare le figure retoriche, le articolesse, gli editoriali, i paragoni arditi, tutto quello che rimane da fare è arrivare a domani mattina.